Vincenzo Altieri

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                         Umberto Galimberti

                   I fatti quotidiani


Ieri, il cubitale titolo in grassetto sulla prima pagina de il Fatto avvertì:
Il ritorno di Mani Pulite
Ritorno, perché le manine sono tuttora sporche?, così dicono, alcune voci sostengono addirittura che sono più sozze di prima, pertanto ancora si grida:
“«Onestà, onestà!» Al funerale di Casaleggio a Milano”, dove la nutrita “folla saluta il feretro con slogan da 1992”.[1]
Mentre “re Giorgio”, invece, pare fosse sintonizzato su ben altre ondine, difatti, sportosi alla finestra, e annusando l’aria della capitale, disse:
“Urne pretestuose, sto a casa”.[2]
“Sì, non è il caso di esporsi alle marette” convenne Battista, la sua fedele ombra, invitandolo a rimettere la testolina al caldo e a chiudere le imposte, per non infreddarsi, ma l’“emerito” indugiò pensoso, e a un tratto sbottò:
“Matteo «sei un maestro»”.[3]
E si tirò indietro, con viso raggiante, mentre Battista subito richiuse.
E pare l’altolocata voce giungesse fino alle orecchie di “mastro Matteo”, perché il premier a volo rilanciò:
“La consultazione una bufala”.[4]


Dinanzi a questa sintonia di voci, dei cronisti subito pensarono a un “asse tra Napolitano e Renzi per far fallire il referendum”,[5]  altri, piuttosto, dopo un giro d’orizzonte, allusero che “più che un asse, sembra ci sia un triangolo”[6]  a incombere sulla consultazione referendaria, nondimeno, siano esse voci di “asse” o di “triangolo”, Piero Pelù fu reciso:
“Io non obbedisco”,[7]  e precisato che lui nulla ha da spartire coi Garibaldi, soggiunse: “Voto sì per aprire il vaso di Pandora delle trivelle”,[8]  a noi pare piuttosto si “voti sì” per chiudere i buchi di Pandora, che le trivelle stanno e vorrebbero seguitare ad aprire, prima che si sperda anche la speranza.
Tuttavia, è evidente che la chiamata al “voto sì” di Pelù, che sempre tiene la lingua ben rasata, è quello di vedere poi “mastro Matteo” mungersi la sua “bufala”, mentre, riguardo alle “urne pretestuose”, e dopo un meticoloso e certosino travaglio, il Marco nazionale ricordò, nel suo “ex voto”, che “re Giorgio”, in base a prove fornite dall’“emerito” nel corso della lunghissima militanza politica e istituzionale, “quando parla, è cosa buona e giusta fare l’esatto contrario”,[9]  perciò, applicando la legge del rovescio della medaglia al “migliorista”, saltò fuori che “il Peggiorista è una bussola per ogni sincero democratico”,[10]  poiché, se egli proclama a gran voce: “Urne pretestuose, sto a casa”, per i sinceri democratici il messaggio sarebbe giustappunto l’inverso: “Urne necessarie, tutti a votare sì”.
 Ma si sa che in questi ultimi anni il Travaglio non è stato tenero con “re Giorgio”, difatti, anche nell’“ex voto”, conficcare le frecciate non sarà certo stato facile, tuttavia i tiri ci sono stati, ed eccone uno:
“Siccome, come tutti i vecchi burocrati comunisti, ha buttato a mare l’ideologia ma non la prassi, il nostra conserva tutta la doppiezza togliattiana del peggior Pci.”[11]    
            
Ora, riandando a Il ritorno di Mani Pulite, non si può forse sostenere a ragione che “corrotti e corruttori” di quella turpe stagione di mani sporche, sottoposte poi a lavaggio, avevano mantenuto fino al momento della presa con le dita nel sacco un atteggiamento improntato a “doppiezza” morale?, sì, e se la corruzione seguita a logorare le fondamenta della società, non si può forse attribuirla alla “doppiezza” che ancora informa i comportamenti?
E non è forse tangibile il fatto quotidiano che “doppiezza” è reputata tale soltanto in casa d’altri, mentre nella propria si finge di non vederla?
Ora, prima di dare un’occhiata al sito de il Fatto Quotidiano, per vedere se ci sono persone che improntano i loro comportamenti a “doppiezza”, si dà qui accenno a una delle storielle che rallegrano il nostro Belpaese.
Nel 2012 la Longanesi mandò in libreria Farla franca. La legge è uguale per tutti?,  di Gherardo Colombo con Franco Marzoli, e a prefare tale opera fu chiamato nientedimeno che il notorio plagiatore, nonché turpe impostore, Umberto Galimberti, che, ostentando spocchiosa e sfavillante “doppiezza morale”, ha avuto la sfrontatezza di accampare:
“I problemi dell’Italia si risolveranno quando saremo in grado di educare gli italiani al rispetto delle regole e della legalità […].”[12]          
A fronte di ciò, come può l’Italia pensare di risolvere i suoi problemi di malaffare e corruzione, se a predicare di “regole” e “legalità”, introducendo addirittura il libro del giudice di Mani pulite Gherardo Colombo, è il ladrone Umberto Galimberti, uno che è pervenuto alla cattedra a Ca’ Foscari e alla notorietà con libri fabbricati a plagi, quindi col furto sistematico e la frode?
E non ci si è forse spinti così sull’orlo di un precipizio tragicomico?

Nel sito de il Fatto Quotidiano, cercando alla voce Umberto Galimberti, escono una serie di articoli e video, da cui traiamo fuori degli esempi:
1. ha scritto Chiara Daina, il 17 giugno 2015:
«Anche Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista, tra gli autori selezionati nel 2014 con un estratto del libro “Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica”, condivide l’ambivalenza di questa trasformazione. “La tecnologia informatica – commenta – è amica e nemica della comunicazione interpersonale”. Il motivo è sotto i nostri occhi: “Oggi la società è diventata una solitudine di massa. Lo spazio pubblico è sempre meno pubblico, ci rifugiamo più spesso nelle nostre case e quasi tutti passiamo più tempo di fronte a un computer e meno in compagnia di un nostro simile. Il viaggio in treno è tra alieni. Chi ha le cuffie nelle orecchie, chi si guarda un film al pc, o lavora su tablet. In questo senso allora meglio scrivere mail, chattare, postare foto su Facebook per ricevere i commenti degli altri piuttosto che stare in silenzio”».
- Quando disse Galimberti sulla “solitudine di massa” l’ha desunto dal filosofo tedesco Günter Anders, che nell’opera L’uomo è antiquato, già oltre 60anni fa, ha argomentato su quelli che lui definiva “eremiti di massa”.
Anders è uno degli autori saccheggiati da Galimberti, e decine di pagine di “Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica”, sono fabbricati con plagi e sconce parafrasi all’opera del tedesco. Ne abbiamo già dato esempi. E pure il resto di quanto disse Galimberti è desunto dalla lettura dei libri da lui plagiati.

2. ha scritto Gisella Ruccia l’8 febbraio 2016:
«Galimberti ha un nuovo scontro con Adinolfi e sottolinea: “Essendo stato a scuola da Karl Jaspers, lui mi ha insegnato che esistono i credenti e i militanti della fede. Voi siete militanti della fede che badate più alla guerra che al contenuto del problema che vi sta davanti. Non si guerreggia per le proprie idee, ci si confronta”».
- Innanzitutto è falso che Galimberti sia “stato a scuola da Karl Jaspers”, perché, come lo stesso illustre impostore ha scritto: “quando ho conosciuto  Jaspers, questi già non insegnava più”, perciò quello che ha fatto è stato solo tradurre alcuni libri di Jaspers in italiano.
Poi, che Galimberti abbia delle idee con cui confrontarsi è anche questo falso, perché le cosiddette idee di Galimberti è quanto il ladrone ha trafugato dai libri altrui, e spesso storpiato per mascherarne la provenienza, e quanto poi il filosofo va strillando in tv sono delle banalità ecc.

3.  in “Tutto il meglio del format condotto da Giulia Innocenzi in onda su La7 e online su ilfattoquotidiano.it, di F. Q., 4 giugno 2015, leggiamo:
«Galimberti: “Mario Adinolfi fa adunate di omofobici” Duro monito del filosofo Galimberti che afferma: “Fino al 1200 l’omosessualità non costituiva nessun problema. Sant’Anselmo, grande teologo, aveva il suo amante. Risulta dalle lettere fortemente erotiche. Ma a partire dalle Crociate si è iniziato a inquadrare negativamente gli omosessuali”. E aggiunge: “Mario Adinolfi fa adunate di omofobici”».
- Quanto disse Galimberti, e riportato anche sul sito de il F. Q., ossia che  “Sant’Anselmo, grande teologo, aveva il suo amante”, inducendo così chi legge a credere che Sant’Anselmo fosse omosessuale, non solo è falso, ma Galimberti ha sottratto siffatte informazioni, storpiandole, col plagio a Cristianesimo, tolleranza, omosessualità libro di John Boswell, come si esemplifica.

A. Galimberti, I miti del nostro tempo, p. 35:
Anselmo d’Aosta, poi elevato agli onori degli altari, poteva avere relazioni amorose prima con Lanfranco, poi con una serie di suoi allievi, a uno dei quali, Gilberto, dedica un intero epistolario dove fra l’altro leggiamo:

“Amato amante, dovunque tu vada il mio amore ti segue, dovunque io resti il mio desiderio ti abbraccia. Come dunque potrei dimenticarti? Chi è impresso nel mio cuore come un sigillo sulla cera, come potrà essere rimosso dalla mia memoria? Senza che tu dica una parola, sai che io ti amo. E nulla potrebbe placare la mia anima finché tu non torni, mia altra metà separata.”(n. 17)

A. Boswell, Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, p. 272:
Anche se Anselmo era devoto all’ideale monastico del celibato, aveva relazioni straordinariamente emotive prima di tutto con Lanfranco e poi con una serie di suoi allievi. Frequentemente indirizzava lettere al suo “amato amante” […]:

“Dovunque tu vada il mio amore ti segue, dovunque io resti il mio desiderio ti abbraccia... Come dunque potrei dimenticarti? Chi è impresso nel mio cuore come un sigillo sulla cera - come potrà essere rimosso dalla mia memoria? Senza che tu dica una parola, sai che io ti amo” [Ep. 1.4; PL, 158:1068-69].

D’altro lato, parte della sua produzione epistolare appare erotica sotto ogni punto di vista. La manifestazione del suo dolore per una sola assenza di Gilberto potrebbe passare per una lettera tra amanti in qualsiasi società:

“Il fratello Anselmo a Dom Gilberto, fratello, amico, amato amante... […] non potrebbero ancora placare la mia anima per questa separazione, se non ritornasse l’altra metà separata” [Ep. 1.75; PL, 158:1144-45].

a) plagio e manipolazione di Galimberti, che deforma e falsifica i fatti, perciò, diamo luce alle mistificazioni poste in essere dall’imbroglione.
Nella nota 17, p. 35 de I miti del nostro tempo, Galimberti ha scritto:
- “Anselmo d’Aosta, Epistolæ, 1, 75, in J.-P. Migne, Patrologia Latina, in Patrologiæ cursus completus, Paris, 1845-1855, tomo 158, pp. 1144-1145.”
E così Galimberti deliberatamente inganna chi legge, perché lo induce a credere che avrebbe letto le Epistolæ di Anselmo d’Aosta, e presi poi i passi da lui citati ne I miti del nostro tempo, ma ciò è falso, perché l’impostore ha plagiato le citazioni a Boswell, e anche la bibliografia.
Inoltre Galimberti dà a credere che la sua citazione provenga da una singola Epistola di Anselmo d’Aosta, ma così imbroglia ancora i lettori, perché la citazione del filosofo di nome è un copia e incolla di passi plagiati da due Epistole diverse, come prova il raffronto con le citazioni di Boswell.
Un altro maligno imbroglio è laddove Galimberti ha scritto:
- “Anselmo d’Aosta […] poteva avere relazioni amorose prima con Lanfranco, poi con una serie di suoi allievi”.
Quella di Galimberti è però una turpe insinuazione, perché ideando un tale passo, ha volutamente indotto chi legge a credere che Anselmo d’Aosta fosse un omosessuale, deformando così non solo quanto scritto da Boswell, ma anche le risultanze storiche.
Innanzitutto, Boswell ha scritto:
- “Anselmo […] aveva relazioni straordinariamente emotive prima di tutto con Lanfranco e poi con una serie di suoi allievi”.
Dunque, Galimberti, scrivendo “relazioni amorose”, ha di proposito fatto una turpe insinuazione, dando così a credere ai lettori che Anselmo d’Aosta avesse relazioni “omosessuali”, e quindi sarebbe stato un “omosessuale”, falsificando così i fatti, perché Boswell attesta piuttosto che Anselmo aveva “relazioni straordinariamente emotive”, ed espresse con tale intensità e trasporto affettivo che l’Epistola indirizzata a “Gilberto potrebbe passare per una lettera tra amanti in qualsiasi società”, ma non per lo spirito del tempo, dato che, come osserva lo storico statunitense:
“Molti ecclesiastici del XII secolo, monaci e secolari, erano coinvolti e scrivevano di amicizie appassionate come quella di Anselmo. Alcuni di questi - per esempio san Bernardo di Clairvaux, senza dubbio il capo religioso più influente dell’epoca - certo non erano consapevoli degli elementi erotici presenti nei loro sentimenti.”[Boswell, p. 273]
Dunque, Boswell ha scritto che “con Lanfranco e poi con una serie di suoi allievi” Anselmo d’Aosta “aveva relazioni straordinariamente emotive”, vale a dire delle “amicizie appassionate”, e che “parte della sua produzione epistolare appare erotica sotto ogni punto di vista”, ma non ha però scritto né alluso che Anselmo fosse un “omosessuale”.
E difatti, nella n. 36, p. 296, di Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, lo storico statunitense ha riportato il saggio di
- “Brian McGuire (Love, Friendship, and Sex in the Eleventh Century: The Experience of Anselm, in «Studia theologìca» 28, 1974, pp. 11-52) conclude che Anselmo non era gay, ma evidentemente significa solo che gli mancava un «desiderio ossessivo per la sessualità maschile».”
Dal che si potrebbe desumere che Anselmo d’Aosta, quantunque avesse “relazioni straordinariamente emotive”, cioè delle “amicizie appassionate”, e che “parte della sua produzione epistolare appare erotica sotto ogni punto di vista”, tuttavia non ardeva di desiderio per la “sessualità maschile”, ossia non sospirava per unirsi carnalmente “con Lanfranco e poi con una serie di suoi allievi”, come turpemente insinuato da Galimberti, dando a credere ai lettori che Anselmo fosse un omosessuale, perché “Anselmo non era gay”.   

Sulla trasmissione del format condotto da Giulia Innocenzi in onda su La7 e online su ilfattoquotidiano.it, di F. Q., 4 giugno 2015, il sottoscritto ha redatto il saggio: Umberto Galimberti Announo e il fasullo opinionista, che si può leggere sul nostro sito.
 
4. ha scritto Tommaso Chimenti il 21 aprile 2015:
«Ma è con il filosofo Umberto Galimberti che ritroviamo serenità: “Non si muore perché ci si ammala, ci si ammala perché bisogna morire”».
- È ovvio che Tommaso Chimenti, citando tale frase di Galimberti, pensi sia balzata fuori dall’abissale mente del “filosofo”, e chi legge, fidandosi del critico teatrale, è indotto a credere la stessa cosa, ma è un altro imbroglio, perché il ladrone Galimberti non solo l’ha rubata a Michel Foucault, ma l’ha pure storpiata. Di seguiti s dà prova:  

B. Galimberti: “Non si muore perché ci si ammala, ci si ammala perché bisogna morire”
B. Foucault: “L’uomo non muore per il fatto di essersi ammalato, ma gli capita di ammalarsi proprio perché fondamentalmente può morire.”[Nascita della clinica, p. 178, Einaudi Torino 1969]

Di queste manipolazioni di Galimberti a Foucault ne abbiamo già scritto qualche anno fa, e il saggio lo si può leggere sul nostro sito.

5.  ha scritto Luigi Maiello il16 dicembre 2013:
“Parole che confermano i sospetti e che sembrano fare il paio con le dotte argomentazioni di un altro Umberto, il Professor Galimberti, appassionato narratore dei malesseri giovanili del nostro tempo. Il noto saggista infatti, nel prezioso testo intitolato I miti contemporanei, ripropone all’interno di un più ampio ragionamento, l’importante tesi di Alain Ehrenberg a proposito delle nuove forme di depressione giovanile (il nostro secondo ingrediente magico). Il noto sociologo francese ritiene infatti che il male oscuro abbia mutato forma e che oggi i suoi sintomi classici quali tristezza, dolore morale, senso di colpa, siano passati in secondo piano rispetto all’ansia, all’insonnia, all’inibizione: alla fatica di essere se stessi.”
- Ora, che Galimberti sarebbe un “appassionato narratore dei malesseri giovanili del nostro tempo” è una colossale e autentica bufala, perché L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani di Galimberti è una frode, in quanto libro fabbricato tutto a plagi, parafrasi, argomentazioni cervellotiche e asinerie, per averne prova si vada a leggere sul nostro sito Il filosofo di Monziglia, e le appendici, che documentano i plagi di Galimberti a svariati autori, tra cui anche i plagi a La fatica di essere se stessi del sociologo francese Alain Ehrenberg, su citato da Luigi Maiello.

6. ha scritto Massimo Famularo il 24 febbraio 2016:
«Quel che ci appassiona è discutere del calo delle iscrizioni al liceo classico denunciato da intellettuali come Umberto Galimberti  quale inequivocabile segnale di un processo di impoverimento culturale, in cui i gusti della popolazione s’imbarbariscono e la perfida legge del mercato, agisce come una sorta di circolo vizioso: “Così il degrado viene alimentato e il fiume dell’ignoranza collettiva s’ingrossa, perché a suo tempo la scuola non ha generato una curiosità e una fascinazione per la cultura, dato che la sua preoccupazione è addestrare al futuro mondo del lavoro”».
- Ora, se a predicare che “il fiume dell’ignoranza collettiva s’ingrossa” è un impostore e ladrone, nonché falso intellettuale, qual è Galimberti, allora non solo il fiume potrà seguitare a ingrossarsi, ma siamo altresì ancora alla barzelletta tragicomica.
 
 A conclusione di queste poche ma eloquenti note, ci si domanda: ma chi scrive su il Fatto Quotidiano, parlando e citando Galimberti, ignora oppure  finge di non conoscere la “doppiezza morale” di cui è impastata l’anima e la mente di questo inveterato corrotto?
Quindi, la moltitudine a Milano si potrà pure sgolare, gridando: “Onestà, onestà!”, però se ci si astiene dal denunciare pubblicamente un turpe ladrone e impostore qual è Galimberti, mettendolo nella condizione di non inquinare più menti e cuori, ma piuttosto gli si fa pubblicità anche dal sito de il Fatto Quotidiano, propinando così a lettrici e lettori pure le falsità del ladrone, e facendolo passare addirittura per un autorevole opinionista, beh, allora, stiamo proprio conciati male, e tutto lo zelante quotidiano travaglio per segnalare malaffare e corruzione nel nostro allegro Belpaese, di cui dà prova il Marco nazionale, può all’occasione trasformarsi anch’esso in italica ed esilarante tragicomica farsa.
                               
            Vincenzo Altieri                      Eboli 16.04.2016