Vincenzo Altieri

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Carlo Feltrinelli Umberto Galimberti Il corpo dei delitti

Plagi di Galimberti a Pierre Clastres, Michel Foucault, Georges Bataille, David Cooper, Hans Walter Wolff, Giuseppe Barbaglio, Alfredo Marranzini, Oscar Cullmann, Jean Baudrillard, G. W. F. Hegel, Roland Barthes, Andrè Leroi-Gourhan, René König.
 
Pubblicato 17 novembre 2015

In Ritorno ad Atene, “studi in onore” dell’impostore Umberto Galimberti, spicca anche l’elogio di Carlo Feltrinelli al ladrone, perché “Galimberti ha pubblicato i suoi primi libri con Feltrinelli alla fine degli anni Settanta […]. Psichiatria e fenomenologia, che uscì nel 1979, e Il corpo, che fu
pubblicato nel 1983. Di quest’ultimo mi dicono (ero troppo giovane allora) che, all’epoca, serie ragioni editoriali suggerirono di ridurre l’enorme mano-scritto che Galimberti aveva portato in casa editrice. Cosa che egli fece […]. Oggi il libro si può finalmente leggere in edizione integrale, nella serie delle opere complete dell’autore, ma già allora si rivelò un testo fondamentale, una gigantesca ricognizione sul tema del corpo, capace di rileggere l’intera storia della filosofia dal lato del suo rimosso.”[1] 

Dunque, l’edizione del 1983 de Il corpo fu ridotta, però, benché snellita, per Carlo Feltrinelli comunque “già allora si rivelò un testo fondamentale”, cosa che pure questa gli è stata riferita, perché allora era “troppo giovane” per poterlo stimare da sé. Poi, cresciuto in età e sapienza, e “finalmente letto Il corpo in edizione integrale”, ha potuto con cognizione di causa asserire che esso è “un’opera ancora oggi vitale”.[2]
Ora, sì, “Il corpo testo fondamentale” lo è, ma è fondamentale però per lo studio della frode filosofica, perché Il corpo è fabbricato a plagi, parafrasi e manipolazioni cervellotiche, in breve è “ancora oggi vitale” truffa.
Difatti, sono decine gli autori rapinati da Galimberti, che ha saccheggiato idee e pensieri dai loro libri per fabbricare Il corpo, che è un’indubbia frode, macchinando così a danno degli studenti di Ca’ Foscari, che per oltre un quarto di secolo hanno dovuto comprarsi e studiare della filosofia copia e incolla, nonché ingannando lettrici e lettori.
Perciò, se a oggi c’è un “rimosso”, lo è di sicuro il corpo del frodatore Umberto Galimberti, che invece di essere chiamato a rispondere delle sue ruberie, è piuttosto spacciato ancora per “il giusto filosofo, umile e onesto”.[3]

Vincenzo Altieri


La documentazione dei plagi di Galimberti qui pubblicata è inerente ai capp. 34, 35, 3, 16 de Il corpo, altri capitoli della frode filosofica saranno pubblicati in seguito, dato “l’enorme manoscritto” fabbricato a plagi.

Il corpo cap. 34

Plagi di Galimberti a Pierre Clastres e Michel Foucault

Con le frasette spigolate ne
- La società contro lo Stato di Pierre Clastres, prima edizione Feltrinelli Milano 1977. L’edizione da noi usata è quella pubblicata nel 2003 da ombre corte, Verona;

e col saccheggio di
- Sorvegliare e punire di Michel Foucault, Einaudi Torino 1976;

il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:

- il par. 5. Il corpo e le coercizioni del potere, del Capitolo quarto, Sociologia del corpo: l’iscrizione, de Il corpo di Umberto Galimberti, Feltrinelli Editore Milano 1983, prima edizione in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”.
Per la dimostrazione dei plagi e delle altre manipolazioni, ci si servirà dell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» –  SAGGI ottobre 2002” de Il corpo di Umberto Galimberti, in cui il par. 5. è diventato il cap. 34. Il corpo e le coercizioni del potere.

Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 438:
[…] Nietzsche coglie l’essenza del potere nella sua genesi che così descrive:

Stante il fatto che in ogni tempo, da quando è esistita l’umanità, sono esistiti anche armenti umani (gruppi familiari, comunità, stirpi, popoli, Stati, Chiese) e c’è sempre stata una enorme massa di gente che obbedisce, in rapporto al piccolo numero di coloro che comandano, - in considerazione, dunque, della circostanza che fino a oggi 1’ubbidienza è stata esercitata e coltivata più di ogni altra cosa e più a lungo tra gli uomini, si può giustamente ammettere che in media, oggi, ne è innata in ognuno l’esigenza, quasi una specie di coscienza formale, la quale prescrive: “qualsiasi cosa devi farla incondizionatamente, o sempre incondizionatamente devi tralasciarla”, insomma “tu devi”.(n. 2)

1. Clastres, La società contro lo Stato, p. 7:
Si può discutere seriamente del potere? Un frammento di Al di là del bene e del male [199] comincia così:

Stante il fatto che in ogni tempo, da quando è esistita l’umanità, sono esistiti anche armenti umani (gruppi familiari, comunità, stirpi, popoli, Stati, Chiese) e c’è stata sempre una enorme massa di gente che obbedisce, in rapporto al piccolo numero di coloro che comandano - in considerazione, dunque, della circostanza che fino a oggi l’ubbidienza è stata esercitata citata e coltivata più di ogni altra cosa e più a lungo tra gli uomini, si può giustamente ammettere che in media, oggi, ne è innata in ognuno l’esigenza, quasi una specie di coscienza formale, la quale prescrive: “qualsiasi cosa devi farla incondizionatamente, o sempre incondizionatamente devi tralasciarla”, insomma “tu devi”.(n. 1)

a) è evidente che Galimberti non ha tratto la citazione da Nietzsche, perché l’ha copiata a Clastres, a cui ha plagiato pure le argomentazioni, “rielaborandole” poi alla galimbertese.

2. Galimberti, Il corpo, p. 439:
Qui Nietzsche, oltre ad affidare a una radice biologica la nascita del potere, circoscrive la sua natura nella relazione comando-obbedienza, che ha come suo primo attributo la violenza, più o meno legittima, dell’imposizione.
2. Clastres, La società contro lo Stato, pp. 8-10:
[…] potere politico […] J. W Lapierre si domanda, […] se questo fenomeno umano corrisponda a una necessità vitale, se si sviluppi a partire da una radice biologica; […] “Il potere si realizza in una caratteristica relazione sociale: comando-obbedienza” (p. 44). […] la parentela fra Nietzsche, Max Weber (il potere di Stato come monopolio dell’uso legittimo della violenza) […].  
b) come si può vedere, Galimberti ha fatto un pasticcio con le cose prese nel libro di Clastres, e le ha pure manipolate, difatti, mentre il francese si richiama al filosofo Lapierre, che si “domanda” se il potere politico
- “si sviluppi a partire da una radice biologica”,
Galimberti trasforma invece la domanda in asserzione, attribuendola a Nietzsche, laddove scrive:
- “Nietzsche, oltre ad affidare a una radice biologica la nascita del potere”,
e così lascia intendere ai lettori, perché poi non ci ritorna più, per cui, chi legge, è indotto a credere che per Nietzsche “la nascita del potere” ha “una radice biologica”, Clastres, però, a p. 19, argomenta e precisa:
- “Se il potere politico non è una necessità inerente alla natura umana, cioè all’uomo come essere naturale (e qui Nietzsche sbagliava), esso è tuttavia una necessità intrinseca alla vita sociale. La politica è pensabile anche senza la violenza, non è pensabile il sociale senza il politico: in altre parole, non vi sono società senza potere.”   
Quindi, Galimberti, manipolando quanto copiato, confonde e disorienta le menti e i cuori.      

3. Galimberti, Il corpo, p. 439:
[…] le società arcaiche esprimevano un capo il cui potere […] si determinava al di fuori di qualsiasi coercizione, violenza e subordinazione gerarchica.
3. Clastres, La società contro lo Stato, p. 10:
[…] le società indiane sono arcaiche […] tutte, o quasi, sono dirette da leader o capi […] in cui il campo politico si determina al di fuori di qualsiasi coercizione e violenza, e di ogni subordinazione gerarchica […].

4. Galimberti, Il corpo, p. 439:
In quanto debitore di beni e di messaggi, il capo, nelle società primitive, non esprime altro che la propria dipendenza dal gruppo, il quale non esita ad abbandonarlo se questi non ha più beni da elargire. In cambio della distribuzione dei beni e delle parole, il gruppo dona al capo le donne che lo aiuteranno nella produzione dei be¬ni da distribuire […].
4. Clastres, La società contro lo Stato, pp. 35-36-30:
In quanto debitore di ricchezza e di messaggi, il capo non esprime altro che la propria dipendenza dal gruppo […] se questi non fa ciò che ci si attende da lui […] lo abbandonano […] se il capo ricevesse una parte delle donne dal gruppo in cambio di beni economici e di segni linguistici […] le sue mogli possono aiutarlo largamente nel suo compito […].

5. Galimberti, Il corpo, p. 439:
[…] si interrompe lo scambio e subentra il terrore del debito […].
5. Clastres, La società contro lo Stato, p. 143:
[…] quando alla regola scambista subentra il terrore del debito.
c) Galimberti ha spigolato altre frasette in Clastres, rielaborandole a suo modo, significando così che non soggiunge niente a quanto il francese aveva già scritto e argomentato.      

6. Galimberti, Il corpo, p. 441:
Nelle società antiche il potere è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta, e il principio della sua forza è nel “gesto” con cui la ostenta. Per questo le res gestæ presso gli antichi Romani erano il necessario riferimento per giustificare l’acquisizione del potere. Coloro su cui il potere si esercitava potevano rimanere in ombra, e se ricevevano luce era solo per la loro apparte-nenza a quel potere luminoso.
6. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 205:
Tradizionalmente, il potere è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta, e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto con cui la ostenta. Coloro sui quali si esercita, possono rimanere nell'ombra; i essi non ricevono luce che da quella parte di potere che è loro concessa […].
d) si fa qui notare la nefanda manipolazione operata da Galimberti, che per dissimulatore la rapina a Foucault, ha interpolato
- “[…] le res gestæ presso gli antichi Romani […]”,
che è a tutti gli effetti una ridicola e ciarlosofica furbizia.           
   
7. Galimberti, Il corpo, p. 441:
Il cives romanus sum rispondeva appunto a questa logica. Nelle nostre società, invece, il potere si è reso invisibile, mentre esposti alla sua visibilità sono coloro che lo subiscono, i loro corpi, che per essere controllati devono essere visti, e non talvolta, ma sempre, perché solo il fatto di essere visto incessantemente, o di poter comunque essere visto, mantiene il corpo nella disciplina del potere.
7. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 205:
Il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile; e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibi¬lità obbligatoria. Nella disciplina sono i soggetti a dover essere visti. L’illuminazione assicura la presa del potere che si esercita su di loro. È il fatto di essere visto incessantemente, di poter sempre essere visto, che mantiene in soggezione l’individuo disciplinare.
e) pure qui Galimberti s’ingegna per dissimulare il suo furto al francese, con l’altisonante trovata
- “Il cives romanus sum rispondeva appunto a questa logica”,
a noi pare piuttosto che qui, il povero cives romanus sum, risponda solo alla logica ladronesca di Galimberti, che ha deliberatamente abusato il cives per ingannare i lettori.         

8. Galimberti, Il corpo, p. 441:
Questa trasformazione consente al potere, divenuto invisibile, di presentarsi non più nella sontuosità della sua potenza, nell’apparizione solenne del “trionfo” con cui ogni volta si ribadiva e si consacrava nell’incoronazione, nel ritorno dalla vittoria, nei fasti funerari […].
8. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 205:
Il potere disciplinare si esercita rendendosi invisibile […] espressione sontuosa della potenza […] si apparentava […] al trionfo. La solenne apparizione del sovrano portava con sé qualcosa della consacrazione, dell’incoronazione, del ritorno della vittoria; perfino i fasti funerari […].
f) com’è evidente, Galimberti rielabora alla galimbertese quanto rubato al filosofo francese.

9. Galimberti, Il corpo, pp. 441-442:
[…] ma come la discrezione di uno sguardo che vede senza essere visto, e, vedendo, oggettiva i corpi, i quali del potere più non scorgono la maestà, ma gli effetti, che sono poi quelli della sottrazione di tutti i mondi possibili per quell’unico ordinato e protetto in cui, a loro insaputa, si trovano “costretti”.
9. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 205:
I «soggetti», vi sono offerti come «oggetti», all’osservazione di un potere che non si manifesta altro che col solo sguardo. Essi non ricevono direttamente 1’immagine della potenza sovrana, ne palesano solamente gli effetti - e per cosi dire a vuoto - sui loro corpi divenuti esattamente leggibili e docili.
g) anche qui è chiaro che Galimberti rielabora alla galimbertese quanto rubato al filosofo francese.

10. Galimberti, Il corpo, p. 442:
[…] le iscrizioni del potere si esprimevano nel marchio rituale della vendetta, che si applicava ad esempio al corpo del condannato, producendo negli spettatori chiamati ad assistervi quell’effetto di terrore che doveva incidersi nei loro occhi come memoria fisica del potere incontrollato della sovranità.
10. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 119:
[…] il corpo del condannato […] sulla quale il sovrano imprimeva il proprio marchio […]. Nel supplizio corporale, il terrore era il supporto dell’esempio: terrore fisico, spavento collettivo, immagini che devono stamparsi nella memoria degli spettatori […].

11. Galimberti, Il corpo, p. 442:
Ma il corpo suppliziato, squartato, amputato, marchiato sul viso o sul petto, esposto vivo o morto, dato in spettacolo, […] dall’altro lasciava sospettare losche parentele tra il crimine e il potere che, nel giustiziare, finiva con l’uguagliare il crimine, se non addirittura con l’oltrepassarlo nell’essenza selvaggia.
11. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 10-11:
[…] il corpo suppliziato, squartato, amputato, simbolicamente marchiato sul viso o sulla spalla, esposto vivo o morto, dato in spettacolo, […] quel rito che «concludeva» il crimine viene sospettato di mantenere con questo losche parentele: di eguagliarlo, se non sorpassarlo, nell’essenza selvaggia […].

12. Galimberti, Il corpo, p. 442:
Non bisogna dimenticare, infatti, che nelle cerimonie del supplizio, il personaggio principale non è il criminale, ma il popolo che era chiamato ad assistere allo spettacolo del potere che si scatenava sul corpo del colpevole.
12. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 62-63:
Nelle cerimonie del supplizio, il personaggio principale è il popolo […] lo spettacolo del potere scatenato sul colpevole […] popolo […] è chiamato come spettatore […].
h) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

13. Galimberti, Il corpo, p. 442:
Non era infatti sufficiente che il popolo sapesse dell’esistenza della giustizia, era necessario che vedesse con i propri occhi il suo effettuarsi e se lo imprimesse nella memoria.
13. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 63:
Bisogna non solamente che il popolo sappia, m a che veda coi propri occhi. Perché è necessario che abbia paura […].
i) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

14. Galimberti, Il corpo, p. 442:
[…] attirato a uno spettacolo fatto per terrorizzarlo, poteva coagulare il suo rifiuto del potere punitivo e talvolta la sua rivolta.
14. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 64:
[…] attirato ad uno spettacolo fatto per terrorizzarlo, può coagulare il suo rifiuto del potere punitivo, e talvolta la sua rivolta.

15. Galimberti, Il corpo, p. 442:
Di fronte a un condannato che, non avendo più niente da perdere, poteva dire tutto, e quindi maledire i giudici, le leggi, il potere, la religione, il supplizio del corpo si caricava di equivocità e, da spettacolo del potere, poteva divenire il principio della rivolta.
15. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 65-66-68:
[…] condannato […] per sentire colui che non ha più niente da perdere maledire i giudici, le leggi, il potere, la religione. Il supplizio […] il grande spettacolo delle pene rischiava di essere sovvertito da quelli stessi cui era diretto.
l) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

16. Galimberti, Il corpo, p. 443:
In questo modo, la cerimonia dei supplizi diveniva una festa incerta, dove la reversibilità della violenza finiva col rafforzare la solidarietà del popolo, più di quanto non rafforzasse il potere sovrano.
16. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 69:
Perché dalla cerimonia dei supplizi, dalla festa incerta in cui la violenza era istantaneamente reversibile, era questa solidarietà, assai più che non il potere sovrano, a rischiare di uscire rafforzata.
m) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

17. Galimberti, Il corpo, p. 443:
[…] sciogliere quel “corpo a corpo” che si svolgeva tra la sovranità della legge e la collera ancora contenuta del popolo, per evitare, come scrive Foucault, che questi, “abituato a vedere sgorgare il sangue, imparasse presto che non poteva vendicarsi che col sangue”.(n.8)
Di qui la necessità di un castigo senza supplizio, […] “umanità”, […].
17. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 79-80:
[…] sciogliere il corpo a corpo che si svolge tra la vendetta del principe e la collera contenuta del popolo […] abituato «a veder sgorgare il sangue», il popolo impara presto «che non può vendicarsi che col sangue»(n. 1).
Questa necessità di castigo senza supplizio […] «umanità».
n) il plagio è evidente, ma è altresì chiara e inoppugnabile l’impostura di Galimbertese, che ha posto la citazione di Foucault tra frasette rubate allo stesso francese, spacciandole però per sue argomentazioni.
Va inoltre precisato che la citazione, da Galimerti attribuita a Foucault, non è di questi, perché il filosofo francese, nella n. 1 di, p. 80, la riferisce a: “BOUCHER D’ARGIS, Observations sur les lois criminelles cit., p. 125”.
E ancora, per dissimulare il furto al francese, Galimberti si è ingegnato con la sua abissale mente a trasmutare
- “la vendetta del principe”,
espressione usata da Foucault, in
- “la sovranità della legge”.
E poi, questo imbroglione, va dicendo che non copia apposta.

18. Galimberti, Il corpo, p. 445:
[…] sotto l’apparenza di una crescita civile, può nascondere i calcoli minuziosi che compongono la sua economia. Di questo se ne era già accorto A. Duport quando, all’epoca della Costituente francese ebbe a dire: “In fatto di pena il minimo è ordinato dall’umanità e consigliato dalla politica”.(n. 11)
18. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 100:
È questa razionalità «economica» che deve misurare la pena e prescriverne le tecniche adeguate. «Umanità» è il rispettoso nome dato a questa economia ed ai suoi calcoli minuziosi. «In fatto di pena, il minimo è ordinato dall’umanità e consigliato dalla politica»(n. 2).
o) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.
Qui Galimberti è ricorso a un’altra delle sue tecniche fraudolente, dato che nella n. 11, p. 445, de Il corpo, scrive:
- “A. Duport, Discours à la Constituente, 22.12.1789, in Archives parlamentaires, Paris, tomo X.”
Ora, chi legge il riferimento in nota, potrà essere indotto a chiedersi, ricolmo di stupore: “Perbacco!, Galimberti è straordinario, si è recato pure in Francia, a Parigi, per leggere il discorso di Duport, se no come avrebbe potuto citarlo?”
Ma quella di Galimberti non è azione straordinaria, bensì un’impostura, perché ha copiato non solo la citazione a Foucault, ma pure il riferimento bibliografico, difatti nella n. 2, p. 100 di Sorvegliare e punire, è scritto:
- “DUPORT, Discours à la Constituante, 22 dicembre 1789, in «Archives parlementaires», tomo X, p. 744.”
Quindi, quanto fabbricato da Galimberti è una deliberata frode.    
         
19. Galimberti, Il corpo, p. 445:
Ma che cosa nasconde propriamente questa “umanità” da salvare nel corpo del colpevole? E perché il potere ne tiene a tal punto conto da spostare il punto di applicazione delle sue pene che più non marcano la fisicità del corpo?
19. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 110:
Sotto all’umanizzazione delle pene, troviamo tutte quelle regole che autorizzano, meglio, esigono, la «dolcezza» come economia calcolata del potere di punire. Ma esse richiedono anche uno spostamento nel punto di applicazione di questo sto potere: non più il corpo […].
p) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

20. Galimberti, Il corpo, p. 445:
[...] il criminale da un lato diventa il nemico di tutti, colui che tutti hanno interesse a perseguire, perché è caduto fuori dal patto e si è squalificato come cittadino, dall’altro, se ha potuto fare tutto ciò è perché in lui è emerso un selvaggio frammento della natura che lo fa apparire come mostruoso, pazzo, malato e quindi anormale.
20. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 111:
Da un lato il criminale, designato come il nemico di tutti, che tutti hanno interesse a perseguire, cade fuori dal patto, si squalifica come cittadino e, pertanto, insorge in lui quasi un selvaggio frammento di natura; egli appare come lo scellerato, il mostro, forse il pazzo, il malato e, ben presto, l’«anormale ».

21. Galimberti, Il corpo, p. 445:
Se un tempo, infatti, venivano trattati in un modo inumano i “fuori legge”, oggi si trattano umanamente coloro che sono “fuori natura”, […].
21. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 100:
Se la legge deve trattare «umanamente» colui che è «fuori natura» (mentre la giustizia d’altri tempi trattava in modo inumano il «fuorilegge»), […].
q) il plagio è evidente, si fa però notare che qui Galimberti mette in atto un’altra delle sue usuali tecniche per dissimulare il furto: lo “spostamento o inversione dei termini”, difatti, ciò che in Foucault è prima, l’imbroglione lo pone dopo, e così cerca d’ingannare l’occhio.

22. Galimberti, Il corpo, p. 445:
A introdurre questa nuova politica del corpo e a diffonderla come più “umana” è il recupero laicizzato del concetto di anima che, all’epoca dei supplizi […].
22. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 19:
Non è più il corpo, è l’anima. Alla espiazione che strazia il corpo, deve succedere un castigo […].
r) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

23. Galimberti, Il corpo, p. 446:
[…] carne e il sangue, i vecchi protagonisti del fasto punitivo, cedono il posto a qualcosa che sfugge allo spettacolo, perché nascosto nel profondo del cuore, del pensiero, della volontà, della disponibilità.
23. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 19:
I vecchi protagonisti del fasto punitivo, il corpo e il sangue, cedono il posto. Un nuovo personaggio entra in scena, mascherato. […] un castigo che agisca in profondità sul cuore, il pensiero, la volontà, la disponibilità.
s) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

24. Galimberti, Il corpo, p. 446:
È qui che il potere vuole arrivare, per cui, al limite, i crimini, i delitti gli servono solo come pretesto per giudicare istinti, passioni, disadattamenti, effetti dell’ambiente, dell’eredità, della società, e, sotto l’apparente cura e protezione del colpevole, punisce nelle aggressioni l’aggressività, nella violenza la sessualità, nelle trasgressioni le pulsioni e i desideri.
24. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 20:
Sotto il nome di crimini e di delitti, è vero, si giudicano sempre oggetti giuridici definiti dal codice, ma, nello stesso tempo, si giudicano istinti, passioni, anomalie, infermità, disadattamenti, effetti dell’ambiente o della eredità; si puniscono delle aggressioni, ma attraverso queste delle aggressività; degli stupri, ma nello stesso tempo delle perversioni; degli assassini che sono anche pulsioni e desideri.
t) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

25. Galimberti, Il corpo, p. 446:
Non è più l’atto a essere perseguito, ma l’intera natura dell’individuo, la sua “anima.
25. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 109-110:
[…] attraverso la recidiva, ciò che si prende di mira non è l’autore di un atto […] è il soggetto delinquente […] l’anima.
u) plagio e rielaborazione alla galimbertese, che omette però apposta di specificare che è la “recidiva”, cioè la reiterazione del reato, che induce a spostare l’attenzione dal singolo “atto” illecito al “soggetto delinquente”.

26. Galimberti, Il corpo, p. 446:
Il potere giustifica questo suo “supplemento di indagine” invocando il principio che un fatto è giudicabile solo se è possibile determinare fino a che punto era implicita nel crimine la volontà del soggetto […].
26. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 20:
Si dirà: non sono questi ad essere giudicati; se li si invoca è per chiarire i fatti da giudicare e per determinare a qual punto era implicata nel crimine la volontà del soggetto.
v) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

27. Galimberti, Il corpo, p. 446:
[…] questo pretesto, invocato per spiegare un atto, è in realtà un modo per qualificare un individuo, per giungere a conoscere di lui i suoi rapporti col passato, in modo da sapere che cosa ci si può attendere in avvenire.
27. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 21:
[…] sotto il pretesto di spiegare un atto, sono in realtà un modo di qualificare un individuo. […] ciò che si riesce a sapere sui rapporti fra lui, il suo passato e il suo delitto, ciò che ci si può aspettare da lui in avvenire.

28. Galimberti, Il corpo, p. 446:
Il delitto, allora, è solo l’occasione per portare nell’aula del tribunale un’intera biografia, da giudicare insieme al crimine e da prendere in conto nella punizione. L’occhio del potere non è più circoscritto alle azioni, ma si estende agli individui, giudicati non più per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono, possono essere, saranno.
28. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 21:
L’anima del criminale non è invocata in tribunale al solo fine di spiegare il suo crimine […] è proprio per giudicarla, essa, insieme al crimine, e per prenderla in carico nella punizione. […] dare ai meccanismi della punizione legale una presa giustificabile non più semplicemente dalle infrazioni, ma dagli individui; non più da ciò che hanno fatto, ma da ciò che sono, possono essere, saranno.
z) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Si fa nondimeno notare il suggestivo “scatto di novità”:
- “L’occhio del potere”,
 inserito dall’ingegnoso Galimberti per dissimulare il furto, sebbene nel contesto in cui l’impostore ha copiato non ci sia traccia di alcun occhio.

29. Galimberti, Il corpo, p. 446:
Non si tratta ovviamente dell’anima di cui parlano i teologi, ma del luogo dove si applicano gli effetti di un certo tipo di potere che, con la “coercizione”, vuole “proteggere” la società dal crimine, e l'umanità nel criminale, ovvero la sua “psiche”, la sua “soggettività”, la sua “personalità”, la sua “coscienza” […].
29. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 33:
Ma non bisogna ingannarsi: all’anima, illusione dei teologi, non è stato sostituito un uomo reale, […] gli effetti di un certo tipo di potere […] gli effetti del potere. Su questa realtà-riferimento, sono stati costruiti concetti diversi e ritagliati campi di analisi: psiche, soggettività, personalità, coscienza, ecc.;.
aa) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

30. Galimberti, Il corpo, p. 447:
Per questo il corpo viene rinchiuso, isolato dal mondo, consegnato a quella solitudine che dovrebbe favorire l’incontro con l’anima, attraverso un processo di interiorizzazione che, suscitando il rimorso, dispone al ravvedimento.
30. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 258:
[…] la prigione […]. Per mezzo della riflessione che suscita, del rimorso […]: «Gettato nella solitudine, il condannato riflette. Posto solo, in presenza del suo crimine, impara ad odiarlo, e se la sua anima non è ancora rovinata dal male, è nell’isolamento che il rimorso verrà ad assalirlo». […] quando sarà profondamente pentito ed emendato […].
bb) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

31. Galimberti, Il corpo, p. 447:
[…] l’anima assicura il colloquio del detenuto con se stesso, e così maschera i veri interlocutori di questo discorso che sono il detenuto e il potere che si esercita su di lui.
31. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 259:
«[…] per parlare al cuore, all’anima, alla persona umana». L’isolamento assicura il colloquio, da solo a solo, del detenuto col potere che si esercita su di lui.

32. Galimberti, Il corpo, p. 447:
Là dove si abbatte il potere, che nell’anima ha scoperto un punto d’applicazione molto più efficace della tortura dei corpi, non è più il corpo prigione dell’anima come riteneva Platone, ma l’anima prigione del corpo.
32. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 33:
[…] l’effetto di un assoggettamento ben più profondo di lui. Un’«anima» lo abita e lo conduce all’esistenza, che è essa stessa un elemento della signoria che il potere esercita sul corpo. L’anima, effetto e strumento di una anatomia politica; l’anima, prigione del corpo.
cc) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Si fa notare che Galimberti ha qui abusato di Platone per dissimulare il furto.  

33. Galimberti, Il corpo, p. 447:
Dopo il marchio sulla carne iscritto dal potere del sovrano nella cerimonia dei supplizi, dopo il segno iscritto dal corpo sociale nell’anima di cui si manipolano le rappresentazioni, è la volta della traccia che percorre un corpo che nella coercizione ha contratto abitudini.
33. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 143:
[…] la punizione è un cerimoniale di sovranità; utilizza i marchi rituali della vendetta che applica sul corpo del condannato […] assoggettato ad una coercizione immediata. Il corpo suppliziato, l’anima di cui si manipolano le rappresentazioni [...] le tracce che questo lascia, sotto forma di abitudini […]. Il marchio, il segno, la traccia.
dd) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

34. Galimberti, Il corpo, p. 447:
Qui non siamo più nell’ordine dei segni, ma in quello degli esercizi che piegano il corpo alla successione degli orari, all’occupazione del tempo, a movimenti obbligatori, ad attività regolari, al lavoro in comune, al silenzio, all’applicazione, al rispetto, alle buone abitudini.
34. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 141:
[…] forme di coercizione, degli schemi di costrizione applicati e ripetuti. Esercizi, non segni: orari, impieghi del tempo, movimenti obbligatori, attività regolari, meditazione solitaria, lavoro in comune, silenzio, applicazione, rispetto, buone abitudini.

35. Galimberti, Il corpo, p. 447:
Ciò che con gli esercizi si cerca di ricostruire non è tanto il soggetto del diritto che si ritrova negli interessi fondamentali del patto sociale, quanto il soggetto dell’obbedienza, piegato alla forma generale e insieme meticolosa della “coercizione-protezione” del potere.
35. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 141:
[…] ciò che si cerca di ricostituire in questa tecnica di correzione non è tanto il soggetto di diritto, che si trova preso negli interessi fondamentali del patto sociale, quanto il soggetto obbediente, […] piegato alla forma, generale e meticolosa insieme, di un qualunque potere.

36. Galimberti, Il corpo, p. 448:
Con la disciplina, infatti, aumentano le forze del corpo in termini di economia e di utilità, e la sua docilità in termini politici di obbedienza.
36. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 150:
La disciplina aumenta le forze dei corpo (in termini economici di utilità) e diminuisce queste stesse forze (in termini politici di obbedienza).

37. Galimberti, Il corpo, pp. 448-449:
La cura del dettaglio era già da tempo preparata dalla pratica religiosa e da quella ascetica, perché nulla è abbastanza piccolo per sfuggire alla volontà di Dio. “Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati” recita il Vangelo di Matteo(n. 16); […].
37. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 152:
In ogni caso, il «dettaglio» era già da lungo tempo una categoria della teologia e dell’ascetismo: […] in rapporto a Dio, […] nulla è abbastanza piccolo per non essere stato voluto da una delle sue singole volontà.
ee) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Si fa notare che Galimberti ha qui abusato del “Vangelo di Matteo” per dissimulare il furto.  

38. Galimberti, Il corpo, pp. 448-449:
[…] e in questa tradizione dell’eminenza del dettaglio sono cresciute tutte le meticolosità dell’educazione cristiana, la pedagogia scolastica e quella militare, in base al principio che “le piccole cose predispongono alle grandi”.(n. 17)
38. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 152:
In questa grande tradizione dell’eminenza del dettaglio verranno a collocarsi senza difficoltà tutte le meticolosità dell’educazione cristiana, della pedagogia scolare o militare […] il grande inno alle «piccole cose […] cantato da Jean-Baptiste de La Salle, nel suo Traité sur les obligations des frères des Ecoles chrétiennes: «[…] le piccole cose predispongono alle grandi...».
ff) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Si fa tuttavia notare che con la n. 17, p. 449 de Il corpo, Galimberti rinvia a:
- “J.-B. de La Salle, Traité sur les obligations des frères des écoles chrétiennes (1717), in G. Rigault, Histoire générale de L’Institut des frères des écoles chrétiennes, Paris 1937, vol. VI, p. 281.”
Ma è ovvio che Galimberti ha imbrogliato, perché non ha letto Rigault, dato che ha copiato la citazione e la bibliografia a Foucault.

39. Galimberti, Il corpo, p. 449:
Su questa mistica del quotidiano, su questa disciplina del minuscolo, la coercizione del potere non tarderà a inserirsi per raggiungere i corpi con lo sguardo minuzioso delle ispezioni e col controllo meticoloso sulle espressioni minime della vita, in vista di una maggiore razionalità economica e tecnica da un lato, e di una migliore sorveglianza dall’altro, negli ambienti della scuola, della caserma, dell’ospedale, della fabbrica.
39. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 152-153:
La mistica del quotidiano si riunisce alla disciplina del minuscolo […]. La minuzia dei regolamenti, lo sguardo cavilloso delle ispezioni, il controllo sulle minime particelle della vita e del corpo daranno ben presto, nell’ambito della scuola, della caserma, dell’ospedale o dell’opificio […].
gg) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

40. Galimberti, Il corpo, p. 449:
Lo spazio del potere è ripartito secondo i criteri dell’esclusione e della clausura. Spazi chiusi e protetti dalla monotonia disciplinare dei conventi, dei collegi, delle scuole, delle caserme, delle fabbriche e degli ospedali, dove con un colpo d’occhio è possibile cogliere il senso e l’ordine di movimento dei corpi.
40. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 154-155:
La disciplina talvolta esige la clausura, la specificazione di un luogo eterogeneo rispetto a tutti gli altri e chiuso su se stesso. Luogo protetto dalla monotonia disciplinare. […] Collegi […] convento […] grandi spazi manifatturieri […] è un cambiamento di scala, è anche un nuovo tipo di controllo.

41. Galimberti, Il corpo, p. 449:
Ma il principio della clausura non è sufficiente; all’interno c’è un’ulteriore ripartizione dello spazio che, assegnando a ogni monaco la sua cella, a ogni studente il suo banco, a ogni soldato la sua branda, a ogni operaio il suo tavolo, a ogni malato il suo letto, annulla ogni massa confusa e sfuggente, assegnando a ogni individuo il suo posto e a ogni posto il suo individuo.
41. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 155:
Ma il principio della «clausura» non è […] sufficiente negli apparati disciplinari. Questi lavorano lo spazio in maniera assai più duttile e sottile […]. Ad ogni individuo, il suo posto; ed in ogni posto il suo individuo. Evitare le distribuzioni a gruppi; scomporre le strutture collettive; analizzare le pluralità confuse, massive o sfuggenti.
hh) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

42. Galimberti, Il corpo, p. 449:
In questo modo si dissolvono i gruppi, la diffusa circolazione degli individui, la loro coagulazione pericolosa che non consentirebbe di sapere dove e come ritrovare gli individui, stabilire la loro presenza e la loro assenza, sorvegliare la loro condotta in modo da poterla apprezzare, sanzionare e misurare nella qualità e nel merito.
42. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 155-156:
Bisogna annullare gli effetti delle ripartizioni indecise, la scomparsa incontrollata degli individui, la loro diffusa circolazione, la loro coagulazione inutilizzabile e pericolosa; […] stabilire le presenze e le assenze, di sapere dove e come ritrovare gli individui, […] sorvegliare la condotta di ciascuno, apprezzarla, sanzionarla, misurare le qualità od i meriti.

43. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Quando ciascuno è definito dallo spazio che occupa, è possibile individuare i corpi attraverso una localizzazione che non li inserisce, ma li distribuisce in quella rete di subordinazioni che è lo spazio gerarchico, dove i posti indicano valori, garantiscono l’ubbidienza degli individui e una migliore economia del tempo.
43. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 158-161:
[…] ciascuno viene definito dal posto che occupa […]. Essa individualiz-za i corpi per mezzo di una localizzazione che non li inserisce, ma li distribuisce e li fa circolare in una rete di relazioni. […] segnano dei posti e indicano dei valori; garantiscono l’obbedienza degli individui, ma anche una migliore economia del tempo […].

44. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Così ripartite, le moltitudini sono risolte in quell’ordinamento di “quadri” che trovano la loro unità nella “trasmissione dell’ordine”.
44. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 161:
La prima fra le grandi operazioni della disciplina è dunque la costituzione di «quadri viventi» che trasformano le moltitudini confuse, inutili o pericolose in molteplicità ordinate.
ii) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

45. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Con lo spazio, le discipline del potere organizzano il tempo che, fin dall’antichità, gli ordini religiosi avevano ripartito in ore canoniche. Questo ritmo religioso del tempo è stato trasportato in tutto il suo rigore nella fabbrica […].
45. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 162-163:
L’impiego del tempo è una vecchia eredità. Le comunità monastiche ne avevano senza dubbio suggerito il modello rigoroso […]. Il rigore del tempo industriale ha mantenuto a lungo un andamento religioso […].
ll) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

46. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Quindi controllo ininterrotto, pressione dei sorveglianti, annullamento di tutto ciò che può disturbare e distrarre, perché si tratta di costruire un tempo integralmente utile […].
46. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 164:
[…] controllo ininterrotto, pressione dei sorveglianti, annullamento di tutto ciò che può disturbare o distrarre; si tratta di costituire un tempo integralmente utile […].

47. Galimberti, Il corpo, p. 450:
[…] il tempo entra nel corpo, e con esso tutti i controlli del potere.
47. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 165:
Il tempo penetra il corpo, e con esso tutti i controlli minuziosi del potere.

48. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Bisogna infatti marciare a un certo ritmo, coordinare i gesti in una concatenazione che garantisce la simultaneità dei movimen¬ti, la loro direzione, la loro ampiezza, la loro durata.
48. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 165:
«Abituare i soldati […] a marciare alla cadenza del tamburo […]». […] i gesti […] il loro concatenarsi. […] la posizione del corpo, delle membra, delle articolazioni viene definita, ad ogni movimento sono assegnate una direzione, un’ampiezza, una durata […].
mm) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

49. Galimberti, Il corpo, p. 450:
Un corpo coordinato è il sostegno di un gesto efficiente, e, propagando il valore indiscusso dell’efficienza, il potere instaura legami sempre più stretti tra il corpo e l’apparato di produzione.
49. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 166-167:
Un corpo disciplinato è il sostegno di un gesto efficace. […] potere disciplinare; […] legame coercitivo con l’apparato di produzione.

50. Galimberti, Il corpo, pp. 450-451:
Ma i valori che si compongono col tempo non hanno limite. Essendo il tempo un “dono” di Dio “pagato” dagli uomini, l’impiego del tempo deve scon¬giurare il pericolo di perderlo, che sarebbe, peccato morale, una disonestà economica.
50. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 167:
[…] principio di non oziosità: è proibito perdere un tempo che è contato da Dio e pagato dagli uomini; l’impiego del tempo deve scongiurare il pericolo di sprecarlo - errore morale e disonestà economica.

51. Galimberti, Il corpo, p. 451:
Inserendosi in questi valori, la disciplina non si limita all’impiego del tempo, ma spinge fino alla sua esaustione.
51. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 167-168:
La disciplina, invece, organizza un'economia positiva e pone il principio di una utilizzazione del tempo teoricamente sempre crescente: esaustione piuttosto che impiego.
nn) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

52. Galimberti, Il corpo, p. 451:
Bersaglio privilegiato dei meccanismi di disciplina, il corpo, da soggetto di vita, diventa, sotto la coercizione del potere, un oggetto di operazioni specifiche che hanno il loro tempo, il loro ordine spaziale, le loro condizioni interne, i loro elementi costitutivi che fanno del corpo un corpo d’esercizio, inquadrato, manipolato, addestrato, […].
52. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 169:
Il corpo, divenendo bersaglio per nuovi meccanismi di potere […]. Questo oggetto nuovo è il corpo naturale, portatore di forze e sede di una durata; è il corpo suscettibile di operazioni specifiche, che hanno il loro ordine, il loro tempo, le loro condizioni interne, i loro elementi costitutivi […]. Corpo dell’esercizio […] corpo manipolato […] corpo dell’addestramento utile […].
oo) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

53. Galimberti, Il corpo, p. 451:
[…] la tecnica del comando e la morale dell’obbedienza […].
53. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 182:
[…] la tecnica del comando e insieme la morale dell’obbedienza.

54. Galimberti, Il corpo, p. 451:
Lungi dall’incatenare le forze degli individui per ridurle, la disciplina le addestra per meglio utilizzarle […].
54. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 186:
Non incatena le forze per ridurle […] il potere disciplinare […] ha come funzione principale quella […] di addestrare, per meglio […] utilizzarle.

55. Galimberti, Il corpo, p. 451:
[…] nell’economia del proprio esercizio, dove gioca quel dispositivo di controllo che, nella sorveglianza di tutti su tutti, fa di ogni sguardo una tessera nel funzionamento totale del potere.
55. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 187:
Nel campo perfetto, tutto il potere viene esercitato col solo gioco di una sorveglianza precisa, e ogni sguardo sarà una tessera nel funzionamento globale del potere.
[…] si disegna la rete degli sguardi che si controllano l’un l’altro […].

56. Galimberti, Il corpo, p. 451:
Con lo sguardo generalizzato in fabbrica dove sorvegliare diventa un'operazione economica, a scuola dove moltiplica l’efficienza dell’insegnamento, nell’apparato burocratico dove gli stessi sorveglianti sono perpetuamente sorvegliati […].
56. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 192-193-194:
La sorveglianza diviene un operatore economico decisivo […] sorveglianza […] pratica d'insegnamento […] moltiplica la sua efficacia.  […] effetti di potere che si appoggiano gli uni sugli altri: sorveglianti perpetuamente sorvegliati.
pp) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

57. Galimberti, Il corpo, p. 451:
[…] il potere non appare più nella solennità della sua manifestazione, ma in quella discrezione che funziona in permanenza e quasi sempre in silenzio. Grazie alle tecniche di sorveglianza, la presa del potere sui corpi può prescindere dall’eccesso, dalla forza e dalla violenza.
57. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 194:
[…] potere disciplinare […] controlla senza posa quelli stessi che sono incaricati di controllare, e assolutamente «discreto», perché funziona in permanenza e in gran parte in silenzio. […] Grazie alle tecniche di sorveglianza, la «fisica» del potere, la presa sul corpo, si effettuano […] senza ricorrere, […] all’eccesso, alla forza, alla violenza.

58. Galimberti, Il corpo, pp. 451-452:
E coglie nell’ordine del tempo ritardi, assenze, interruzioni; nell’ordine dello spazio spostamenti, abbandono del posto, disordine; nell’attività registra disattenzioni, negligenze, mancanza di applicazione; nel comportamento maleducazioni, disobbedienze; nei discorsi chiacchiere, insolenze; nel corpo attitudini scorrette, gesti non conformi, scarsa pulizia, immodestia, indecenza.
58. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 194:
Al laboratorio, a scuola, nell’esercito, infierisce tutta una micropenalità del tempo (ritardi, assenze, interruzione dei compiti), dell’attività (disattenzione, negligenza, mancanza di zelo), del modo di comportarsi (maleducazione, disobbedienza), dei discorsi (chiacchiere, insolenza), del corpo (attitudini «scorrette», gesti non conformi, scarsa pulizia), della sessualità (immodestia, indecenza).
qq) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

59. Galimberti, Il corpo, p. 452:
E quando ogni cosa, ogni atteggiamento può essere un’infrazione, il corpo si troverà immobilizzato in una rete di possibili punizioni che, se anche non giungono, alimentano il senso di colpa.
59. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 194:
Si tratta di rendere penalizzabili le più minuscole frazioni della condotta, […] ogni cosa potrà servire a punire la minima cosa; ogni soggetto si troverà preso in una universalità punibile-punente. «Nel termine punizione, si deve comprendere tutto ciò che è capace di far sentire ai fanciulli l’errore commesso […]».
rr) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto. Si dà qui un esempio del metodo manipolativo di Galimberti, difatti, laddove il francese, citando da Conduite des école chrétiennes di La Salle, scrive:
- “far sentire ai fanciulli l’errore commesso”,
il ciarlosofo lo alchimizza e trasmuta in
- “alimentano il senso di colpa”,
ma è nondimeno chiaro che coi suoi maneggi cervellotici Galimberti non solo deruba Foucault, ma gli storpia pure le argomentazioni.  

60. Galimberti, Il corpo, p. 452:
I valori opposti del bene e del male, qualificando condotte e prestazioni […].
60. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 197:
Prima di tutto la qualificazione delle condotte e delle prestazioni partendo da due valori opposti del bene e del male […].

61. Galimberti, Il corpo, p. 452:
[…] inseriscono i corpi in quella circolazione di crediti e di debiti di cui gli apparati disciplinari si servono per discriminare in “buoni” e “cattivi” non solo gli atti, ma gli individui stessi, la loro natura, le loro virtualità, il loro valore.
61. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 198:
[…] questa circolazione di crediti e debiti, grazie al calcolo permanente delle note in più e in meno, gli apparati disciplinari gerarchizzano, gli uni in rapporto agli altri, i «buoni» ed i «cattivi» sog¬getti. […] non è più quella degli atti, ma degli individui stessi, della loro natura, delle loro virtualità, del loro livello o valore.
ss) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Si fa notare che gli assurdi tagli inferti da Galimberti al pensiero di Foucault per dissimulare il furto, hanno impoverito e storpiato il pensiero del francese.

62. Galimberti, Il corpo, p. 452:
Come scrive Foucault: “La disciplina, sanzionando gli atti con esattezza, misura gli individui ‘in verità’”,(n. 20) li ricompensa col gioco degli avanzamenti di classe, di grado, di posto, e così li gerarchizza, distribuendoli secondo le attitudini e le condotte, misurate da quella norma che produce, nella differenza di grado, un effetto di rassomiglianza.
62. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 198-200:
La disciplina, sanzionando gli atti con esattezza, misura gli individui «in verità»; […] ricompensa col solo gioco degli avanzamenti, permettendo di guadagnare ranghi e posti; […] questa penalità gerarchizzante: distribuire gli allievi secondo le attitudini e la condotta, dunque secondo l’uso che si potrà farne quando usciranno dalla scuola. […] tutti, si rassomiglino.
tt) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.
Si fa notare che Galimberti ha inserito la citazione di Foucault tra le frasette che ha rubato allo stesso filosofo francese, e il proposito era, ed è, chiaramente truffaldino, perché in tal modo l’impostore ha indotto i lettori a credere che tutto quanto è argomentato attorno alla citazione del francese sarebbe frutto delle sue abissali cogitazioni, mentre invece è una frode.
C’è poi, anche qui, uno storpiamento delle argomentazioni del francese, in quanto Foucault sta trattando delle “tecniche disciplinari” nell’ambito della scuola, mentre Galimberti, col suo montaggio cervellotico di frasette plagiate da vari contesti, generalizza e rende aspecifico quanto invece il filosofo francese situa nell’ambito della “disciplina” scolastica ecc.      

63. Galimberti, Il corpo, p. 452:
Eppure il potere della norma, che si aggiunge a quello della legge e della tradizione, funziona col consenso e con la collaborazione di tutti, perché, in un regime di omogeneità, la norma fa confluire nelle classificazioni, nelle gerarchizzazioni e nelle distribuzioni dei ranghi, funzionali alla scala del potere, le aspirazioni sempre più impellenti delle differenze individuali.
63. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 201-202:
[…] il potere della Norma. […] è venuto ad aggiungersi […] quello della Legge, […] quello della Tradizione. […] la normalizzazione diviene uno dei grandi strumenti di potere […] corpo sociale omogeneo, ma che contengono un ruolo di classificazione, di gerarchizzazione, di distribuzione dei ranghi. […] tutto lo spettro delle differenze individuali.
uu) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.
È utile ribadire che Galimberti stravolge il pensiero di Foucault.

64. Galimberti, Il corpo, pp. 452-453:
[…] quelle procedure di scritturazione che nell’esercito servono a conoscere lo stato di servizio e il valore di ciascuno (note di merito), negli ospedali a riconoscere gli ammalati, a evitare i simulatori, a seguire l’evoluzione delle malattie (cartelle cliniche), nelle scuole a caratterizzare le attitudini degli studenti, le loro capacità, la loro condotta (registri).
64. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 207:
Un «potere di scritturazione» […] per 1’esercito: […] conoscere lo stato di servizio ed il valore di ciascuno, […] ospedali, dove era necessario riconoscere gli ammalati, cacciare i simulatori, seguire l’evoluzione delle malattie, […] istituti di insegnamento, dove si doveva caratterizzare l’attitudine di ogni allievo, situarne il livello e le capacità, […].

65. Galimberti, Il corpo, p. 453:
Grazie a questi apparati di scritturazione, ogni individuo diventa un “caso” che si può descrivere, misurare, valutare, comparare come le “scienze naturali” fanno con gli oggetti del loro studio, e come le “scienze umane” stanno facendo al servizio di una conoscenza e di un sapere di cui non può servirsene che il potere.
65. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 208-209:
Grazie a tutto questo apparato di scritturazioni […] ogni individuo un «caso» […] lo possiamo descrivere, misurare, valutare, comparare ad altri […] come fanno i naturalisti a proposito degli esseri viventi, […]. La nascita delle scienze dell’uomo? […] oggetto di una conoscenza e una presa per un potere.
vv) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.
Si fa notare che Galimberti ha spigolato frasette saltando da una pagina all’altra di Foucault, combinando poi il suo pasticcio.

66. Galimberti, Il corpo, p. 453:
Quando tutti si sanno osservati, ciascuno prende sulle proprie spalle le costrizioni del potere e le fa giocare spontaneamente su di sé. Il potere e le sue discipline coercitivo-protettive non hanno più bisogno di iscrivere sui corpi i loro marchi, i loro segni, le loro tracce, perché ognuno se le iscrive da sé.
66. Foucault, Sorvegliare e punire, pp. 220-221:
Colui che è sottoposto ad un campo di visibilità, e che lo sa, prende a proprio conto le costrizioni del potere; le fa giocare spontaneamente su ste stesso […]. Le cerimonie, i rituali, i marchi per mezzo dei quali il più-di-potere viene manifestato dal sovrano, sono inutili […]. Inscrive in se-stesso il rapporto di potere […].
zz) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare il furto.

67. Galimberti, Il corpo, p. 453:
Quando ciascuno possiede in se stesso il principio del proprio assoggettamento, quando la legge del padre morto è completamente introitata, il potere può alleggerire le sue pesantezze fisiche e tendere all’incorporeo.
67. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 221:
[…] inscrive in se-stesso […] il principio del proprio assoggettamento. In effetti, anche il potere esterno può alleggerirsi delle sue pesantezze fisiche, tendere all’incorporeo; […].
aaa) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si fa notare che l’impostore, per dissimulare il furto, ha inserito:
- “quando la legge del padre morto è completamente introitata”,
ma è qui evidente che il padre morto è una ridicola foglia di fico ad usum allocconi.

68. Galimberti, Il corpo, p. 453:
Più si avvicina a questo li¬mite, più i suoi effetti sono costanti, regolari, profondi, acquisiti una volta per tutte. Perpetua vittoria del potere e del suo apparato coercitivo-protettivo, che ora può evitare ogni scontro fisico, perché ha già giocato tutto in anticipo, anche la trasgressione.
68. Foucault, Sorvegliare e punire, p. 221:
[…] e più si avvicina a questo limite, più i suoi effetti sono costanti, profondi, acquisiti una volta per tutti, incessantemente ricondotti: perpetua vittoria che evita ogni scontro fisico e che è sempre giocata in anticipo.
bbb) il plagio è inoppugnabile, si segnalano però gli ingegnosi “scatti di novità” inseriti da Galimberti per dissimulare la rapina, il primo è:
- “apparato coercitivo-protettivo”,
che di sicuro fa molto rumore per nulla, e il secondo:
- “anche la trasgressione”,
che è il marchio cervellotico e disonesto con cui l’impostore chiude il sacco ripieno di argomentazioni e frasette rapinate a Michel Foucault.      

                      Conclusioni

A fronte di quanto su documentato, risulta che l’80% di ciò che è scritto nel cap. 34. Il corpo e la coercizione del potere, de Il corpo, Galimberti l’ha copiato a Clastres, per un 5%, e il 75% a Foucault, il restante 20% sono manipolazioni e parafrasi di quanto è già scritto e argomentato nei libri dei due francesi rapinati. Quindi di Galimberti c’è solo il suo tenace pensiero-mastice, con cui ha incollato insieme quanto copiato da La società contro lo Stato di Pierre Clastres, e da Sorvegliare e punire di Michel Foucault, pertanto, il cap. 34. de Il corpo è a tutti gli effetti una frode.   

 

Il corpo cap. 35

Plagi di Galimberti a Georges Bataille, Michel Foucault e David Cooper

Con il saccheggio di:
- Scritti letterari di Michel Foucault, Feltrinelli, prima edizione 1971, Milano;
- L’erotismo di Georges Bataille. L’edizione abusata da Galimberti, e riportata in bibliografia al suo libro, è quella della Mondadori, Milano, del 1972. Per la comparazione si è ricorso all’edizione SE, Milano, del 1986;
- Politica dell’orgasmo di David Cooper, in “Vel”, n. 2, “Il godimento e la legge”, Marsilio, Venezia, 1975;
- La politica dell’orgasmo (II) di David Cooper, in Sessualità e politica, Feltrinelli, Milano, 1976;

il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:


Il par. 6, Corpo e trasgressione, del Capitolo quarto, Sociologia del corpo: l’iscrizione, de Il corpo di Umberto Galimberti, Feltrinelli Editore Milano 1983, prima edizione in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”.
Per la dimostrazione dei plagi e delle altre manipolazioni, ci si servirà dell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» –  SAGGI ottobre 2002” de Il corpo di Umberto Galimberti, in cui il par. 6. è diventato il cap. 35. Corpo e trasgressione.


Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 454:
La trasgressione è un gesto che riguarda il limite. Ma il tratto che essa incrocia e spezza si ricompone alle sue spalle come un’onda di poca memoria dietro lo scafo un’imbarcazione che l’ha solcata. Limite e trasgressione devono l’uno all’altra la densità del loro essere. Non c’è limite all’infuori del gesto che l’attraversa. Non c’è gesto se non nell’oltrepassamento del limite.
1. Foucault, Scritti letterari, pp. 58-59:
La trasgressione è un gesto che concerne il limite; […]. Il tratto ch’essa incrocia […] dietro ad essa, subito si richiude in un’ondata di poca memoria […]. Il limite e la trasgressione devono l’uno all’altra la densità del loro essere […] il limite […] al di fuori del gesto che […] lo attraversa e lo nega? […]. E la trasgressione […] oltrepassa il limite […].

2. Galimberti, Il corpo, p. 454:
La trasgressione non sta quindi al limite come il bianco sta al nero, come -l’escluso all’incluso, come il permesso al proibito; ciò verso cui la trasgressione si scatena è il limite che la incatena. La trasgressione è la glorificazione del limite.
2. Foucault, Scritti letterari, pp. 58-59:
La trasgressione non sta dunque al limite come il nero sta al bianco, il proibito al permesso, […], l’escluso allo spazio protetto della dimora […] verso che cosa la trasgressione si scatena, se non verso ciò che l’incatena […] la trasgressione […] una glorificazione […] il limite […].
a) dal raffronto dei brani appare evidente che il Galimberti ha fabbricato il periodo spigolando frasette dalle due pagine di Foucault, e per rendere plausibile e resistente il copia e incolla, il filosofo si è servito del suo tenace e collaudato pensiero-mastice.

3. Galimberti, Il corpo, p. 454:
La solennità del comandamento “non ammazzare” seguito dalla benedizione degli eserciti non è tanto una contraddizione, quanto la prova che la trasgressione del divieto non è meno soggetta a regole di quanto non lo sia il divieto stesso. Gli animali, che ignorano i divieti, nei loro scontri non hanno mai conosciuto la guerra quell’impresa organizzata, che, con la sua frequenza e la sua regolarità storica, non infirma l’intangibilità del divieto, ma se mai, come osserva Bataille, lo ribadisce e lo completa.
3. Bataille, L’erotismo, pp. 61-62-63:
[…] pensando al comandamento solenne: «Non ammazzare», seguito dalla benedizione degli eserciti […]. Spesso la trasgressione del divieto appare non meno soggetta a regole di quanto lo sia il divieto stesso […]. Gli animali, che ignorano i divieti, nei loro scontri non hanno mai conosciuto quell’impresa organizzata che è la guerra […]. La frequenza - e la regolarità – delle trasgressioni non infirma affatto l’intangibilità del divieto, di cui è piuttosto l’atteso completamento […].
b) oltre a spigolare frasette, il Galimberti dà prova di essere un vero e proprio atleta del plagio, perché non solo salta da una pagina all’altra, ma, invertendone l’ordine, fa mostra di saper scrivere pure con i piedi.

4. Galimberti, Il corpo, pp. 454-455:
La trasgressione non è dunque novembre 2001 la celebrazione della libertà. Il suo andamento non è licenzioso, osceno, violento, ma ritmico come un passo di danza, dove a ogni ritrarsi corrisponde un balzo in avanti, in quel gioco rituale tra sacro e profano, dove a essere “profanato” non è il sacro, che è piuttosto il mondo della festa dei sovrani e degli dèi, ma il pro-fano, dove, fuori dal tempio (fanum), si svolge la vita di ogni giorno, scandita dalle regole del lavoro e da quei divieti che la festa infrange, consumando, in una prodigalità che ignora ogni misura, i beni raccolti nei giorni “feriali”.
4. Bataille, L’erotismo, pp. 65-66:
[…] la trasgressione nulla ha a che vedere con la libertà […] movimento di danza, in cui il ritrarsi richiama l’avanzare […] dal mondo profano e dal mondo sacro, che ne sono le due forme complementari. Il mondo profano è quello dei divieti. Il mondo sacro si apre a trasgressioni limitate. E’ il mondo della festa, dei sovrani, degli dei […]. Il divieto risponde al lavoro, […] periodo profano del lavoro […] la festa consuma, in una prodigalità che ignora la misura, i beni accumulati durante il periodo di lavoro.
c) altro montaggio di frasette tenute insieme dal tenace pensiero-mastice del filosofo. Si fa qui notare che nell’edizione (aggiornata) in discorso, il Galimberti pone accanto a “feriali” il rinvio alla nota a piè di pagina, in cui è scritto: “Si veda a questo proposito R. Caillois, L’homme et le sacré (1950); tr. it. L’uomo e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino 2000, capitolo 4: “Il sacro di trasgressione: teoria della festa”.
Nell’edizione de Il corpo del 1983 non c’è accanto a “feriali” alcuna nota che rinvia a L’homme et le sacré, per il semplice fatto che il filosofo ha copiato non solo le frasette da Bataille, ma pure la bibliografia, difatti il libro di Roger Caillois è citato in francese, senza la versione italiana, dato che la traduzione de L’homme et le sacré è stata edita dalla Boringhieri nel novembre 2001, e non nel 2000, come scrive scorrettamente il Galimberti.
Gli imbrogli bibliografici è un’altra delle imposture del Galimberti.

5. Galimberti, Il corpo, p. 455:
La festa, infatti, non sospende i divieti, ma permette che si compiano atti di regola vietati. Introducendo in questo modo la trasgressione, la festa ribadisce il divieto. Per questo le religioni, dove massimamente si raccolgono i divieti, introducono le feste “comandate”, e nelle feste, come dice Bataille “ordinano le trasgressioni.
5. Bataille, L’erotismo, p. 66:
La festa non […] sospensione […] dei divieti, […] e si permette, […] che si compiano atti abitualmente vietati. […] la religione ordina soprattutto la trasgressione dei divieti.

    6. Galimberti, Il corpo, p. 457:
Come violazione dei divieti secondo regole previste dai riti e dai costumi, la trasgressione non ha nulla di scandaloso o di sovversivo, non conosce la potenza del negativo, non scivola nel no della distruzione, non dissolve il mondo, ma gioca con i suoi fondamenti e con le sue regole, in quell’ambivalenza di repulsione e di attrazione che percorre ogni limite.
6. Bataille, L’erotismo, p. 69:
[…] i divieti sono […] violati secondo regole previste dai riti, o almeno dai costumi […].
6. Foucault, Scritti letterari, p. 60:
Liberarla da ciò che è lo scandaloso o il sovversivo, vale a dire da ciò che è animato dalla potenza del negativo. La trasgressione non oppone niente a niente, non fa scivolare niente nel gioco della derisione, non cerca di distruggere la solidità dei fondamenti;
e) come si può qui vedere, dopo aver spigolato frasette, il Galimberti si è ingegnato a “rielaborare” e ad apportare i suoi vorticosi e abissali  “scatti di novità” al pensiero di Foucault.

7. Galimberti, Il corpo, p. 457:
Non essendo una negazione generalizzata, né un’affermazione che ribadisce qualcosa, la trasgressione percorre ogni evento non per negare esistenze e valori, ma per condurre ogni esistenza e ogni valore nei propri limiti. “Tras-gredire” è “camminare oltre”, oltre la fascinazione, oltre il desiderio, fino a raggiungere, come dice Foucault: “Quel cuore vuoto dove si compie la decisione ontologica, dove l’essere raggiunge il suo limite e dove il limite definisce l'essere”.
7. Foucault, Scritti letterari, p. 60:
Non c'è niente di negativo nella trasgressione. […] affermazione non ha niente di positivo […]. La contestazione non è lo sforzo del pensiero per negare delle esistenze o dei valori, è il gesto che riconduce ognuna di queste esistenze ed ognuno di questi valori ai propri limiti, e quindi al Limite in cui si compie la decisione ontologica: contestare è andare fino nel cuore vuoto dove l’essere raggiunge il suo limite e dove il limite definisce l’essere.     
   f) nel passo citato, oltre a copiare, il plagiatore stravolge quanto scritto da Foucault, perché laddove il francese scrive “contestazione”, richiamandosi alle argomentazioni di Blanchot, citato in pagina, il Galimberti scrive invece “trasgressione”, dunque “rielabora” e inserisce “scatti di novità” per dar parvenza di autenticità a quanto trafugato.

8. Galimberti, Il corpo, p. 457:
Il limite non è mai rigido, ma è sempre conteso tra il divieto e la trasgressione, che non lottano tra loro, ma insieme insistono su quel territorio ambivalente dove attrazione e repulsione […].
8. Bataille, L’erotismo, p. 69:
Il gioco dell’alternarsi del divieto e della trasgressione risulta evidentissimo nell’erotismo […]. Apparentemente gli oggetti sessuali determinano un continuo alternarsi di repulsione e attrazione […].

9. Galimberti, Il corpo, p. 458:
Per questo primi divieti che l’umanità ha conosciuto riguardano la morte e la funzione sessuale. Il primo divieto protegge il cadavere dal desiderio degli altri di cibarsene, il secondo la donna dalle mani di colui che l’assale.
9. Bataille, L’erotismo, pp. 41-69-88:
[…] i due divieti iniziali e fondamentali riguardano, il primo, la morte, il secondo, la funzione sessuale. […] il divieto protegge il morto dal desiderio degli altri di cibarsene. […] La donna nelle mani di colui che l’assale […].
g) qui l’atleta del plagio dà un’altra prova della sua magistrale abilità, saltando di pagina in pagina e trafugando a volo le frasette a Bataille.

10. Galimberti, Il corpo, p. 458:
La maggior violenza è per noi la morte che ci strappa dalla nostra ostinazione di veder durare quel corpo che noi siamo. Il desiderio di immortalità che qui entra in gioco è il desiderio di conservare la sopravvivenza dell’individuo, dell’essere personale che la totalità dell’essere, mai percorsa dalla morte, dissolve. La totalità dell’essere, infatti, non ha nulla a che fare con la morte, al contrario, la morte dell’individuo la manifesta nelle sua eternità.
10. Bataille, L’erotismo, pp. 18-22:
La maggiore violenza per noi […] morte che […] ci strappa dalla nostra ostinazione di veder durare quell’essere discontinuo che siamo. […] nel desiderio d’immortalità, quel che entra in gioco è il desiderio di conservare la sopravvivenza nella discontinuità […] dell’essere personale […] la morte, che è la distruzione di un essere discontinuo, non riguarda affatto la totalità dell’essere […] morte non la riguarda, la continuità dell’essere ne è indipendente e, al contrario, la morte la manifesta.
h) altro pregevole copia e incolla, che il Galimberti tiene insieme con il suo tenace pensiero-mastice.

11. Galimberti, Il corpo, p. 458:
Qui forse sono le origini remote del sacri-ficio religioso che dischiude l’orizzonte del sacro, se è vero che, come scrive Bataille: “Il sacro è la totalità dell’essere rivelato a coloro i quali, nel corso di una cerimonia, contemplano la morte di un essere individuale”. Con la morte violenta, con il sacrificio dell’individualità, ciò che i convenuti avvertono è la totalità dell’essere a cui è ricondotta la vittima.
11. Bataille, L’erotismo, p. 22:
Questa idea mi sembra debba stare alla base del sacrificio religioso […]. La vittima muore […] un elemento che ne rivela la morte. […] il sacro. Il sacro è esattamente la totalità dell’essere rivelato a coloro che in un rito solenne contemplano la morte di un essere frammentario. Si determina, a causa della morte violenta, una rottura della discontinuità di un essere: ciò che sussiste e che, nel silenzio che cade, provano gli spiriti ansiosi è la totalità dell’essere, alla quale è ricondotta la vittima.
i) come si vede, la farina impastata dal Galimberti è tutta di Bataille.

12. Galimberti, Il corpo, pp. 458-459:
Ma c’è un altro modo di sperimentare la morte della propria individualità nel corso della vita, è il modo dell’éros in quel suo apice che è l’orgasmo, dove non c’è alcun desiderio, alcun istinto, alcuna passione, alcun amore, per la semplice ragione che nell’orgasmo non solo non ci sono due persone, ma neppure una. Non c’è esperienza di quel momento perché, come scrive D. Cooper: “L’orgasmo è l’evacuazione di ogni esperienza”.
12. Cooper, in “Vel”, n. 2, 1975, p. 76:
Ci sono certi modi di sperimentare la morte nel corso della vita biologica di ciascuno […] dell’orgasmo […].
12. Cooper, in Sessualità e politica, p. 95:
[…] non c’è nessun desiderio, non c’è nessun istinto, non c’è passione né amore. Non ci sono due persone nell’orgasmo perché non resta neppure una persona. Non c’è esperienza del momento orgasmico dato che questo momento è precisamente l’evacuazione di ogni esperienza.
l) qui il Galimberti dà esempio di un’altra delle sue tecniche finalizzate a ingannare il lettore, in quanto, citando Cooper al termine del periodo, induce a credere che ciò che ha scritto in precedenza sarebbe frutto delle sue abissali cogitazioni, che trovano conferma nel pensiero dell’inglese, mentre in realtà tutto quanto scritto dal filosofo è plagiato a Cooper.

13. Galimberti, Il corpo, p. 459:
Ruotando intorno alla morte, l’individualità, come la vittima sacrificale, è uccisa dalla semplice intensità del godimento che la percorre, e che nell’attimo del piacere la sottrae all’ordine del tempo, per immergerla in quel tempo astorico, dove il soggetto non è più l’Io, ma la dialettica della materia giocata da un corpo “decapitato”.
13. Cooper, in “Vel”, n. 2, 1975, pp. 79-78:
L’orgasmo […] ruota interamente attorno alla morte - ma una morte che è uccisa dalla semplice intensità del godimento che la circonda. […] perdita dell’«io» […] per sfuggire al sistema del tempo […] decapitazione […] dialettica materiale […] istante attraverso un tempo antistorico.
m) quanto intesse il Galimberti è tutto sfilato a Cooper.  

14. Galimberti, Il corpo, p. 459:
Nell’apice dell'amore, infatti, l’Io e il Tu si dissolvono come il gioco del vedere e dell’esser visto, e questa rinuncia al proprio Io e all’immagine del proprio corpo (Leib) è resa possibile dalla fiducia nell’altro, senza di cui non potrebbe essere superata la profonda paura che l’orgasmo possa condurre alla perdita di sé come nella morte. La fiducia garantisce il ritorno […].
14. Cooper, in “Vel”, n. 2, 1975, p. 79:
Il godimento […] in una naturale riduzione da due a uno, si arriva al niente. […] di vedere e essere visti […] Sulla base di tale fiducia uno può rinunciare per l’altro alle immagini del corpo proprio e dell’io […]. Sulla base della fiducia può essere superata la profonda paura che l’orgasmo possa condurre alla perdita dell’«io» […].La fiducia garantisce il ritorno.
n) anche qui quanto il Galimberti intesse è tutto sfilato a Cooper. Si fa altresì notare che le stesse frasette rubate a Cooper il Galimberti le ha riportate pure nel cap. 2, Amore e sacralità, de Le cose dell’amore, tuttavia nella bibliografia citata non c’è traccia dello psichiatra sudafricano, e pertanto il filosofo li spaccia come suoi profondi pensamenti.

15. Galimberti, Il corpo, p. 459:
Se da un lato sopportiamo a fatica la condizione che ci lega a un’individualità casuale e mortale, e nello stesso tempo abbiamo un desiderio di durare in questo corpo destinato a perire, dall’altro non siamo immuni dalla nostalgia della totalità originaria che, annullandoci, ci collega all’essere.
15. Bataille, L’erotismo, pp. 16-17:
Sopportiamo a stento la condizione che ci inchioda a una individualità casuale, […] peritura […]. E se abbiamo il desiderio angoscioso della durata di quest’essere destinato a perire, abbiamo ugualmente l’ossessione di una totalità originaria, che ci unisca all’essere […].

16. Galimberti, Il corpo, p. 459:
Se l’essere amato diventa, per chi lo fa oggetto d’amore, la trasparenza del mondo, se ciò che attraverso di lui appare è l’essere pieno, illimitato che oltrepassa di gran lunga i limiti dell’individualità, è pur vero che tutto ciò è possibile solo nella violazione della sua e della nostra individualità, quindi in un atto che richiama, nella metafora dell’omicidio e del suicidio, la dissoluzione della morte. Lungi dall’essere, come vuole Bataille, “l’approvazione della vita fin dentro la morte”, l’amore è l’anticipazione della morte nel corso della vita, quel gioco rischioso intorno al limite dove si affollano divieti e trasgressioni.
16. Bataille, L’erotismo, pp. 21-13-69:
L’essere amato è, per l’amante, la trasparenza del mondo. Ciò che attraverso l’essere amato traspare […]. E’ l’essere pieno, illimitato, a cui l’individualità non impone più barriere. […] l’unione chiama la morte, come desiderio di omicidio o di suicidio. E’ solo nella violazione […] individuale […]. Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte […]. Il gioco dell’alternarsi del divieto e della trasgressione risulta evidentissimo nell’erotismo.
o) anche qui il Galimberti apposta inganna il lettore, perché, dopo aver saccheggiato Bataille, non solo lo cita fuori contesto, ma nel modo in cui lo cita, vorrebbe perfino indurre a credere di star nella fattispecie confutando quanto argomenta e sostiene il francese.
Una ridicola barzelletta ciarlosofica.

17. Galimberti, Il corpo, pp. 459-460:
Divieti sessuali e divieti contro la violazione dei cadaveri fecero la loro comparsa dovunque l’umanità fece la sua, e, col divieto, la trasgressione che non elimina la proibizione, ma semplicemente la sospende. Senza divieto, il corpo non avrebbe raggiunto probabilmente una chiara visione del mondo […].
17. Bataille, L’erotismo, pp. 30-35-37:
[…] divieti riguardarono l’atteggiamento nei confronti dei morti […]. I divieti sessuali […]. Possiamo però dire che essi comparvero ovunque comparve l’umanità […] il divieto. Ma la trasgressione non è il «ritorno alla natura»: essa sospende il divieto senza eliminarlo. Senza il divieto […] l’uomo non avrebbe potuto giungere alla coscienza chiara e distinta, su cui si fonda la scienza.
p) come si vede, anche qui l’atleta del plagio è volato tra le pagine di Bataille, spigolando frasette e incollandole con il suo pensiero-mastice, nonché apportando pure loro curiosi “scatti di novità”, perché laddove il francese scrive “l’uomo” e “coscienza chiara e distinta” il Galimberti li trasforma in “corpo” e “chiara visione del mondo”, incurante della dissonanza cognitiva e del “rigore scientifico”, perché, per il ciarlosofo, ciò che conta è solo dar parvenza di appetibilità alla sua broda.
          
18. Galimberti, Il corpo, p. 460:
Applicandosi all’amore e alla morte, i divieti percorrono la vita del corpo dalla nascita alla sua sepoltura. Per questo, da quando è esistita, l’umanità ha sentito il bisogno di seppellire i cadaveri. E ciò è avvenuto più per mettersi al riparo dalla morte che per mettere il morto al riparo. La trasformazione del corpo in cadave-re è lì infatti a fornire la prova della sorte che attende ogni uomo.
18. Bataille, L’erotismo, pp. 41-44-45-42-43:
[…] d’amore, […] di morte […]. Un legame […] la riproduzione […] la morte […] i divieti […] riguardano […] la morte […] la funzione sessuale. […]  il seppellimento manifestò fin dai primi tempi […]. La salma […] ciò avviene più per mettere se stessi al riparo da questo «contagio» che per proteggerla. […] la trasformazione […] il cadavere è l’immagine del loro destino.

19. Galimberti, Il corpo, p. 460:
Questa è la ragione per cui la morte costituiva per i primitivi un pericolo magico, il pericolo di una violenza in agguato, capace di agire per un “contagio” che, partendo dal cadavere, si legava a immagini di decomposizione, che psicologicamente potevano investire le sorti delle prime società nascenti. Di qui il divieto di lasciare i morti insepolti, non, come dice Freud: “per opporsi al desiderio di toccarli”, ma perché agli occhi dei primitivi il decesso è sempre la conseguenza di una violenza che bisogna esorcizzare, tenere lontana dagli occhi, mettere al riparo, per evitare che si scatenino forze analoghe a quelle delle quali il defunto è stato vittima.
19. Bataille, L’erotismo, pp. 45-46:
La morte costituisce un pericolo magico, che agisce per «contagio» partendo dal cadavere […]. Spesso l’idea di «contagio» si lega alla decomposizione del cadavere, in cui si scorge una potenza temibile, aggressiva[…]. Il divieto, nel caso del cadavere, non sempre appare evidente. In Totem e tabù, Freud, a causa di una superficiale conoscenza dei dati dell’etnografia, oggi assai più elaborati, sosteneva che generalmente il divieto (il tabù) si oppone al desiderio di toccare […]. Agli occhi degli uomini arcaici, la morte è sempre la conseguenza di un atto di violenza […] fuggire la morte e metterci al riparo […]. Noi non dobbiamo permettere che in noi si scatenino forze analoghe a quelle di cui il defunto è stato vittima […].
q) come si vede, tutto quanto scritto da Galimberti è sottratto a Bataille.   

20. Galimberti, Il corpo, pp. 460-461:
Al cospetto della morte, la società primitiva reagisce col sentimento del proibito, ma il divieto ha efficacia solo all’interno della società; al di fuori di essa, nei confronti dello straniero è subito trasgressione. La trasgressione del divieto è l’aureola dell’eroe, quasi che il divieto non fosse che il mezzo per investire di gloria quel che esso respinge.
20. Bataille, L’erotismo, p. 46:
Al cospetto di questa morte, la società reagisce con il sentimento del divieto. Ma il divieto è valido soltanto per i membri di una data società […]. All’infuori di essa, da parte degli estranei, il divieto è ancora avvertito. Ma può essere trasgredito. […] come se il divieto non fosse che il mezzo per investire di una gloriosa maledizione colui che lo rifiuta.

21. Galimberti, Il corpo, p. 461:
[…] i divieti, oltre a separare l’uomo dall’animale che non li osserva, circoscrivono il territorio non umano della trasgressione, che è poi il territorio del sacro e del sacri-ficio. Per questo gli animali, che non conoscono divieti, assumevano agli occhi dei primitivi il carattere del sacro e venivano sacri-ficati.
21. Bataille, L’erotismo, p. 79:
I divieti tendevano a separare l’animale dall’uomo […] gli animali […] non osservano divieti […] agli occhi dell’umanità primitiva […] ebbero dapprima un carattere più sacro […] l’uccisione dell’animale […] il sacrificio […].

22. Galimberti, Il corpo, p. 461:
La vittima era sacra per il solo fatto di essere animale, per il solo fatto di essere al di fuori della regola del divieto, aperto alla violenza che presiede il mondo della morte e della sessualità selvaggia. Lo spirito della trasgressione è lo spirito del dio animale che muore, e morendo rafforza l’ordine dei divieti che proteggono l’umanità, impedendo la realizzazione di quei desideri che, da allora in poi, saranno detti “bestiali” e “selvaggi”.
22. Bataille, L’erotismo, pp. 81-82:
Egli vide nell’animale ciò che si sottrae alla regola del divieto, ciò che resta aperto alla violenza (all’eccesso), che presiede al mondo della morte e della riproduzione […]. Lo spirito di trasgressione è quello del dio animale che muore, di quel dio la cui morte anima la violenza e che non è limitato dai divieti che colpiscono l’umanità.  
r) come si può vedere, il Galimberti ha “rielaborato” le frasette spigolate nel campo di Bataille con i suoi guizzanti “scatti di novità”.

23. Galimberti, Il corpo, p. 461:
C’è una profonda affinità tra il sacrificio e l’atto d'amore, un’affinità che non è sfuggita neppure al cristianesimo, anche se questa religione ha fatto di tutto per mascherare ciò che in questi due atti trasgressivi viene in primo piano: la carne dell’animale sacrificato e la carne che nell’atto d’amore eccede i limiti posti dal divieto sociale.
23. Bataille, L’erotismo, pp. 89-90:
[…] la similitudine tra atto d’amore e sacrificio. Quello che l’atto d'amore e il sacrificio rivelano è la carne. […] carne eccede un limite […] s’oppone alla legge della decenza. La carne è il nemico nato da coloro che il divieto cristiano ossessiona […].
s) anche qui, spigolatura di frasette e “rielaborazione”.

24. Galimberti, Il corpo, pp. 461-462:
Benché l’amore inizi là dove la bestialità finisce, la bestialità è così ben conservata nell’erotismo che le immagini tratte dall’animalità non cessano mai di essergli legate.
24. Bataille, L’erotismo, p. 91:
L’erotismo […] inizio laddove l’animale finisce […]. L’animalità è […] così ben conservata nell’erotismo che il termine di animalità […] continua ad essergli associato.

 25. Galimberti, Il corpo, p. 462:
Nel sacrificio dell’animale la violenza trasgressiva abbatte la vita, nella trasgressione erotica la vita, in un punto e per un certo tempo, resta incrinata dalla voluttà che gode d’esser cieca e d’aver dimenticato. Nella so¬spensione dei divieti che difendono la vita, la voluttà evoca la morte, e negli spasmi, nei respiri faticosi, il corpo registra questa profonda affinità. Da un lato la convulsione della carne è tanto più precipitata quanto più è vicina al “cedimento”, dall’altro il cedimento favorisce la convulsione voluttuosa.
25. Bataille, L’erotismo, pp. 102-101-100:
Ma come la violenza della morte abbatte […] vita, così la violenza sessuale abbatte in un punto, per un dato tempo […] che gode d’essere cieca e d’aver dimenticato. […] voluttà […] evocare la morte […] spasmi voluttuosi. […] la convulsione della carne è tanto più precipitata quanto più è vicina al cedimento, e dall’altro il cedimento […] favorisce la voluttà.

26. Galimberti, Il corpo, p. 462:
Ma la trasgressione è lo spazio degli animali divini, e poi degli dèi e di coloro che li rappresentano, i quali hanno in comune la possibilità di sottrarsi al divieto che regola la vicenda umana. Per questo i sacerdoti prima, e poi i signori della terra “dovevano” possedere per la prima volta la donna che andava a nozze; segno che il primo contatto era violazione del comune divieto, dove solo sacerdoti e sovrani potevano intervenire senza troppo rischio per le cose sacre.
26. Bataille, L’erotismo, p. 106:
[…] il potere di trasgredire il divieto. Costoro […] un carattere sacro, che permetteva loro di sottrarsi al divieto incombente sulla specie umana. In un primo tempo i sacerdoti erano coloro che dovevano possedere per la prima volta la fidanzata. […] invalse l’uso di pretendere la deflorazione da parte del sovrano […]. L’attività sessuale […] era […] considerata una cosa vietata e pericolosa, […] solo il sovrano e il prete […] potevano intervenire, senza troppo rischio, sulle cose sacre.
t) è utile qui notare che la “rielaborazione” del Galimberti delle frasette sottratte a Bataille sfregiano il pensiero del francese.

27. Galimberti, Il corpo, pp. 462-463:
Poi la ripetizione sessuale era affidata agli uomini sottoposti ai divieti, perché se l’abitudine da un lato ha il potere di approfondire ciò che l’impazienza ignora, dall’altro è immune dal fascino dell’illecito che, solo, ha il potere di infondere all’amore ciò che esso ha di più forte della legge.
27. Bataille, L’erotismo, p. 107:
[…] la ripetizione dell’atto sessuale […]. L’abitudine, invece, ha il potere di approfondire ciò che l’impazienza ignora. […] senza il contagio degli amori illeciti, i soli che hanno avuto il potere di infondere all’amore ciò che esso ha di più forte della legge?

28. Galimberti, Il corpo, p. 463:
[…] parallelamente ritualizzava le trasgressioni nell’orgia. Non era un caso che durante le orge dei Saturnali, l’ordine sociale venisse rovesciato, e il padrone servisse lo schiavo, e lo schiavo se ne stesse disteso sul letto del padrone. Voluttà sessuale […] al carattere sacro dell’orgia.
28. Bataille, L’erotismo, p. 108:
[…] l’orgia è il segno di un completo stravolgimento. Non era certo un caso che durante le orge dei Saturnali l’ordine sociale venisse rovesciato, e il padrone servisse lo schiavo, e lo schiavo giacesse sul letto del padrone. […] voluttà sensuale […] carattere sacro […] dell’orgia.

29. Galimberti, Il corpo, p. 463:
Nell’orgia non si esprime il fasto della religione quale noi oggi la conosciamo nel carattere maestoso, calmo e solenne della religione cristiana che si è conciliata con l’ordine profano; nell’orgia si esprime il lato nefasto di una religione […].
29. Bataille, L’erotismo, pp. 108-109:
L’orgia non si orienta verso la religione fasta, che trae dalla violenza fondamentale un carattere maestoso, calmo e conci¬liabile con l’ordine profano: la sua efficacia si manifesta nel lato nefasto, richiede la frenesia, la vertigine e la perdita di coscienza.
u) il Galimberti non si limita solo a plagiare Bataille, ma gli manipola pure il pensiero, alterandone il senso, dunque una turpe “rileborazione”.

30. Galimberti, Il corpo, p. 463:
[…] in quel cieco precipitare verso la di¬struzione e la perdita che è il momento decisivo di ogni orgia religiosa.
30. Bataille, L’erotismo, p. 109:
[…] dell’essere in un cieco precipitare verso la perdita, che è il momento decisivo del¬la religiosità.

31. Galimberti, Il corpo, p. 463:
L’immenso disordine degli individui smarriti l’uno, per l’altro, […] disordine di grida, in un tumulto di gesti violenti, di danze, di amplessi sconnessi, di sentimenti annichiliti nell’agitarsi crescente della convulsione. […] perdita, fuga nell’indistinto, dove non v’è più nulla che non si confonda.
31. Bataille, L’erotismo, p. 109:
[…] all’immenso disordine di individui smarriti l’uno nell’altro […]. Disordine di grida, disordine di gesti violenti e di danze, disordine di amplessi, disordine infine di sentimenti, che suscitava una convulsione senza misura. […] della perdita rendevano necessaria questa fuga nell’indistinto […] in cui non v’era più nulla che rimanesse saldo.

32. Galimberti, Il corpo, pp. 463-464:
Saggezza delle ritualità primitive soppresse dal cristianesimo che, spezzando la discontinuità che esisteva presso gli antichi tra profano e sacro, quindi tra divieto e trasgressione, ha “profanato il tempio”, immettendo il mondo sacro nella linea continua del mondo profano. In questo senso il cristianesimo non ha nulla di religioso, perché non ha nulla di sacro, nulla di ciò che sta al di là del divieto, nulla del mondo della trasgressione.
32. Bataille, L’erotismo, p. 114:
Se il cristianesimo avesse voltato le spalle al movimento fondamentale da cui era originato lo spirito della trasgressione, non gli sarebbe rimasto, io credo, più nulla di religioso. Al contrario, nel cristianesimo lo spirito religioso conservò l’essenziale, individuandolo innanzi tutto nella continuità. La continuità ci è data nell’esperienza del sacro.
v) nel raffronto dei passi, si evince non solo che l’atleta del plagio ha parafrasato e stravolto il pensiero di Bataille, ma il Galimberti ha perfino l’impudenza e la disonestà intellettuale di affermare che
“il cristianesimo non ha nulla di religioso, perché non ha nulla di sacro”,
mentre il francese sostiene invece che solo laddove
“il cristianesimo avesse voltato le spalle al movimento fondamentale da cui era originato lo spirito della trasgressione, non gli sarebbe rimasto, io credo, più nulla di religioso”,
specificando poi che
“nel cristianesimo lo spirito religioso conservò l’essenziale, individuandolo innanzi tutto nella continuità. La continuità ci è data nell’esperienza del sacro”.
Ciò che scrive il Galimberti, dunque, è una spudorata impostura.
.  
33. Galimberti, Il corpo, p. 464:
[…] il cristianesimo ha identificato la sacralità in quel tutto positivo che è il Dio assolutamente diviso (dia-ballein) dal dia-volo, cacciato in inferno. Sotto questo profilo il Dio cristiano è la forma più costruita che vi sia sul sentimento umano più deleterio: quello dell’uomo che non conosce la sua ombra, e perciò può permettersi di fare il male senza saperlo.
33. Bataille, L’erotismo, pp. 115-114:
[…] il cristianesimo […] identificò la sacralità con la persona discontinua di un Dio creatore […]. Il Dio cristiano è la forma più elaborata del sentimento più deleterio, quello della continuità.
z) dopo aver spigolato le frasette nel campo di Bataille, il Galimberti non solo le ha decontestualizzate, stravolgendone il senso, ma servendosi delle sue collaudate “rielaborazioni”, nonché dei suoi cervellotici “scatti di novità”, gli fa dire cose che nel francese non dicono.   

34. Galimberti, Il corpo, p. 464:

Nelle religioni primitive, la trasgressione fondava il sacro, i cui aspetti impuri non erano meno sacri degli aspetti opposti. L’insieme della sfera sacra si componeva del puro e dell’impuro.
[R. Caillois, L’uomo e il sacro, cit., p. 38]

Il cristianesimo respinse l’impurità, il nefasto, il male, senza cui il sacro non è neppure concepibile, dal momento che solo la trasgressione del divieto ne permette l’accesso.
34. Bataille, L’erotismo, p. 116:
Nella religione pagana la trasgressione fondava il sacro, i cui aspetti impuri non erano meno sacri di quelli puri. La sfera sacra era formata dall’unità di puro e impuro. [R. Caillois, L’Homme et le sacré, pp. 35-72]
 Il cristianesimo respinse l’impurità; ripudiò la colpevolezza, senza la quale il sacro non è neppure concepibile, giacché solo la violazione del divieto permette di accedere ad esso.

35. Galimberti, Il corpo, p. 464:
Raccogliendosi intorno al sacro puro o fasto, il cristianesimo assegnò il sacro impuro o nefasto al mondo, e così distrusse il simbolo in cui si raccoglie la tota¬lità dell’esperienza umana, per creare il diavolo, il dio della trasgressione coniato dal mondo divino. Da allora l’umanità non riconobbe più nella trasgressione l’accesso alla divinità, ma il segno della sua caduta. Privato del privilegio divino che aveva posseduto solo per perderlo […].
35. Bataille, L’erotismo, p. 116:
Il sacro puro, o fasto […]. Il cristianesimo […] sacro impuro fu così confinato nel mondo […]. Il diavolo […] il dio della trasgressione […] era scacciato dal mondo divino. […] la trasgressione non era più il fondamento della sua divinità, bensì quello della sua caduta. […] privato del privilegio divino che aveva posseduto solo per perderlo.
aa) a fronte di quest’ultimo cervellotico e maleodorante pasticcio del Galimberti, caliamo il sipario, rinviando il lettore al prossimo atto della galimberteide.     


                          Conclusioni

A fronte di quanto su documentato, il cap. 35. Corpo e trasgressione de Il corpo, Galimberti l’ha fabbricato per circa l’80% di plagi e manipolazioni, quel poco che resta l’avrà comunque rapinato a qualche altro autore, perciò di Galimberti c’è solo il collaudato pensiero-mastice usato per incollare idee e pensieri copiati.



Il corpo cap. 3

Plagi di Galimberti a: Hans Walter Wolff, Giuseppe Barbaglio, Alfredo Marranzini, Oscar Cullmann e Jean Baudrillard  

Con il saccheggio di:

- Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard, Feltrinelli Milano, prima edizione in “FIBS” giugno 1979. L’edizione da noi usata è la “Terza edizione dell’«Universale Economica» –  SAGGI aprile 2002”;
- Antropologia dell’Antico Testamento di Hans Walter Wolff, Editrice Queriniana Brescia, prima  edizione 1973;
- Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi? di Oscar Cullmann, Paideia Editrice Brescia, prima edizione 1967.  
 - Anima e corpo di Alfredo Marranzini, in Dizionario teologico interdisciplinare (3 voll.), Marietti Casale M. 1977.
- Risurrezione e immortalità di Giuseppe Barbaglio, in Dizionario teologico interdisciplinare (3 voll.), Marietti Casale M. 1977.
        
il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:

- il par. 3, La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, del cap. 1. Il corpo in Occidente: l’equivalenza, de Il corpo di Umberto Galimberti, Feltrinelli Editore Milano 1983, prima edizione in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”.
Per la dimostrazione dei plagi e delle altre manipolazioni, ci si servirà dell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» –  SAGGI ottobre 2002” de Il corpo di U. Galimberti, cap. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza.
Si fa notare che, tranne i plagi a Baudrillard, il resto è materia plagiata già presente in Psichiatria e fenomenologia di U. Galimberti, Feltrinelli, Milano 1979, Parte I, capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne”, pp. 85-111, di cui si è già dato ampia e puntuale prova. Si legga in merito sul nostro sito: Ezio Mauro e l’asinus in cathedra.
Sia ne Il corpo, edizione 1983, pp. 33-34, che ne Il corpo, edizione aggiornata 2002, p. 58, in merito a “nefês, bâśâr e leb”, il Galimberti ricorda al lettore che
- “In Psichiatria e fenomenologia [pp. 77, 85-111] mi sono soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole.”
Ma come si è inoppugnabilmente provato, Galimberti non ha fatto alcuna “analisi particolareggiata” dei termini “nefês, bâśâr e leb”, perché ha tutto copiato al biblista tedesco Hans Walter Wolff.

Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 57:
[…] l’equivalente generale che, mantenendo separati il bene dal male, la vita dalla morte, la carne dallo spirito, interrompe lo scambio simbolico a favore di quell’opposizione disgiuntiva che non esita a chiedere il sacrificio del corpo per l’accumulo della vita come valore.
1. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 143-162:
Dio è quello che mantiene separati […] il bene e il male, […] i vivi e i morti, il corpo e lo spirito, […] è quello che mantiene lo scarto fra i poli di qualsiasi opposizione distintiva […] accumulazione della vita come valore […].
a) per dissimulare il furto, Galimberti non solo strapazza il pensiero di Baudrillard, ma inquina pure le acque, perché, mentre il francese specifica:
- “Dio è quello che mantiene separati”,
Galimberti lo traduce nel generico
- “l’equivalente generale che, mantenendo separati”,
incurante che “equivalente generale” può essere anche il “denaro”, l’ “oro”, il “Fallo” ecc., confezionando così una deliberata impostura.

2. Galimberti, Il corpo, p. 57:
Ma quando cessa la reversibilità simbolica della vita e della morte, quest’ultima diventa l’oggetto di un desiderio impossibile […].
2. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
[…] quando cessa l’ambivalenza della vita e della morte, quando cessa la reversibilità simbolica della morte […]. La morte diventa […] l’oggetto d’un desiderio perverso.
b) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È doveroso far qui notare che mentre ne Il corpo, edizione del 1983, riproposto in «Prima edizione nell’“Universale Economica” giugno 2007», Galimberti copia alla lettera, difatti, laddove Baudrillard ha scritto:
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”,
il “grande filosofo” ripete a pappagallo
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”[p. 33],
nell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» –  SAGGI ottobre 2002 de Il corpo”, per aggiornare il plagio, Galimberti ha inserito un notevole nonché cervellotico “scatto di novità”, difatti, laddove Baudrillard ha scritto:
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”,
il “grande filosofo” lo alchimizza e trasmuta in
- “diventa l’oggetto di un desiderio impossibile”,
in tal modo, oltre a sfigurare il pensiero di Baudrillard, lo sterilizza, in quanto, per il francese, la morte, pur divenendo desiderio perverso, è però un desiderio che può realizzarsi, dunque desiderio possibile, in linea quindi con le sue argomentazioni, mentre Galimberti fa diventare la morte un desiderio impossibile, cosa però che è del tutto assurda, nonché cervellotica e campata in aria, in breve un’altra impostura.           

3. Galimberti, Il corpo, p. 57:
A livello antropologico la tradizione biblica ignora il dualismo,(n. 1) al punto da non disporre neppure dei vocaboli necessari per indicare quello che la tradizione greca e poi quella latina chiameranno corpo, anima e spirito. Questi significati sono da addebitare alla traduzione greca antica dei Settanta che deviò l’antropologia biblica su quei binari dicotomici o tricotomici in cui il corpo, l’anima e lo spirito compaiono come entità diverse e in contrasto fra loro.
3. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 15:
Cominciamo dai singoli concetti per elaborare così un vocabolario d’antropologia biblica.
Quando le parole principali piú frequenti vengono di regola tradotte con «cuore», «anima», «carne» e «spirito», si producono in questo modo malintesi carichi di conseguenze. Essi risalgono già alla traduzione greca antica dei LXX, e fecero deviare su una antropologia dicotomica o tricotomica, nella quale il corpo, l’anima e lo spirito vengono concepiti in contrasto tra loro.
c) con la n. 1, in merito al “dualismo”, il Galimberti rinvia a
- “Si veda a questo proposito H.W. Wolff, Anthropologie des Alten Testaments (1973); tr. it. Antropologia dell’Antico Testamento, Queriniana, Brescia 1975.”
Qui il solito giochino bibliografico dissimula un altro inganno, perché,  rinviando i lettori a Wolff, qualora volessero approfondire, li induce così a credere che quel che poi dirà sarebbe farina del suo sacco, mentre invece è frutto della spigolata nel libro citato di Wolff.
 
4. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Con la lingua greca, infatti, una filosofia greca, quella platonica, subentrò a stravolgere e ad accantonare l’antica concezione biblico-semita […].
4. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 15:
Resta da provare come qui con la lingua greca una filosofia greca abbia stravolto e accantonato concezioni biblico-semitiche.

5. Galimberti, Il corpo, p. 58:
In Psichiatria e fenomenologia (n. 2) mi sono soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole. Qui sarà sufficiente richiamare che il termine nefes, tradotto dai Settanta con psyché e dai latini con anima, è parola che indica l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni, per cui l’uomo non ha una nefes, ma è nefes.
5. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 18:
[…] nefeš […] i LXX lo rendono con psychè […]. Nefeš è visto in stretta connessione con la forma complessiva dell’uomo, soprattutto con il suo respiro; perciò l’uomo non ha una nefeš, ma è nefeš, e vive come nefeš.
d) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Galimberti, con la n. 2, rinvia a
- «U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979, capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne”, pp. 85-111»,
accampando che lui si sarebbe “soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole”, tuttavia, quanto dice Galimberti in merito è falso, perché “La religione biblica e la maledizione della carne” è quasi interamente fabbricato a plagi, e uno dei saccheggiati è Wolff, come si è già dimostrato un paio d’anni fa nel saggio Ezio Mauro e l’Asinus in cathedra, che è di pubblica lettura sul nostro sito.
E parte dei plagi del «capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne” di Psichiatria e fenomenologia», sono stati usati da Galimberti anche per fabbricare il
- par. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, del cap. 1. Il corpo in Occidente: l’equivalenza, de Il Corpo, edito da Feltrinelli nel febbraio 1983, diventato poi il cap. 3 de Il Corpo edizione “aggiornata” del 2002.
C’è poi da rilevare la cervellotica manipolazione operata da Galimberti sulla materia copiata a Wolff.
Per il biblista tedesco
- “nefeš è soprattutto il respiro; perciò l’uomo non ha una nefeš, ma è nefeš, e vive come nefeš”,
perché è ovvio a chiunque che senza il “respiro” l’uomo non può vivere e quindi muore, perciò, in ultima istanza, “l’uomo è nefeš”, poiché respiro e vita umana sono indissociabili.
Ma Galimberti, per dissimulare il suo furto, ha scritto invece che
- “nefes è parola che indica l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni, per cui l’uomo non ha una nefes, ma è nefes”,
quindi, per il cosiddetto “filosofo grandissimo”, nefeš non è soprattutto il “respiro”, ma “l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni”, perciò, in quanto tale, “è nefes”, cioè l’uomo sarebbe per natura indigente, e quindi nefes-indigenza e vita umana sono dissociabili, perché l’uomo, sebbene sia  indigente, tuttavia seguiterebbe a respirare e dunque a vivere.
Eppure Galimberti va strombazzando che ha “molto studiato la Bibbia”, e nondimeno dà segno d’ignorare quanto è diffusamente conosciuto, ossia che  Dio plasmò l’uomo dal fango e gli diede vita insufflando nel suo corpo la nefeš, vale a dire un “alito di vita”, perciò “nefeš è soprattutto il respiro”, come argomenta il Wolff, ed è sempre il biblista tedesco a documentare che nefeš, in determinati contesti, può significare anche “indigenza dell’uomo”, per cui quanto ha scritto Galimberti è errato, e inquina il pensiero.

6. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Isaia (5, 14), con la parola nefes, allude alla gola che, come organo della nutrizione attraverso cui l’uomo si sazia, è, fra gli organi corporei, il più idoneo a esprimere l’indigenza e il bisogno. Il Salmo 107 ne parla a proposito di affamati e sitibondi che ringraziano Jahvè “poiché saziò la nefes assetata, e la nefes affamata ricolmò di beni”. Altrove nefes sta a indicare la parte esterna della gola. Il Salmo 105, 18 dice ad esempio: “legarono in ceppi i suoi piedi e in catene venne la sua nefes”, dove è evidente che qui si tratta del collo e non dell’anima.
6. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 20-22-21-19-20:
Che nefeš stia a significare l'organo dell’uomo bisognoso è provato anche dal fatto che esso indica la «gola che languisce», […] l’organo della nutrizione, […] l’uomo, […] sazietà della gola […]. Sal. 107 nella sua prima strofa parla degli «affamati e dei sitibondi» la cui nefeš languiva, e che devono ringraziare Jahvè:

poiché saziò la nefeš assetata
e la nefeš affamata ricolmò di beni.

Il contesto poi parla della fame della nefeš, della sua sete, del suo languore, della sua sazietà, del suo essere asciutto e del suo venir riempito ed indica perciò senza alcun dubbio che non si tratta più dell’ani¬ma, ma della «gola».
e) plagio e manipolazione alla galimbertese.
           
7. Galimberti, Il corpo, p. 58:
[…] la nefes significa desiderio, aspirazione, brama; in questa accezione la nefes desidera cose che non sono propriamente commestibili come la terra (Geremia, 22, 27), la vanità (Salmi, 24, 4) o i figli (Ezechiele, 24, 25), dove comunque ricompare la struttura del desiderio e del godimento che rimanda all’idea di nefes in quanto organo del gusto.
7. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 25-26-25:
[…] nefes […] come desiderare, domandare, aspirare a qualcosa o bramare. […] desiderio di oggetti che non sono propriamente commestibili, come la terra (Ger. 22,27), la vanità (Sol. 24,4), figli o figlie (Ez. 24,25) […] del loro desiderio, […] del loro «godimento», che rimanda all’idea di nefeš come organo del gusto.
f) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Come si può notare dalla numerazione delle pagine del Wolff, Galimberti ha spigolato le frasette da contesti diversi, con acrobatico plagio pendolare, stravolgendo così il significato che esse hanno nelle argomentazioni del biblista tedesco, quindi, quello ammannito dal “grande filosofo” ai lettori, e agli studenti di Ca’ Foscari, è un turpe e cervellotico pasticcio, una sconcia impostura.  

8. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Come espressione delle necessità vitali, senza di cui l'uomo non può sopravvivere, la nefes finisce col coincidere con la vita, per cui nel Deuteronomio (12, 23) si dice: “Il sangue, questo è la nefes”, dove si compie l’identificazione tra sangue e vita che giova poi da fondamento alla prescrizione che impedisce di consumare insieme alla carne anche il sangue, cioè la vita.
8. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 28-29-30:
[…] nefeš indica l’organo delle necessità vitali, senza il cui soddisfacimento l’uomo non può sopravvivere, ne risulta che per un modo di pensare sintetico la nefeš indica in maniera evidente la vita stessa. […] lo dimostra inequivocabilmente la definizione che di  nefeš dà Deut. 12,23:

il sangue, questo è la nefeš.

E con ciò è compiuta la identificazione tra sangue e vita, che giova poi da fondamento alla prescrizione che impedisce di consumare assieme alla carne anche il sangue, vale a dire la vita.
g) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Pure qui Galimberti ha spigolato le frasette da pagine e contesti diversi, servendo un piatto tossico che inquina la mente dei lettori, perché le frasette rubate al Wolff, scippate dal loro contesto, e rimontate alla galimbertese, risultano castrate, quindi sterili e improduttive.

9. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Da questo succinto esame di passi biblici possiamo concludere che nefes non vuol dire anima, ma semplicemente la vita dell’uomo, nella sua indigenza, nel suo desiderio, nella sua vulnerabilità ed eccitabilità emoziona-le.
9. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 39-38:
Sal 42, 6

perché ti abbatti, anima mia, e gemi dentro di me?

Qui la nefeš è l’io stesso della vita […] nefeš indica dunque soprattutto l’uomo nella sua indigenza e nel suo desiderare, e questo include la sua vulnerabilità e la sua eccitabilità emozionale.
h) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Tragicomico è però qui l’incipit del cosiddetto “grande filosofo”:
- “Da questo succinto esame di passi biblici”,
con cui l’impostore induce a credere che lui avrebbe esaminato i “passi biblici” succitati, anche se succintamente, mentre è inoppugnabile e chiaro che quanto afferma in merito è falso, nonché imbevuto di ridicola spocchia, perché il Galimberti non ha fatto nessun “succinto esame di passi biblici”, dato che li ha tutti copiati a Wolff.  

10. Galimberti, Il corpo, pp. 58-59:
Del resto l’Antico Testamento non parla mai di una nefes di Jahvè, mentre parla di una nefes degli animali (Genesi, 2, 7), la cui vita, come quella degli uomini, è indigente e vulnerabile.
10. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 38:
Il fatto che nefeš indichi in maniera particolare l’uomo bisognoso, che anela alla vita e pertanto l’uomo vivo, con il che egli è ricondotto all’ambito degli animali, viene indirettamente anche confermato dal fatto che ampi strati dell’Antico Testamento evitano di parlare di una nefeš di Jahvè […].   
i) plagio e manipolazione alla galimbertese.
C’è tuttavia qui da rilevare un dato importante, perché Galimberti, per dissimulare il furto, non solo attorciglia e strozza il pensiero di Wolff, ma scrive decisamente il falso, inducendo così i lettori, nonché gli studenti di Ca’ Foscari, in un madornale errore.
Nella fattispecie, il cosiddetto “grande filosofo” ha scritto:
- “l’Antico Testamento non parla mai di una nefes di Jahvè”,
cioè per Galimberti, che va predicando su You tube che avrebbe “molto studiato la Bibbia”, nell’A.T. non si parla mai di “una nefes di Jahvè”, ma ciò è decisamente falso, innanzitutto perché il derubato Wolff ha scritto:
- “che ampi strati dell’Antico Testamento evitano di parlare di una nefeš di Jahvè”,
 quindi, il biblista tedesco, copiato da Galimberti, non ha scritto che nell’A.T. non si parla mai di “una nefes di Jahvè”, ma piuttosto che in tanta parte di esso si evita di “parlare di una nefeš di Jahvè”, che è quindi una cosa ben diversa.
Inoltre, Wolff precisa che
- “nefeš nel Vecchio Testamento viene riferito a Dio nel tre per cento scarso dei passi” [Antropologia dell’Antico Testamento, p. 40],
per cui quanto scritto da Galimberti non solo è scientificamente falso e scorretto, ma appare altresì come un’autentica asineria.     

11. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Infine, se mai ancora ci fossero dubbi, la nefes è tanto poco anima che muore col corpo, come ci dice Sansone sul punto di demolire le colonne della casa dei Filistei: “Muoia la mia nefes con tutti i Filistei” (Giudici, 15, 30).
11. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 38-36:
[…] il morire è una cosa che riguarda la nefeš. Per questo Sansone, sul punto di demolire le colonne della casa dei Filistei dice (Giud. 16,30):

Muoia io con tutti i Filistei!

Dove il pronome «io» è espresso ancora una volta con: «la mia nefeš».
l) plagio e manipolazione alla galimbertese.

12. Galimberti, Il corpo, p. 59:
E solo pensando la nefes come “vita” e non come “anima” si comprende l’espressione nefes met, che non sta a indicare un’anima morta, ma un corpo privo di vita, un cadavere, a cui, ad esempio, un nazireo, per tutto il tempo della sua consacrazione, non doveva accostarsi.
19. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 34:
Il concetto di nefeš, usato in questo senso si è ormai distinto dal concetto di vita; l’accento si è spostato sulla singola persona in quanto tale; in questo modo diventa comprensibile la espressione nefeš , che ricorre in Nu. 6,6. Essa non sta ad indicare un’anima morta, e nemmeno una vita uccisa, ma appunto una persona deceduta, un individuo morto, un cadavere; un Nazireo, lungo tutto il tempo della sua consacrazione non deve accostarsi ad esso. E’ degno di attenzione il fatto che in singoli passi, nefeš , anche senza essere accompagnato dalla espressione met (morto) indica ugualmente il cadavere di una persona umana (Nu. 5,2; 6,11; cfr. Nu. 19,11.13).
m) plagio e manipolazione alla galimbertese.

13. Galimberti, Il corpo, p. 59:
[…] ma carne (sarx), intesa come simbolo di caducità e di impotenza dell’uomo rispetto alla potenza (ruah) di Dio.
 13. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 48-49:
[…] ruaḥ in quanto onnipotenza divina si contrappone a bâśâr in quanto debolezza umana.

14. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Per l’uomo dell’Antico Testamento, infatti, la carne è positiva o negativa a seconda della sua fedeltà o infedeltà all'alleanza con Dio. È questo il rapporto che decide il senso della carne, e una conferma ce la offre il significato altamente positivo che bâsâr acquista nella promessa dove si dice: “Allontanerò dal loro petto il cuore di pietra, e darò loro un cuore di bâsâr” (Ezechiele, 11, 19).
14. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 42-45:
[…] bâśâr […] l’organo maschile. […] c’è da osservare che questo pregnante uso eufemistico di bâśâr non sbocca in senso positivo a rappresentare la forza generativa, bensì serve solo a chiarire l’infedeltà e l’impurità […].
Se bâśâr sottolinea la speciale affinità di tutti i viventi, allora di qui diventa comprensibile il significato meravigliosamente positivo che bâśâr acquista nella promessa di Ez. 11,19b (36,26b)

Io allontanerò dal loro corpo (bâśâr) il cuore di pietra
e darò loro un cuore di bâśâr (cioè un cuore di carne).

n) plagio e manipolazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Si fa notare che Galimberti usa grafie scorrette dei termini biblici, e dà così segno di non saper neppure copiare alla lettera le parole da Wolff, difatti, per esempio, laddove il biblista tedesco scrive:
- “bâśâr”,
passando per le mani di Galimberti si amputa in
- “bâsâr”.

15. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Come nefes designa il carattere indigente e bisognoso della vita umana, così bâsâr designa il carattere caduco e impotente che caratterizza questa vita quando diventa solo umana perché rompe la sua alleanza con la potenza (ruah) di Dio.
15. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 38-45:
Qui la nefeš è l’io stesso della vita […] nefeš indica dunque soprattutto l’uomo nella sua indigenza […] l’uomo bisognoso […]. Bâśâr caratterizza altrimenti la vita umana in generale in quanto debole e caduca in se stessa.
o) plagio e manipolazione alla galimbertese.

16. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Le esperienze veterotestamentarie che fan¬no esplicito riferimento alla debolezza della carne non si riferiscono quindi alla caducità di una componente umana, la carne appunto, ma alla debolezza dell’uomo che tutto intero si erge nella sua solitudine, rompendo ogni rapporto con Dio: “Maledetto l’uomo che confida negli uomini, e fa di bâsâr il suo braccio. Benedetto l’uo¬mo che confida in Dio” (Geremia, 17, 5-7).
16. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 46:
Perciò mai bâśâr vien detto di Dio; al contrario molto spesso bâśâr sta come qualcosa di tipicamente umano in contrasto al Dio di Israele. Ger. 17,5.7 pone in antitesi:

Maledetto l’uomo che confida negli uomini
e fa di bâśâr il suo braccio...
Benedetto l’uomo che confida in Dio.

[…] In questi casi bâśâr descrive sempre la limitata e insufficiente potenza umana, contrapposta alla superiore potenza di Dio, la sola degna di fede.
p) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È doveroso far notare qui che questo passo Galimberti l’ha riportato ne Il corpo da p. 90 di Psichiatria e fenomenologia [v. Ezio Mauro e l’asinus in cathedra], inserendo però un notevole “scatto di novità”, ideato forse per adattare il passo al nuovo contenitore?, chissà, sta però il fatto che laddove ne Il corpo si legge:
- “Le esperienze veterotestamentarie che fanno esplicito riferimento”,
in Psichiatria e fenomenologia sta scritto invece:
- “Le espressioni veterotestamentarie che fanno esplicito riferimento”.
E a chiunque è evidente che “espressioni” ed “esperienze” non sono per niente dei sinonimi, ma per Galimberti, ormai si sa, tutto fa brodo.      

17. Galimberti, Il corpo, pp. 59-60:
La caducità e l’impotenza di bâsâr sono quindi la caducità e l’impotenza dell’uomo che si isola da Dio per fidarsi delle sole sue forze. Ma questa separazione, che è poi la rottura dell’alleanza, è l’essenza del peccato, e così l’idea di peccato incomincia ad associarsi a quella della carne, non perché la carne è cattiva come si pensava nel mondo greco, ma perché la tradizione veterotestamentaria aveva fatto della carne il simbolo della pretesa umana all’autonomia e all’indipendenza da Dio. In questo senso, e solo in questo senso, Paolo di Tarso potrà dire: “Nella mia carne non abita il bene” (Lettera ai Romani, 7, 5, 18).
17. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 46-47:
In sé e per sé bâśâr è l’uomo in quanto caduco, […] davanti a Dio che è santo, l’uomo in quanto bâśâr non è solo un essere caduco, bensì anche un essere incline al peccato […]. Nello scritto sacerdotale il giudizio del diluvio si espande su kol-bâśâr, poiché «ogni carne» come tale «aveva corrotto la sua via sulla terra» (Gen. 6,12). Perciò è anche «ogni carne», che porta il peso dei peccati davanti a Dio (Sal. 65,3 s.). […] all’interno dell’Antico Testamento bâśâr non significa soltanto la mancanza di forza della creatura mortale, bensí anche la sua debolezza nella fedeltà e nell’obbedienza al volere di Dio. […] I testi di Qumran, che parlano della «carne di colpa» […] conduce al riconoscimento paolino che «nella mia carne non abita il bene» (Rom. 7,5.18).
q) plagio e manipolazione alla galimbertese.

18. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Ma qui occorre notare che il leb conosce non perché sviluppa capacità razionali come la phrénes greca, ma perché si dispone all’ascolto. “Il leb intelligente e l’orecchio dei savi cercano il sapere” (Proverbi, 18, 15), dove l’accostamento cuore-orecchio lascia intendere che per l’Ebreo dell’Antico Testamento la conoscenza non è qualcosa che l’uomo può raggiungere con la ricerca della sua mente, ma qualcosa che ottiene in dono se col cuore si dispone all’ascolto.
18. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 68-69-68:
Questa piena conoscenza proviene da un ascolto attento. […]. Per la ragione che è in ricerca, «cuore» e «orecchie» vanno inscindibilmente unite (Prov. 18, 15):

il cuore intelligente e l’orecchio dei savi cercano il sapere.

[…] gli sia concesso un cuore disponibile all’ascolto (1 Re 3,9-12) ed è proprio nella sua disponibilità all’ascolto che il cuore è sapiente e giudizioso.
r) plagio e manipolazione alla galimbertese.

19. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Come tutti i concetti veterotestamentari dal significato specificamente antropologico, anche il leb non è in sé buono, ma è buono solo se si decide per Dio al punto che “chi confida nel proprio leb è uno stolto, / mentre colui che cammina nella sapienza sarà salvo” (Prov., 28, 26). Nella decisione si esprime la volontà come con-versione, come quel volgersi o rifiutarsi al Signore.
19. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 79-72-77-78-75:
[…] «cuore»; il concetto antropologico […] Bibbia […] vengono giudicati se essi abbiano o no il loro cuore completamente con Jahvè […]. In Prov. 28,26 […]:

chi confida nel suo cuore è uno stolto.
Ma colui che cammina nella sapienza sarà salvo.

[…] chiama ad una «conversione con tutto il vostro cuore» […] decisione della volontà […]. Poiché è nel cuore che si compie la decisione tra la seduzione e la fedeltà […].
s) plagio e manipolazione alla galimbertese.

20. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Ebbene, anche la decisione della volontà avviene nel leb come ci mostra lo stolto del Salmo 14, 1 “che disse nel suo leb: Dio non c’è”. “Stolto” qui significa che ha voltato le spalle alla Sapienza, che ha chiuso l’orecchio alla sua Parola, che s’è fidato solo del suo leb, che ha dimenticato che “il leb dell’uomo determina la sua vita, / ma è il Signore che dirige i suoi passi” (Prov., 16, 9).
20. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 78-72-73-74:
[…] decisione della volontà […] l’empio pensa di trarre delle conclusioni del tutto ragionevoli quando in cuor suo dice: «Dio non c’è» (Sal. 14,1) […]. Prov. 16,9 descrive quali siano i limiti e quali il compimento di questi piani

il cuore dell’uomo determina la sua vita,
ma è il Signore che dirige i suoi passi.

t) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare qui che laddove per Wolff è “l’empio”, che “in cuor suo dice: «Dio non c’è»”, Galimberti lo trasmuta in “stolto”.

21. Galimberti, Il corpo, p. 61:
La dipendenza dal Signore è così sentita che Ezechiele (11, 19) riconosce che l’uomo da solo non può rinnovare il suo leb, e perciò a nome di Dio promette: “Allontanerò dal loro petto il leb di pietra e darò loro un leb di :\ carne”. Leb di pietra è il leb morto, il leb che, avendo perso ogni recettività, rende tutte le altre membra incapaci di vivere. Il leb di carne è invece il leb vivo, disposto alla Sapienza e perciò capace di indurre a un agire nuovo.
21. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 78:
Il profeta Ezechiele riconosce che l’uomo non ha capacità di rinnovare il proprio cuore ed egli a nome del suo Dio promette (l1,19; cfr. 36,26):

darò loro un altro cuore,
e metterò nel loro intimo un ruaḥ nuovo;
toglierò dal loro petto il leb di pietra,
e darò loro un leb di carne.

Cuore di pietra è il cuore morto (cfr. 1 Sam. 25,37), il cuore ha perso ogni recettività, e rende tutte le altre membra incapaci di funzionate. Il cuore di carne è al contrario il cuore vivo, pieno di intelligenza, che è insieme capace di indurre ad un agire nuovo.
u) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Per esempio, al fine di dissimulare il plagio, laddove Wolff ha scritto:
- “il cuore vivo, pieno di intelligenza”,
il Galimberti l’ha trasmutato in
- “leb vivo, disposto alla Sapienza”.

22. Galimberti, Il corpo, p. 61:
[…] per la tradizione biblica non c’è un’anima naturalmente buona e un corpo naturalmente cattivo, perché le cose visibili e corporee sono creazione divina allo stesso modo di quelle invisibili […].
22. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 33-31:
[…] la distinzione non significa opposizione, nel senso che l’uomo interiore sia naturalmente buono e l’uomo esteriore sia naturalmente cattivo. […] Le cose visibili, corporee, sono creazione divina allo stesso modo delle cose invisibili.

23. Galimberti, Il corpo, p. 62:
[…] Dio, che, come supremo significante, dispone in opposizione polare l’ordine dei significati, separando il bene dal male, la vita dalla morte, la carne dallo spirito. In Dio si interrompe lo scambio simbolico, non più la reversibilità dei doni, ma il dono senza contro-dono, che è poi la forma e l’essenza del potere […].
23. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 143:
6. Dio è quello che mantiene separati il significante e il significato, il bene e il male, è quello che mantiene separati l’uomo e la donna, i vivi e i morti, il corpo e lo spirito, l’Altro e l’Identico, ecc. - più generalmente, è quello che mantiene lo scarto fra i poli di qualsiasi opposizione distintiva - e quindi anche tra inferiori e superiori, tra bianchi e negri. Quando la ragione si fa politica, quando cioè l’opposizione distintiva si risolve in potere e si sbilancia a vantaggio d’uno dei due termini, Dio è sempre da quella parte.
v) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare che Galimberti ha plagiato e manipolato quanto Baudrillard ha scritto in nota. Da vero parassita, sugge ogni umore che gli aggrada.

24. Galimberti, Il corpo, p. 62:
La vita ha la sua origine in Dio “il Vivente” (Deuteronomio, 5, 23) che l’ha partecipata all’uomo nel momento in cui “alitò nelle sue narici un soffio vitale (ruah)” (Genesi, 2, 7). La vita, e non solo dell’uomo ma anche dell’animale […].
24. Marranzini, Anima e corpo, p. 369:
[…] l’«anima» è segno della vita, sorgente ne è Dio col suo ruāh, forza creatrice dell’universo  e trasformatrice dell’uomo. Questo è ruāh solo in quanto Dio glielo comunica. […]. Gn 2,7: «[…] soffiò nelle sue narici un alito di vita […]». [..] il respiro concesso da Dio agli uomini e agli animali […].  
z) plagio e manipolazione alla galimbertese.

25. Galimberti, Il corpo, pp. 62-63:
Il rapporto vita, alleanza e ruah divina, che poi i Settanta tradurranno con pneûma o spirito, deve essere tenuto presente come il primo polo di quella dialettica cosmica che ha come sua antitesi la morte, il peccato e la carne.
25. Marranzini, Anima e corpo, p. 370:
Nel Nuovo Testamento il termine pneuma riprende i significati del ruāh veterotestamentario […]. Per Paolo lo pneuma, da lui adoperato 146 volte in antitesi a sarx indicante debolezza, e la mortalità, e la sua solidarietà col peccato […].

26. Galimberti, Il corpo, p. 63:
Per effetto di questi rapporti, la vita, in tutte le forme in cui si esprime, assume i toni del sacro, per cui non solo è vietato l’omicidio, compreso quello di Caino (Genesi, 4, 11-15), ma è vietato anche cibarsi della carne dell’animale prima che ne sia fatto uscire tutto il sangue, perché “la vita della carne è il sangue” (Levitico, 17, 11), sede della “nefes che respira” (Genesi, 9, 4), e mezzo per entrare in contatto con Dio nei sacrifici (Levitico, 17, 11-14). Chi dunque lede il corpo dell’uomo lede 1’immagine di Dio, perché il corpo dell’uomo è carne vivificata dalla sua ruah, per cui “il sangue versato grida a Lui dalla terra” (Genesi, 4, 10).
26. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 86-87-30-87-86:
[…] il pensiero giuridico-sacrale riunisce tutti i misfatti di sangue, commessi sia nell’ambito cultico-rituale sia nell’ambito sociale. […] sangue, […] la vita dell’assassinato è uscita, e che grida vendetta […]. In ogni caso gustare del sangue mentre si mangia la carne è proibito […] stretta connessione la nefeš come vita, con il sangue[…] Lev. 17,11 […]:

la nefeš della carne risiede nel sangue.

[…]. Il versamento del sangue umano viene particolarmente messo in risalto come delitto contro l’«immagine di Dio». […] il sangue versato ed esposto fa salire il suo grido dalla terra (Gen. 4,10).
aa) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Galimberti dà qui un’altra stupefacente prova delle sue doti di acrobatismo plagiatorio. Le frasette strappate a Wolff sono sparse ancora qua e là, a iterare sempre gli stessi concetti farciti coi suoi cervellotici “scatti di novità”, ma la carne (bâśâr) nonché il respiro (nefeš) appartengono al biblista tedesco. Al ciarlosofo vanno attribuite soltanto le esalazioni del suo pensiero-mastice, tossico e inquinante.

27. Galimberti, Il corpo, p. 64:
[…] perché l’onnipotenza di Dio non può accettare il contro-dono dell’uomo e perciò manda suo figlio che è uno con Lui. “L’anima mia è triste fino alla morte, restate qui e vigilate” (Marco, 14, 34). A differenza di Socrate, Gesù ha paura. Non degli uomini che lo uccideranno, né dei dolori che precederanno la morte, Gesù ha paura della morte in sé, la nemica di Dio.
27. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 21-22-23:
Gli evangeli sinottici sono concordi fra loro, grosso modo, su ciò che riguarda l’evento del Getsemani. Gesù comincia a «tremare e a essere preso dall’angoscia», scrive Marco (14,34). «La mia anima è afflitta fino alla morte», dice ai suoi discepoli. Gesù […]. Ha paura […] non degli uomini che lo uccidono né dei dolori che precedono la morte, ma ha paura della morte in sé. […] la nemica di Dio, […].

28. Galimberti, Il corpo, p. 64:
È perfettamente inutile voler eliminare dal racconto evangeli¬co, con interpretazioni artificiose, questa paura di Gesù.
28. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 22:
È perfetta¬mente inutile voler eliminare dal racconto evangelico, con interpretazioni artificiose, questa paura di Gesù.

29. Galimberti, Il corpo, p. 64:
I nemici del cristianesimo, che già nell’antichità sottolineavano il contrasto tra la morte di Gesù e quella di Socrate, qui hanno visto meglio dei commentatori cristiani. Gesù trema davvero dinanzi alla grande nemica di Dio e non ha nulla della serenità di Socrate che con calma va incontro alla “grande amica”.
29. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 22:
I nemici del cristianesimo, che già nell’antichità rivelavano il contrasto fra la morte di Socrate e quella di Gesù, hanno visto qui meglio dei commentatori cristiani. Gesù trema davvero dinanzi alla grande nemica di Dio. Non ha nulla della serenità di Socrate che con calma va incontro alla morte, la grande amica.

30. Galimberti, Il corpo, p. 64:
“Abba! Padre, tutto ti è possibile, allontana da me questo calice” (Marco, 14, 36). E il calice della morte con cui non è possibile “fare libagioni”. (n. 4) Se veramente la morte è nemica di Dio, bere quel calice significa separarsi da Dio, non essere più nelle sue mani, ma in quelle della sua grande nemica; perciò l’urlo dalla croce: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Marco, 15, 34).
30. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 22-23-24:
Ma ora che il nemico di Dio è dinanzi a lui, egli implora il Padre, di cui conosce l’onnipotenza: «Tutto è possibile a te, fa che questo calice si allontani da me» (Mc. 14,36). […] rientra per così dire nella natura stessa della morte ch’essa lo separi da Dio. Mentre è nelle sue mani, non è più nel le mani di Dio, ma della sua nemica. […] grida con le parole del salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» […].

31. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Incapace di sostenere questa solitudine nel Getsemani, Gesù non cerca so¬lo la presenza di Dio, ma anche quella dei discepoli. Continuamente interrompe la sua preghiera per raggiungerli e vederli nel sonno.
31. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 23:
In quel momento, poi, egli non cerca soltanto l’esistenza di Dio, ma anche quella dei discepoli. Continuamente egli interrompe la sua preghiera e raggiunge i suoi discepoli più cari, che cercano di lottare contro il sonno […] ma non ci riescono […].

32. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Vuole sentirsi circondato dalla vita, e se non può far conto sulla sua, almeno su quella dei discepoli. “Non potete vegliare un’ora con me?” (Marco, 14, 37).
32. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 23:
Vuole sentirsi circondato dalla vita, dalla vita che è nei discepoli: «Non potete vegliare un’ora con me? ».

33. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Poi la scena della morte. Con calma Socrate beve la cicuta, mentre Gesù emette un grido inarticolato (Marco, 15, 37), una lacerazione. Non più la morte “amica dell’anima”, ma la morte in tutto il suo orrore.
33. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 24:
Poi, la stessa scena della morte. Con calma sovrana Socrate beve la cicuta; Gesù, […] muore emettendo un alto grido inarticolato (Mc. 25,37). Non è più la morte amica dell’uomo, ma la morte in tutto il suo orrore.

34. Galimberti, Il corpo, pp. 64-65:
Qui si apre l’abisso tra il pensiero greco da un lato e la tradizione giudaico-cristiana dall’altro, tra la dottrina dell’immortalità dell’anima e la fede nella resurrezione dei corpi.
34. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 24-25:
Qui si apre l’abisso fra il pensiero greco da un lato, e la fede giudaica e cristiana dall’altro […] la differenza radicale fra la dottrina greca dell’immortalità dell’anima e la fede cristiana nella risurrezione. […].

35. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Questa fede è possibile solo là dove la morte, e non il corpo, è concepita come nemica di Dio, per cui non si dà salvezza senza una vittoria sulla morte. Questa vittoria Gesù non può riportarla continuando semplicemente a vivere come anima immortale, quindi, in fondo senza morire.
35. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 25-26:
Là ove la morte viene concepita come la nemica di Dio, non può esservi «immortalità» senza un’opera ontica del Cristo, senza una storia della salvezza, di cui la vittoria sulla morte è centro e fine. Quella vittoria, Gesù non può riportarla semplicemente continuando a vivere come anima immortale, quindi in fondo senza morire.

36. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Egli può vincere la morte solo morendo davvero. Scendendo agli inferi, […].
36. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 26:
Egli non può vincere la Morte che morendo davvero, entrando nel regno stesso della Morte […].

37. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Ma è un attimo, un attimo mitico. Il cristianesimo si attesterà sulla resurrezione, sulla vittoria della vita sulla morte, in quella rinnovata opposizione che fa della vita un valore assoluto e della morte la sua negazione [...].
37. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 27:
[…] il pensiero del Nuovo Testamento siano dominati dalla fede nella risurrezione. […] L’im-mortalità è in fondo un concetto negativo: l’anima non muore (continua semplicemente a vivere). La risurrezione, invece, è un concetto positivo […].

38. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Solo così si può comprendere la parola di Paolo che è in tutto coerente alla tradizione veterotestamentaria: “La morte è stata distrutta. Dov’è morte la tua vittoria? Dov’è morte il tuo pungiglione?” (Prima lettera ai Corinti, 15, 34).
38. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 28:
Chi non ha provato l’orrore della morte, non può cantare insieme con Paolo l’inno della vittoria: «La morte è stata distrutta: vittoria! Dov’è morte, la tua vittoria? Dov’è, morte, il tuo pungiglione? (Cor. 15,54 s.).

39. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Parallelamente alla segregazione della morte, si sviluppa il concetto di immortalità, che è una specie di equivalente generale dove i sacrifici di questa vita vengono compensati nell’altra, in quell’economia della salvezza che sembra ricalcata sull’economia politica, tanto è radicato in entrambe il concetto di “valore”, che risulta dall’accumulo di ciò che è stato sottratto allo scambio simbolico.
39. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 140-142:
Parallelamente alla segregazione dei morti, si sviluppa il concetto d’immortalità […]. L’immortalità non è che una specie di equivalente generale […] l’esigenza del sacrificio di questa vita e il riscatto della ricompensa nell’altra […] processo d’accumulazione dell’economia politica […] rottura dello scambio simbolico […].

40. Galimberti, Il corpo, p. 65:
[…] nel Libro di Giobbe dove traspaiono i primi dubbi circa la corrispondenza esatta tra fedeltà e fortuna da un lato ed empietà e sfortuna dall’altro.
40. Barbaglio, Risurrezione e immortalità, p. 122:
[…] in tutto il libro di Giobbe che l’antica credenza nella corrispondenza esatta su questa terra di fedeltà e fortuna e di empietà e sfortuna non si sostiene più.

41. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Interrompendo lo scambio tra la vita e la morte, che è poi l’operazione stessa del simbolico, il potere di Dio, e di quanti in nome suo lo esercitano, può esprimersi nel controllo tra le due rive; un controllo che non la negazione dell’ateo, ma la reversibilità simbolica può smantellare, restituendo la vita alla morte.
41. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 143:
[…] la prima separazione è quella della vita e della morte. Quando si dice che il potere “tiene la barra”, non è una metafora: esso è questa barra tra la vita e la morte, questo decreto che interrompe lo scambio della vita e della morte, questo pedaggio e questo controllo tra le due rive […]. La vita restituita alla morte, è l’operazione stessa del simbolico.
bb) plagio e manipolazione alla galimbertese.

42. Galimberti, Il corpo, pp. 65-66:
La realtà della vita, riproposta nella rinascita del battesimo e riaffermata nell’evento della resurrezione, deriva dalla sua disgiunzione dalla morte.
42. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
L'atto iniziatico è l’inverso del nostro principio di realtà. Esso mostra che la realtà della nascita proviene esclusivamente dalla separazione della nascita e della morte. Che la realtà della stessa vita deriva solo dalla disgiunzione della vita e della morte.
cc) plagio e manipolazione alla galimbertese.

43. Galimberti, Il corpo, p. 66:
Il suo valore non è dunque una realtà, ma un effetto strutturale derivante dall’opposizione dei due termini […].
43. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
L’effetto di realtà non è quindi ovunque che l’effetto strutturale di disgiunzione tra due termini […].

44. Galimberti, Il corpo, p. 66:
Il simbolico è ciò che mette fine a questo codice della disgiunzione, per la semplice ragione che nell’operazione simbolica i due termini perdono lo spessore della loro realtà, non essendo questo se non l’immaginario dell’altro termine.
44. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
Il simbolico è ciò che mette fine a questo codice della disgiunzione […]. Nell’operazione simbolica, i due termini perdono il loro principio di realtà. Ma questo principio di realtà non è mai che l’immaginario dell’altro termine.
dd) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa rilevare qui l’allucinante “scatto di novità” ideato dal “filosofo grandissimo” per camuffare la rapina al francese, per cui, dove Baudrillard ha scritto:
- “i due termini perdono il loro principio di realtà”,
l’impostore Galimberti l’ha trasmutato in
- “i due termini perdono lo spessore della loro realtà”,
ma è così evidente che l’argomentazione del francese ne esce stravolta e sfigurata, inquinando altresì la mente di chi legge di cervelloticherie.  

45. Galimberti, Il corpo, p. 66:
La morte, infatti, non è l’opposto della vita, ma un suo aspetto […]. L’opposizione è una nostra costruzione, e il fantasma della morte è il prezzo che paghiamo per vivere la vita come valore assoluto.
45. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
La morte è un aspetto della vita. […] Ogni termine della disgiunzione esclude l’altro […]. Lo stesso vale per la vita e per la morte nel sistema nel quale ci troviamo: il prezzo che paghiamo per la “realtà” di questa vita, per viverla come valore positivo, è il fantasma continuo della morte.
ee) plagio e manipolazione alla galimbertese.

46. Galimberti, Il corpo, p. 66:
I primitivi non si concedevano a questa opposizione, non perché erano “animisti” come noi oggi li definiamo, ma perché, nel loro pensiero simbolico, non privilegiavano né l’uno né l’altro termine, perché semplicemente non facevano questa distinzione.
46. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
In opposizione a questo, i primitivi non sono caduti, come si suol dire, nell’“animismo”, cioè nell’idealismo del vivente, nella magia irrazionale delle forze: essi non privilegiano né l’uno né l’altro termine, per la ragione che non fanno semplicemente questa distinzione.

47. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Cresciuto sul motivo della sopravvivenza della vita e sulla separazione del mondo terreno da quello celeste, (n. 5) il cristianesimo vigila gelosamente su questa distanza che, se sparisse, determinerebbe la fine della sua presenza storica.
47. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
La Chiesa s’è istituita d’un tratto sulla separazione della sopravvivenza dalla vita, del mondo terreno dal Regno dei Cieli. Essa la vigila gelosamente, perché se questa distanza sparisse, sarebbe la fine del suo potere.
ff) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare la depistante nota n. 5, con cui Galimberti rinvia a:
- “Agostino di Tagaste, De civitate Dei (413-426); tr. it. La città di Dio. Rusconi, Milano 1984.”,
che non c’entra niente, dunque è un deliberato imbroglio.
E poi il cervellotico “scatto di novità” architettato dal ciarlosofo per camuffare il furto a Baudrillard. Difatti, laddove il francese ha scritto:
- “se questa distanza sparisse, sarebbe la fine del suo potere.”
L’impostore l’ha trasmutato in
- “distanza che, se sparisse, determinerebbe la fine della sua presenza storica.”
Ora, “potere” e “presenza storica” rinviano a due concetti ben diversi, perché si può avere presenza storica, senza tuttavia avere alcun potere.
Ma forse queste distinzioni comportano ragionamenti troppo complicati per un ladrone e rabberciatore delle idee altrui, qual è Galimberti.

48. Galimberti, Il corpo, p. 67:
E una fede, quella dell’eternità differita, che il cristianesimo ha faticato a imporre. Lo stesso Paolo, all’inizio della sua predicazione, condivideva la credenza, diffusa nei primi cristiani, circa la realizzazione immediata del regno dei cieli […].
48. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
La Chiesa vive dell’eternità differita […] ma ha fatto fatica ad imporla. Tutto il cristianesimo primitivo, e più tardi il cristianesimo popolare, messianico ed eretico vive della speranza della parusia, dell’esigenza della realizzazione immediata del Regno dei Cieli.
gg) plagio e manipolazione alla galimbertese.

49. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Caduta la speranza di una risoluzione pura e semplice della morte attraverso l’assunzione immediata in cielo, il cristianesimo pose l’eternità differita a fondamento della sua economia politica della salvezza individuale, mediante accumulo di opere di bene con relativo bilancio finale e sue equivalenze.
49. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
[…] la loro visione implica la risoluzione pura e semplice della morte nella volontà collettiva di un’eternità immediata […]. Contro l’abbagliamento terreno delle comunità, la Chiesa impone una economia politica della salvezza individuale. […] mediante l’accumulazione delle opere e dei meriti […] con il suo bilancio finale e le sue equivalenze.
hh) plagio e manipolazione alla galimbertese, dalle cui mani il pensiero di Baudrillard ne esce falcidiato e stravolto.

50. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Ma proprio qui dove si in¬terrompe la scambio simbolico e si dà inizio al processo di accumulazione, la morte, da “grande nemica”, diventa la grande alleata del “Vivente”, il cui regno passa veramente al di là della morte, davanti alla quale ognuno si trova solo.
50. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 159-160:
È allora, come sempre quando appare; un processo d’accumulazione, che la morte sorge veramente all’orizzonte della vita. È allora che il Regno passa veramente dall’altra parte della morte - davanti alla quale ognuno si ritrova solo.
ii) plagio e manipolazione alla galimbertese.

51. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Se il cristianesimo si trascina dietro un fascio di sofferenza, di solitudine e di mortificazione è perché nell’economia della salvezza la santificazione si ottiene col sacrificio del corpo che sarà valutato nel giorno della sua morte.
51. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 160:
Se il cristianesimo si trascina dietro un fascino della sofferenza, della solitudine e della morte, è nella misura stessa della sua universalità, che implica la distruzione delle comunità arcaiche.
ii) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È chiaro che dalla ciarlosofica contraffazione di Galimberti, il pensiero di Baudrillard ne esce alticcio e sfigurato.
Si fa notare, per esempio, il vertiginoso “scatto di novità” partorito dalla turpe e abissale mente dell’impostore, difatti, laddove il francese ha scritto:
- “un fascino della sofferenza, della solitudine e della morte”,
il parassita Galimberti l’ha trasmutato in
- “fascio di sofferenza, di solitudine e di mortificazione”.
Ora, benché “fascio” sia un tralcio della stessa radice da cui deriva pure “fascino”, tuttavia, nella fattispecie, dicono cose ben diverse, in quanto, per il francese,
- “Se il cristianesimo si trascina dietro un fascino della sofferenza […]”,
fascino è da intendersi come attrazione per la sofferenza ecc.
Mentre Galimberti, modificandolo in
- “Se il cristianesimo si trascina dietro un fascio di sofferenza”,
induce a intendere fascio come quantità di sofferenza ecc., perché siffatta modifica è funzionale alla sua “economia della salvezza”, cosa che tuttavia non gli è riuscito, perché è ormai a tutti evidente che Galimberti è un vile impostore e merita perciò di essere condannato senza appello.   
     
52. Galimberti, Il corpo, pp. 67-68:
Negata come grande mietitrice, la morte ricompare nel cristianesimo in un modo più terribile, come soglia del giudizio; un giudizio che, quotidianamente anticipato nel corso della vita, non consente a questa di esprimersi se non come angoscia di morte.
52. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 160:
La sua scomparsa nell’immaginario non è che il segno della sua interiorizzazione psicologica, quando la morte cessa d’essere la grande mietitrice per diventare l’angoscia della morte.
ll) plagio e manipolazione alla galimbertese.

53. Galimberti, Il corpo, p. 68:
[…] la morte diventa l’equivalente generale […].
53. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 161:
Perché l’equivalente generale è la morte.

54. Galimberti, Il corpo, p. 68:
A questo proposito non sono rimedi quelli proposti dall’ateismo scientifico e da quello sociologico, che tendono all’occultamento della morte, sostituendo al fantasma ultraterreno quello del progresso e della liberazione.
54. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 161:
Contraddizione del capitalismo? No, il comunismo è in questo solidale con l’economia politica, dato che anch’esso mira all’abolizione della morte, secondo il medesimo fantasma di progresso e di liberazione […]
mm) plagio e manipolazione alla galimbertese.
   
55. Galimberti, Il corpo, p. 68:
Non ci si libera infatti del valore esorcizzando la morte, perché quando si sopprime l’ambivalenza, quando si interrompe la reversibilità simbolica, si entra nella logica dell’accumulazione della vita come valore, e quindi nel processo equivalente della produzione della morte.
55. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
Nessun’altra cultura conosce questo vicolo cieco: quando cessa l’ambivalenza della vita e della morte, quando cessa la reversibilità simbolica della morte, si entra in un processo di accumulazione della vita come valore - ma allo stesso tempo si entra anche nel campo della produzione equivalente della morte.
nn) plagio e manipolazione alla galimbertese.

56. Galimberti, Il corpo, p. 68:
Forse per questo la metafisica dell’Occidente, cresciuta su quella logica disgiuntiva che è nata dal dissolvimento della reversibilità simbolica, è percorsa, a partire dal platonismo e dal cristianesimo fino all’odierno concetto psicoanalitico di “pulsione di morte”, dal lavoro del lutto.
56. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
È questo lavoro del lutto che alimenta la metafisica occidentale della morte a partire dal cristianesimo, e fino nel concetto metafisico di pulsione di morte.
oo) plagio e manipolazione alla galimbertese.



 Conclusioni


 Da quanto su documentato risulta che il cap. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, de Il corpo, è fabbricato per circa l’80% con plagi e manipolazioni, mentre il resto, incluse tutte le citazioni, sono comunque cose spigolate dal ladrone nei campi degli autori plagiati, e poi adulterate alla galimbertese, quindi un altro dei deliberati imbrogli dell’impostore.
Di Galimberti, quindi, non c’è in pratica niente, perché ciò che dalle sue pagine esala è sempre il solito puzzo del suo pensiero-mastice.   



Il corpo cap. 16

Plagi di Galimberti a G. W. F. Hegel, Roland Barthes, Andrè Leroi-Gourhan, René König

Con il saccheggio di:

- Estetica, Tomo secondo, G. W. F. Hegel, Einaudi, Torino 1967, 1997;
- Il sistema della moda di Roland Barthes, Einaudi Torino 1970;
- Il gesto e la parola di Andrè Leroi-Gourhan, vol. I: Tecnica e linguaggio, vol. II: La memoria e i ritmi, Einaudi Torino 1977;
- Il potere della moda di René König, Liguori Napoli 1976, 1992;

il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:

- Le vesti del corpo e il sistema della moda, par. 9, cap. II, de Il corpo di U. Galimberti, Feltrinelli Milano 1983, prima edizione in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”.
Per la dimostrazione dei plagi e delle altre manipolazioni, ci si servirà dell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» –  SAGGI ottobre 2002” de Il corpo di U. Galimberti, cap. 16. Le vesti del corpo e il sistema della moda.



Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 197:
Adamo ed Eva, che si aggiravano nel paradiso terrestre in ingenua nudità, non appena gustarono il pomo della sapienza “s’accorsero d’essere nudi e ne provarono vergogna”.(n. 1)
1. Hegel, Estetica, Tomo secondo, p. 831:
Adamo ed Eva, prima che avessero gustato il pomo della sapienza, si aggiravano per il Paradiso in ingenua nudità, ma appena si svegliò in loro la coscienza spirituale, si accorsero di essere nudi e si vergognarono della loro nudità.
a) con la n. 1, Galimberti rinvia a Genesi 2,7, il plagio però è evidente, come la “rielaborazione” per camuffare il furto, difatti, laddove Hegel ha scritto:
- “si svegliò in loro la coscienza spirituale”
Galimberti l’ha trasmutato nella succosa immagine:
- “non appena gustarono il pomo della sapienza”,

2. Galimberti, Il corpo, p. 197:
E’ una vergogna che non nasce dalla nudità del loro corpo, ma dallo sguardo di Dio che li mette a nudo.
2. Sartre, L’essere e il nulla, pp. 337-338:
E’ la vergogna davanti a Dio, cioè il riconoscimento della mia oggettità di fronte a un soggetto che non può mai diventare oggetto […].

3. Galimberti, Il corpo, pp. 199-200:
Ciò che il pudore difende non è lo spirito dalla volgarità del corpo, ma la vita del corpo dall’inerzia della carne […].
3. Sartre, L’essere e il nulla, p. 453:
L’osceno appare quando il corpo adotta degli atteggiamenti che lo spogliano del tutto del suoi atti e che rivelano l’inerzia della carne.
b) qui Galimberti ha usato un’altra delle sue tecniche manipolative, vale a dire un’inversione dei termini, pertanto, se con “L’osceno appare”, al contrario “il pudore difende” e copre…    

4. Galimberti, Il corpo, p. 200:
L’episodio di Jole, narrato da Erodoto e ripreso da Hegel nelle pagine dell’Estetica dedicate all’abbigliamento,(n. 5) è molto significativo in proposito. Candaule, re dei Lidi, offre la sua sposa nuda alla vista di Gige, suo alabardiere, per mostrargli che è la più bella donna del mondo. Ma Jole, la sposa, vedendo Gige nascosto nella camera da letto sgusciare dalla porta, ne prova vergogna. L’indomani, irata, lo convoca e per riparare l’onta dovuta al fatto che l’alabardiere ha visto quello che non avrebbe dovuto vedere, gli offre un’alternativa: o uccide il re e si impossessa di lei e del regno, oppure muore. Gige sceglie la prima soluzione e, dopo aver ucciso il re, sale al trono e al ta¬lamo della regina.
4. Hegel, Estetica, Tomo secondo, pp. 831-832:
Infatti Erodoto (op. cit., 10), raccontando come Gige era giunto al trono, dice che presso i Lidi e presso gli altri barbari, era grave onta esser visto nudo, anche se si trattava di un uomo, e come prova porta la storia della moglie di Candaule, re dei Lidi. Infatti questi offre la sposa nuda alla vista di Gige, suo alabardiere e favorito, per convincerlo che è la piú bella donna del mondo. Ma ella, a cui la cosa doveva restare segreta, ha tuttavia sentore della vergogna, giacché vede Gige, che era nascosto nella camera da letto, sgusciar dalla porta. Il giorno seguente, irata, fa venire Gige in sua presenza e gli dichiara che, poiché il re le ha fatto quell’onta e lui ha visto quel che non avrebbe dovuto vedere, gli lascia solo questa scelta, o uccidere per punizione il re ed impossessarsi di lei e del regno, oppure morire. Gige sceglie la prima alternativa e dopo l’uccisione del re ascende al trono e al talamo della vedova.
c) con la n. 5, Galimberti rinvia a:
“Erodoto, Le storie, Libro I, 7-13, Sansoni, Firenze 1967, pp. 5-6. G.W.F. Hegel, Estetica, cit., pp. 978-979.”
Ma come si può cogliere chiaramente dal raffronto, ciò che Galimberti scrive sulla storia di Gige è ricalcato su quanto sunteggiato da Hegel.
Eppure, ne Il viandante della filosofia, conversando con il devoto Alloni, il Galimberti gli confidò di essere “uno che è bravo a riassumere” [Umberto Galimberti con Marco Alloni, Il viandante della filosofia, p. 90, Aliberti editore, Reggio Emilia 2011.], ma da quanto su riportato è evidente che il viandante, appartato in qualche trivio, ha copiato il “riassunto” a Hegel.
5. Galimberti, Il corpo, p. 203:
Ogni variazione delle vesti del corpo rinvia infatti a una variazione del mondo, quando “l’accessorio fa primavera” o “un mantello è indicato per la mezza stagione”, […] quando “certe scarpe sono ideali per camminare” […]  “la gonna pieghettata” entra in un rapporto di equivalenza con “l’età delle signore mature”, […] facendo variare l’indumento, il corpo che lo indossa fa variare il mondo.
5. Barthes, Il sistema della moda, pp. 23-24-56-220:
[…] una variazione dell’indumento si accompagna fatalmente a una variazione del mondo […] l’accessorio fa la primavera […] un mantello di tela per la mezza stagione […] Queste scarpe sono ideali per camminare  […] non vi è, sembra, nessun « motivo » per cui la gonna pieghettata entri in un rapporto di equivalenza con l’età delle signore mature (gonna pieghettata per le signore mature) […]. Nel primo caso, facendo variare l’indumento, si faceva variare il mondo […].

6. Galimberti, Il corpo, p. 203:
[…] sono l’espressione di quell’originario rapporto del corpo al mondo che ha nel segno vestimentario qualcosa di analogo a una cosmogonia. Le vesti, infatti, significano il mondo, la sua storia, la sua geografia, la sua natu-ra, la sua arte.
6. Barthes, Il sistema della moda, pp. 248-242:
Questa costruzione retorica di un mondo, che potremmo paragonare a una vera e propria cosmogonia […] mettere un vestito […] il riferimento culturale […] è una cultura «mondana» […]: Storia, Geografia, Arte, Storia naturale […].
d) è la solita spigolatura di frasette da contesti diversi,  che Galimberti  ha poi impastato insieme con una delle sue  “rielaborazioni”, ma la farina è tutta ricavata da Barthes.

7. Galimberti, Il corpo, p. 204:
[…] proposito già Spencer (n. 26) aveva riconosciuto il ruolo importante rappresentato dal trofeo, per cui chi uccideva il suo nemico gli tagliava certe parti del corpo e se le appendeva al collo per far sapere a tutti che era lui il vincitore. In questo modo egli prolungava nel tempo l’impresa di un giorno, e così otteneva i primi gradi di distinzione e di riconoscimento sociale.
7. René König, Il potere della moda, pp. 93-92:
[…] Herbert Spencer ha riconosciuto il ruolo importante rappresentato dal trofeo. Per esempio, colui che uccide il suo nemico gli taglia certe parti del corpo e se le appende al collo, per far sapere a tutti che è lui il vincitore. […] l’impresa di un giorno si prolunga nel tempo; contemporaneamente però egli fa conoscere agli altri l’azione di cui è stato capace e questo gli conferisce un senso di distinzione.
e) come si è già provato in altri saggi sulle rapine di Galimberti, anche qui il ciarlosofo, dopo aver plagiato il pensiero di Spencer da König, pone il riferimento bibliografico:
-  “H. SPENCER, The Study of Sociology (1874); tr. it. Introduzione alla scienza sociale, Bocca, Milano 1946, p. 305”,
in tal modo s’ingegna a mascherare il furto, dando altresì a credere ai lettori che abbia letto l’autore citato, ossia Spencer, mentre lo ha piuttosto copiato da altra fonte, nella fattispecie König.
Galimberti tuttavia non solo ha copiato da König, ma ha preso frasette da contesti diversi e le ha incollate insieme, con il solito cervellotico esito.
L’imbroglio su documentato lo si trova pure in internet, alle pagine books.google, perché basta mettere Spencer e il dato bibliografico su citato, ed ecco apparire le pagine dei libri di Galimberti in cui è presente il riferimento al filosofo inglese, con il passo plagiato a König.

8. Galimberti, Il corpo, p. 204:
Per quanto arbitrari e artificiali possano sembrare i segni vestimentari, essi sono uno dei tratti biologici della specie umana con profondi legami con il mondo zoologico.
8. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 407-408:
[…] l’estetica del vestito e dell’abbigliamento, malgrado il suo carattere completamente artificiale, è uno dei tratti biologici della specie umana con i più profondi legami con il mondo zoologico.

9. Galimberti, Il corpo, p. 204:
Tutto quello che riguarda l’aggressività e la riproduzione, nonostante l’apparato delle morali, resta con molta naturalezza vicino alle origini, e se si vuole cercare una discontinuità, la si trova solo nella capacità che ha l’uomo di accumulare simboli di terrore e di seduzione, di introdurre nell’arte di uccidere e di amare, che costituiscono i cardini della storia, una raffinatezza simbolica che è propria della nostra specie.

9. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 407-408:
Tutto quello che riguarda l’aggressività o la riproduzione, malgrado l’apparato delle morali, resta con molta naturalezza vicino alle origini e se si vuole cercare una discontinuità la si trova solo nella possibilità che ha l’uomo di accumulare i simboli di terrore o di seduzione, di introdurre nell’arte di uccidere o di amare, che costituiscono i cardini della storia, un raffinamento intellettuale proprio della nostra specie.

10. Galimberti, Il corpo, p. 204:
La guerra, la conquista di una posizione gerarchica e l’amore condiziona-no l’abbigliamento di tutti i popoli.
10. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 407-408:
La guerra, la conquista di una posizione gerarchica e l'amore condizionano l’abbigliamento di tutti i popoli.

11. Galimberti, Il corpo, edizione 2002, p. 204:
Alla valenza biologica del segno vestimentario si deve aggiungere il valore etnico, nella misura in cui la foggia del vestito sancisce l’appartenenza a un gruppo. Scegliere di vestirsi all’europea, ad esempio, è da un secolo il segno dell’avvio verso la cosiddetta civiltà, il simbolo dell’assimilazione della personalità sociale idealmente umana.
11. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, p. 407:
L’abbigliamento ha innanzitutto un valore etnico, l’appartenenza al gruppo è sanzionata in primo luogo dalla foggia del vestito. Scegliere di vestirsi all’europea è da un secolo il segno dell’avvio verso la civiltà, il simbolo dell’assimilazione di una personalità sociale idealmente umana […].

12. Galimberti, Il corpo, p. 204:
L’evoluzione tecnico-economica della civiltà industriale ha notevolmente modificato il sistema tradizionale dei simboli, per cui, con l’aumento della permeabilità sociale, a favore di un’evoluzione ideologica portata dai mezzi di comunicazione di massa, sono diminuiti i modelli etnici.
12. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 408-409:
L’evoluzione tecnoeconomica della civiltà industriale ha notevolmente modificato il sistema tradizionale dei simboli. Di quanto è aumentata la permeabilità sociale a favore di una evoluzione ideologica portata dai mezzi di comunicazione di massa, di altrettanto sono diminuiti i modelli sociali […].
 f) si segnala lo “scatto di novità” inserito da Galimebrti per camuffare il suo furto, difatti, laddove Leroi-Gourhan ha scritto:
- “modelli sociali”,
il ciarlosofo l’ha trasmutato in
- “modelli etnici”.

13. Galimberti, Il corpo, p. 204:
La simbologia europea, infatti, ha sostituito dappertutto il tipo di abbigliamento regionale, provocando quella disintegrazione etnica che ha portato con sé la perdita di quei legami con la struttura di un gruppo, in seno al quale l’individuo era integrato a titolo personale.
13. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 408-409:
[…] perché la simbologia europea tende a sostituire dappertutto il tipo di abbigliamento regionale. La perdita dei costumi tipici di nazioni e professioni è il segno più evidente della disintegrazione etnica: […] ma sta anche a indicare la perdita dei legami con le strutture di un gruppo in seno al quale l’individuo è integrato a titolo personale.

14. Galimberti, Il corpo, pp. 204-205:
Il vivere nell’uniforme umana standardizzata fa pensare a una larga intercambiabilità degli individui come elementi di un macro-organismo universale, all’acquisizione di una coscienza planetaria con la conseguente perdita dell’indipendenza relativa della personalità etnica, alla riduzione dell’umanità a un solo tipo d’uomo adatto in maniera ideale alla sua funzione unica di cellula produttrice.
14. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 409-410:
Il vivere nell’uniforme umana standardizzata fa pensare a una larga intercambiabilità degli individui come elementi di un macroorganismo universale. […] l’acquisizione di una coscienza planetaria, […] la perdita dell’indipendenza relativa della personalità etnica. […] umanità venga ridotta a un solo tipo di uomo adatto in maniera ideale alla sua funzione unica di cellula produttrice […].

15. Galimberti, Il corpo, edizione 2002, p. 205:
E’ l’omaggio che un sistema dell’essere, sempre più in estinzione, porge a un sistema del fare, che si espande man mano che si passa da uno stadio di natura a uno di cultura, e che il corpo interpreta rovesciando il suo significato nelle vesti che lo ricoprono e lo espongono. Esattamente come prevedeva Marx quando osservava che:

Se tutti gli uomini e le loro condizioni appaiono in tutta l'ideologia rovesciati come in una camera oscura, questo fenomeno dipende dal loro vitale processo storico, proprio come il rovesciamento degli oggetti sulla retina discende dal loro processo direttamente fisico."

15. Barthes, Il sistema della moda, p. 269:
[…] la funzione, affermata sul piano retorico, è insomma il diritto di ripresa del mondo sulla Moda, l’omaggio che un sistema dell’essere porge a un sistema del fare. […] il fastidio s’inverte in comodità; forse questa inversione è dello stesso ordine di quella che colpisce il reale e la sua rappre-sentazione nella società borghese, se adottiamo l’immagine di Marx; […].

(5) «Se gli uomini e le loro condizioni appaiono in tutta l'ideologia rovesciati come in una camera oscura, questo fenomeno discende dal loro vitale processo storico proprio come il rovesciamento degli oggetti sulla retina discende dal loro processo direttamente fisico» (K. MARX, Ideologia tedesca, I).

  g) da vorace e perfetto parassita qual è, ne Il corpo il Galimberti ha inserito nella sua cervellotica “rielaborazione” pure la nota di Barthes relativa a Marx.

16. Galimberti, Il corpo, p. 206:
Per quanto riguarda il costume religioso, la tradizione è onnipotente, perché la religione corrisponde al dominio del tempo. Idealmente le vesti del sacerdote devono essere invariabili per ispirare l’eternità delle forme e la continuità dei contenuti.
16. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, pp. 411-412:
Per quanto riguarda il costume religioso la tradizione è onnipotente perché la religione corrisponde al dominio del tempo. Idealmente l’abito del sacerdote deve essere invariabile e ispirare la maestà delle forme e la continuità del tempo.
h) qui è doveroso evidenziare un cervellotico “scatto di novità” operato da Galimberti per dissimulare le tracce della sua turpe rapina, in quanto, laddove Leroi-Gourhan ha scritto:
- “la maestà delle forme e la continuità del tempo”,
il ciarlosofo l’ha alchimizzo e trasmutato in
- “l’eternità delle forme e la continuità dei contenuti”,
stravolgendo il senso di quanto argomentato dal francese.

17. Galimberti, Il corpo, p. 206:
Il dominio dell’identificazione sociale sta nel rifiuto dei segni di riconoscimento personale e sessuale […].
17. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola II, p. 412:
Il dominio della identificazione socia¬le sta nel rifiuto dei segni di riconoscimento sessuale e gerarchico.
i) a Galimberti non è bastato manipolare quanto copiato a Leroi-Gourhan, perché laddove il francese ha scritto:
- “riconoscimento sessuale e gerarchico”,
non solo l’ha racconciato e trasformato in
- “riconoscimento personale e sessuale”,
come se il significato di “gerarchico” e “personale” fosse lo stesso, ma si è poi spinto addirittura ad attribuire a Barthes ciò che invece ha plagiato a Leroi-Gourhan, quindi una spregevole impostura.

18. Galimberti, Il corpo, p. 206:
L’unità del significante: “un vestito per tutte le occasioni” rimanda a una universalità di significati che al giovane si offrono come ancora possibili. L’adozione dell’unico indumento, che ordinariamente si conosce solo nelle società più diseredate dove, per la grande povertà, non si dispone che di un unico vestito, quando è indossato dal giovane, passa da indizio della miseria assoluta a segno dell’assoluto dominio di tutti gli usi.
18. Barthes, Il sistema della moda, p. 209:
[…] tutti i sensi possibili dell’indumento: un vestito per tutte le occasioni […]. L’unità del significante (questo indumento) rimanda allora a un significato universale: l’indumento significa tutto, in una sola volta. […] vedere manipolato dalla Moda un indumento universale, che ordinariamente si conosce solo nelle società piú diseredate, dove l’uomo, per la grande povertà, non ha più di un vestito unico; […] il primo è solo un indizio, quello della miseria assoluta; il secondo è un segno, quello di un dominio sovrano di tutti gli usi; […].
l) qui il Galimberti ha inserito il “giovane” per dissimulare, ma sebbene la foglia di fico, la rapina del ciarlosofo a Barthes è evidente.

19. Galimberti, Il corpo, p. 206:
Raccogliendo in un solo indumento tutte le funzioni possibili, il giovane non cancella le differenze, ma, rispetto alla generazione che lo precede, afferma il campo della sua infinita libertà, e con un sistema vestimentario semplice rappresenta un mondo ricco di tempi, di luoghi, di circostanze e di caratteri […].
19. Barthes, Il sistema della moda, pp. 210-212:
[…] per la Moda, raccogliere sotto un solo indumento la totalità delle sue funzioni possibili, non è affatto cancellare delle differenze ma, al contrario, affermare […] il campo di una libertà infinita; […] sistema semplice […] vestimentario […] un mondo ricco, pieno di tempi, di luoghi, di circostanze e di caratteri […].

20. Galimberti, Il corpo, p. 206:
Fra le barriere infrante dall’indumento giovanile la più significativa è senz’altro quella che divide il maschile dal femminile. L’abbigliamento femminile può assorbire quasi tutto quello maschile, mentre quello maschile respinge certi tratti di quello femminile, perché sulla femminilizzazione dell’uomo c’è un divieto sociale.
20. Barthes, Il sistema della moda, p. 259:
[…] il sesso e il corpo. La Moda conosce bene l’opposizione del femminile e del maschile […]: l’abbigliamento femminile può assorbire quasi tutto quello maschile, che si contenta di «respingere» certi tratti di quello femminile […] sulla femminilizzazione dell’uomo c’è un divieto sociale […].
m) pure qui il Galimberti ha inserito “giovanile” per dissimulare.

21. Galimberti, Il corpo, pp. 206-207:
Il tabù dell’altro sesso non ha invece la stessa forza sul giovane che, a livello di abbigliamento, tende all’androgino. Questo perché il giovane può cancellare il sesso a vantaggio dell’età, offrendo così alla retorica della moda quelle espressioni: “ancora giovane, sempre giovane” che servono a conferire all’età, più che al sesso, i valori di prestigio e seduzione.
21. Barthes, Il sistema della moda, pp. 259-260:
[…] il tabú dell’altro sesso non ha la stessa forza nell’uno e nell’altro caso […] il junior si presenta come il grado complesso del femminile / maschile: tende all’androgino; […] cancella il sesso a vantaggio dell’età; […] è l’unità di misura di tutte le valutazioni di età (ancora giovane, sempre giovane) […] è l’età che è importante, non il sesso […] è l’età quindi a ricevere i valori di prestigio e di seduzione.

22. Galimberti, Il corpo, p. 207:
La seduzione si esercita lasciando vedere il nascosto, o, come dice Roland Barthes “attraverso l’evidenza del ‘sotto’”. Sembra infatti che i capi di vestiario siano animati da una specie di forza centrifuga attraverso cui l’interno è costantemente sospinto verso l’esterno, mostran¬dosi, sia pure parzialmente, al collo, ai polsi, davanti al busto, in fondo alla gonna, creando quel misto sospeso di evidente e di nascosto in cui si intreccia il gioco esteti-co ed erotico, dove la regola è di far vedere il nascosto senza però distruggere il suo carattere segreto.
22. Barthes, Il sistema della moda, p. 156:
E’ la variante di emergenza a render conto di un fatto vestimentario importante, relativamente alla storia e alla psicologia del costume: l’evidenza del «sotto». […] i capi di vestiario siano animati […] da una sorta di forza centrifuga: l’interno è incessantemente spinto verso l’esterno e tende a mostrarsi sia parzialmente, al collo, ai polsi, sul davanti del busto, in fondo alla gonna, […] giacché ciò che vale esteticamente o eroticamente è quel misto sospeso di evidente e di nascosto […] far vedere il nascosto senza però distruggere il suo carattere segreto […].
n) qui Galimberti, scippando le frasette dal loro contesto e facendone una “rielaborazione” arbitraria e cervellotica, ha sfregiato il pensiero di Barthes.  

23. Galimberti, Il corpo, p. 207:
[…] fondamentale ambivalenza degli indumenti, incaricati di indicare una nudità nel momento stesso in cui la nascondono […].
23. Barthes, Il sistema della moda, p. 156:
[…] fondamentale ambivalenza dell’indumento, incaricato di indicare una nudità nel momento stesso in cui la nasconde […].  

24. Galimberti, Il corpo, p. 207:
Questa constatazione ha consentito a Lorenz di parlare del sistema delle vesti come di un’“addizione di stimoli” nel senso più stretto della parola, perché la combinazione di numerosi segnali, di cui ognuno esercita una certa azione, produce a livello visivo un’impressione straordinaria, che arriva a modificare il comportamento di coloro ai quali questi segnali sono diretti.
24. René König, Il potere della moda, p. 82:
E’ evidente dunque che il comportamento che consiste nel seguire la moda è una «addizione di stimoli» nel senso più stretto della parola, poiché la combinazione di numerosi segnali, di cui ognuno esercita una certa azione, produce un’impressione straordinaria e arriva a modificare il comportamento di coloro ai quali questi segnali sono diretti.

25. Galimberti, Il corpo, pp. 207-208:
Ciò è possibile, secondo Lorenz, perché “l’uomo è innanzitutto un animale visuale e perciò i fattori scatenanti sono quelli della vista che, più degli altri, agiscono su di lui” (n. 31). Questa constatazione avvalora lipotesi di König secondo cui:

La moda non è che uno dei mezzi previsti dalla natura per la conservazione della specie, per cui il desiderio di mutare seguendo la moda agisce con la stessa forza cieca con cui agirebbe qualsiasi altro impulso diretto allo stesso fine. (n. 32)

25. René König, Il potere della moda, pp. 81-82:
K. Lorenz fa a questo proposito una considerazione che ci interessa direttamente: «Poiché l’uomo è innanzitutto un animale visuale, sono i fattori scatenanti della vista che agiscono di più su di lui». […] Questo avvalora l’ipotesi che la moda non sia che uno dei mezzi previsti dalla natura per la conservazione della specie; ed è per tale motivo che il desiderio di mutare seguendo la moda agisce con la stessa forza cieca con cui agirebbe qualsiasi altro impulso diretto allo stesso fine.
o) si fa qui notare che Galimberti, oltre a fare il solito giochino di porre il riferimento bibliografico al passo di Lorenz dopo averlo copiato a König, con le note a König informa che la citazione da lui usata si trova a p. 95 de Il potere della moda, mentre essa si trova invece a p. 82.
La dis-informazione è deliberata, ossia fatta apposta da Galimberti perché non si trovi il passo, qualora si volesse cercarlo per un raffronto, e pertanto si lasci perdere. E l’imbroglio è conseguente al fatto che a p. 82 de Il potere della moda, dove si trova la citazione usata dal ciarlosofo, il periodo che la precede è stato plagiato da Galimberti, dunque non poteva rinviare alla stessa pagina dove aveva perpetrato la sua rapina, ed ecco allora il perché del rimando a p. 95, dove tale passo di König non esiste.

26. Galimberti, Il corpo, p. 208:
Eppure niente meglio del gioco erotico della moda distoglie l’istinto sessuale dal suo fine naturale, che è l’unione dei sessi, per trattenerlo in quel gioco estetico che si alimenta e si esaurisce nell’esibizione del nascosto, nella sottolineatura paradossale del segreto.
26. René König, Il potere della moda, p. 88:
Al contrario, si può affermare che niente meglio del gioco erotico della moda distoglie l’istinto sessuale dal suo fine naturale che è l’unione dei sessi; […] sul senso del gioco condotto dalla donna col proprio corpo e con tutto quello che le serve per velarlo o scoprirlo.
p) è qui evidente che quanto Galimberti non ha copiato alla lettera, l’ha comunque parafrasato dopo averlo scippato dal campo di König.

27. Galimberti, Il corpo, p. 208:
Per il fatto stesso che il vestito copre, esso suscita il desiderio irresistibile di scoprire. Questa curiosità spinge la donna a rinnovare incessantemente i suoi mezzi, per coprirsi e scoprirsi, affinché la tentazione, che tende sempre più a riassorbire nel suo attimo l’episodio sessuale, non si affievolisca.
27. René König, Il potere della moda, p. 97:
Per il fatto stesso che esso copre, il vestito suscita il desiderio irresistibile di scoprire. Inoltre, questa curiosità spinge la donna a rinnovare incessantemente i suoi mezzi per coprirsi e scoprirsi, affinché la tentazione non si affievolisca.

28. Galimberti, Il corpo, p. 208:
Il vestito “senza cuciture” simula nell’indumento un corpo entrato senza aver lasciato tracce del suo passaggio. Le varianti di continuità intervengono pesantemente nel gioco della simulazione, dove dividono o non dividono, ricompongono o lasciano disgiunto, creando quella discontinuità dell’indumento dove il corpo si mostra o si schiva, e dove l’indumento, attraverso il gioco delle rotture e delle saldature, si lascia disintegrare qua e là, assentandosi parzialmente, per tornare a giocare con le nudità di un corpo che sempre più si sottrae, per consegnarsi irrimediabilmente al sistema della moda.
28. Barthes, Il sistema della moda, pp. 138-139:
[…] l’indumento rifletta nel suo modo profano il vecchio sogno mistico del «senza cuciture»: poiché avviluppa il corpo, il miracolo non è appunto che il corpo possa entrare senza che l’indumento serbi poi traccia di questo passaggio? E d’altro lato, nella misura in cui l’indumento è erotico, deve lasciarsi disintegrare qua e là, assentarsi parzialmente, giocare con la nudità del corpo: continuità e discontinuità sono cosí prese a carico da un insieme di tratti istituzionali: la discontinuità dell’indumento non si contenta di essere: si mostra o si schiva. Donde l’esistenza di un gruppo di varianti destinate a far significare le rotture o le saldature dell’indumento: sono le varianti di continuità. Dividere (o non dividere), ricongiungere (o lasciare disgiunto): a queste due funzioni contraddittorie e complementari sono devolute le varianti di divisione e di chiusura.
q) è evidente che pure qui Galimberti ha “rielaborato” le frasette rubate a Barthes ricombinandole diversamente e deturpando in tal modo il pensiero del francese.

29. Galimberti, Il corpo, p. 208:
La moda è una dea creatrice che può permettersi di parlare di corpi mal fatti perché ha l’onnipotenza di rettificarli, attraverso quella serie di artifici che allungano, assottigliano, gonfiano, ingrossano, diminuiscono, affinano, fino a trasformare il corpo reale nel corpo ideale della cover-girl che non esprime il corpo di nessuno, ma quella forma pura, quella sorta di tautologia dove il corpo non dice di sé, ma dell’indumento che indossa.
29. Barthes, Il sistema della moda, pp. 262-261:
[…] Moda come a una dea curatrice […] può andar oltre la legge di eufemia e parlare di corpi mal fatti, poiché ha l’onnipotenza di rettificarli […] trasformi il corpo reale e arrivi a fargli significare il corpo ideale di Moda: allungare, gonfiare, assottigliare, ingrossare, diminuire, affinare, con questi artifici […]. Ne consegue che il corpo della cover-girl non è il corpo di nessuno, è una forma pura, […] per una sorta di tautologia rimanda all’indumento in sé; […].
r) si fa qui notare lo “scatto di novità” partorito dall’abissale mente del Galimberti, perché laddove Barthes ha scritto:
- “Moda come a una dea curatrice”,
il ciarlosofo l’ha alchimizzato e trasformato in:
- “La moda è una dea creatrice”,
come se  “dea curatrice” e “dea creatrice” svolgessero la stessa funzione, stravolgendo così il senso delle argomentazioni barthesiane.
Ma come abbiamo in più occasioni rilevato, il ciarlosofo, che è stato premiato a giugno 2011 perché “raffinato pensatore”, è piuttosto aduso a siffatte grossolane imposture, dopo aver ovviamente razziato e “rielaborato” il pensiero dell’autore preso di mira, nel caso di specie Barthes.    

30. Galimberti, Il corpo, p. 208:
Questa sta onnipotenza della moda diffonde, in chi la segue, un senso di potenza illimitata e di euforia, perché immerge in uno stato di innocenza in cui tutto è per il meglio e nel migliore dei modi.
30. Barthes, Il sistema della moda, pp. 262-263:
[…] senso di potenza; la Moda […] il suo potere di significazione è illimitato […] di euforia […]. La Moda immerge cosí la Donna di cui parla e a cui parla in uno stato innocente, in cui tutto è per il meglio nel migliore dei mondi […].
s) anche qui il Galimberti è ricorso a un depistante “scatto di novità”, che in effetti non fa che esaltare la natura truffaldina del ciarlosofo, perché laddove Barthes ha scritto:
- “per il meglio nel migliore dei mondi”,
il ciarlosofo l’ha trasmutato in:
- “per il meglio e nel migliore dei modi.”
A prima vista si potrebbe pensare a un refuso, perché da “mondi” a “modi” è saltata via un’innocente “n”, ma siccome il ciarlosofo riporta la stessa dizione ne Il corpo e negli altri suoi libri-truffa, ciò sta a significare che il Galimberti ha operato la modifica apposta, così per dissimulare.     

31. Galimberti, Il corpo, p. 209:
Nell’indumento, infatti, il corpo sembra ritrovare quella coppia antichissima che Platone illustra nel Parmenide dove connette la cosa leggera alla memoria, alla voce, al vivo, e quella pesante all’oscuro, all’oblio, al freddo.
31. Barthes, Il sistema della moda, p. 127:
L’indumento sembra ritrovare in esso la coppia antichissima del Parmenide, quella della cosa leggera, che è dalla parte della Memoria, della Voce, del Vivo, e della cosa densa, che è dalla parte dell’Oscuro, dell’Oblio e del Freddo; […].

32. Galimberti, Il corpo, p. 209:
Come sostituto del corpo, l’indumento partecipa in questo modo alle immagini archetipiche che rinviano al cielo, alla caverna, al seppellimento, al sonno, per cui col suo peso si fa ala o sudario, seduzione o autorità, mobilità o morte, mentre con la sua leggerezza e vaporosità festeggia il matrimonio, la nascita, la vita, la festa, la felicità dell’evento.
32. Barthes, Il sistema della moda, p. 127:
[…] come sostituto del corpo, l’indumento […] partecipa ai sogni fondamentali dell’uomo, al cielo, alla caverna, alla vita sublime e al seppellimento, al rapimento e al sonno: […] il suo peso […] si fa ala o sudario, seduzione o autorità; gli indumenti da cerimonia (e soprattutto gli indumenti carismatici) sono pesanti: l’autorità è un tema di immobilità, di morte: gli indumenti che festeggiano il matrimonio, la nascita, la vita, sono vaporosi e leggeri.
t) è evidente che qui il parassita Galimberti non si è limitato a succhiare frasette al corpus di Barthes, ma gli ha altresì deformato il pensiero, non riuscendo tuttavia a cassare le impronte della sua rapina.

33. Galimberti, Il corpo, p. 209:
Aderendo al corpo, l’indumento, a seconda dei casi, dà la sensazione della protezione o della prigione, mentre può ingrandire il corpo e renderlo impreciso in ossequio a un’etica della personalità e dell’autorità, così come può seguirlo e segnarlo per renderlo più rispondente a un’etica dell’erotismo.
33. Barthes, Il sistema della moda, p. 137:
[…] i capi prin¬cipali del vestire, e quando questi hanno una funzione protettiva […] l’indumento può solo ingrandire il corpo e renderlo impreciso; […] a due etiche vestimentarie: l’importanza del volume suppone un’etica della personalità e dell’autorità; quella dell’accostamento, al contrario, un’etica dell’erotismo.
u) anche qui il Galimberti, con la sua cervellotica “rielaborazione” delle frasette rubate a Barthes, deforma il pensiero del francese.

34. Galimberti, Il corpo, p. 209:
Giocando con dei particolari sull’alternativa della destra e della sinistra, l’indumento richiama inconsciamente quella serie di significati sessuali, etnici, rituali e politici che Lévi-Strauss ha riscontrato nel pensiero selvaggio. (36)
34. Barthes, Il sistema della moda, p. 148:
Sappiamo che, applicata all’indumento, l’alternativa della destra e della sinistra corrisponde a una differenza considerevole di significati, sessuali, etnici, rituali o politici.
v) come al solito, qui, oltre a copiare Barthes, Galimberti ha succhiato dal testo del francese anche il riferimento bibliografico a Lévi-Strauss.

35. Galimberti, Il corpo, pp. 209-210:
Questa opposizione produce sensi così forti perché, essendo il corpo sul piano orizzontale perfettamente simmetrico, è assolutamente immotivata la collocazione di un elemento sulla destra o sulla sinistra, per cui, come in ogni fatto non sostenuto da natura, l’arbitrarietà e la mancanza di motivazione rafforzano il se¬gno […].
35. Barthes, Il sistema della moda, p. 148:
Perché questa opposizione produce sensi così forti? Probabilmente perché essendo il corpo perfettamente simmetrico nel suo piano orizzontale, la collocazione di un elemento sulla destra o sulla sinistra è un atto necessariamente arbitrario, e si sa quanto l’immotivazione rafforzi il segno […].

36. Galimberti, Il corpo, p. 210:
Forse l’antica distinzione religiosa tra “destra” e “sinistra” non è stata che un modo di esorcizzare il vuoto naturale di questi due segni, la libertà vertiginosa di senso che essi emanano.
36. Barthes, Il sistema della moda, p. 148:
[…] forse l’antica distinzione, di natura religiosa, fra la destra e la sinistra (il sinistro) non è stata che un modo di esorcizzare il vuoto naturale di questi due segni, la libertà (vertiginosa) di senso che essi emanano.

37. Galimberti, Il corpo, p. 210:
[…] alla moda basta “un particolare per dare una personalità”, “un piccolo nulla per cambiare tutto”, e così, rincarando la dose sul “niente”, assottigliandolo fino all’“ineffabile”, che per Barthes è “la metafora stessa della vita”, (38) e la moda conferisce al nulla un potere semantico che si irradia a distanza fino a significare tutto, fino a trasformare il fuori-senso in senso, il fuori-moda in moda.
37. Barthes, Il sistema della moda, p. 245:
[…] la metafora esemplare […] un «pizzico» di «nulla », […] senso di Moda: un piccolo nulla che cambia tutto; […] i particolari garanti della vostra personalità, ecc. […] Si può rincarare la dose sul «niente», assottigliarlo fino all’ineffabile (che è la metafora stessa della vita); […] Dando un potere semantico alla parola nulla, […] irradiare […] a distanza […]  nulla per significare tutto. […] un «particolare» basta a trasformare il fuori-senso in senso, il fuori-moda in Moda, […].

38. Galimberti, Il corpo, p. 210:
Così la moda coglie l’occasione di offrirsi come democratica perché il particolare “non costa niente”, e al tempo stesso partecipa alla dignità dell’idea, consacrando l’uguaglianza delle borse nel rispetto di una aristocrazia dei gusti.
38. Barthes, Il sistema della moda, p. 245:
[…] un «particolare» non costa caro; mediante questa tecnica semantica speciale, la Moda esce dal lussuoso e sembra entrare in una pratica dell’indumento accessibile alle piccole borse; […] questo particolare di poco prezzo partecipa alla dignità dell’idea: […] consacra una democrazia delle borse pur rispettando un’aristocrazia dei gusti.

39. Galimberti, Il corpo, p. 210:
Giocando poi sulla psicologia dei ruoli, la moda trasforma il lavoro in ozio, la tuta dell’operaio nei jeans dello sfaccendato, risolve problemi di identità “se volete esser questo, vestitevi nel dato modo”.
39. Barthes, Il sistema della moda, pp. 250-267:
[…] retorica di Moda riguardano, non il lavoro, bensí il suo contrario, l’ozio; […] la tuta da lavoro (blue-jean) è diventata segno dell’ozio […] una popolazione di essenze psicologiche e di modelli umani […] una identità (se volete essere questo, dovete vestirvi nel dato modo).

40. Galimberti, Il corpo, p. 210:
E così, senza la fatica dell’azione, compie il miracolo per cui non è più necessario agire, ma è sufficiente vestirsi per ostentare l’essere dell’azione senza assumerne la realtà. “Vestirsi a festa” significa avere l’occasione di partecipare al mito di una vita senza lavoro che viene dalla notte dei tempi.
40. Barthes, Il sistema della moda, pp. 251-252:
Il fare della Moda è in qualche modo abortito […]: vestirsi per agire è, in certo senso, non agire, è ostentare l’essere del fare senza assumerne la realtà. […] Certo ogni stagione ha la sua Moda; quella della primavera è tuttavia la piú festiva; […] risveglio della natura; […] l’occasione di partecipare annualmente a un mito che viene dal fondo dei tempi; […].
z) com’è evidente, Galimberti stravolge le argomentazioni di Barthes, che riferisce il
- “mito che viene dal fondo dei tempi” al “risveglio della natura”,  
mentre il ciarlosofo lo deforma in
- “mito di una vita senza lavoro che viene dalla notte dei tempi”,
fabbricando così un costrutto cervellotico e privo di senso.     

41. Galimberti, Il corpo, p. 210:
“Attrezzarsi per il week-end” segnala quei valori di ricchezza di chi non dispone solo di quel giorno triviale e popolare che è la domenica, ma di qualcosa di più, per sfiorare la campagna nei suoi segni più affascinanti come le camminate, i fuochi di legna, le vecchie case, senza trattenersi nell’opacità faticosa della monotonia contadina.
41. Barthes, Il sistema della moda, p. 253:
[…] week-end è un valore molto ricco: […] il week-end è una presa di campagna, […] colta miracolosamente nei suoi segni piú chiari (camminate, grandi fuochi di legna, vecchie case), non nella sua opacità insignificante (la noia, le fatiche); temporalmente è una Domenica sublimata dalla sua lunghezza (due o tre giorni); il week-end comporta, beninteso, una connotazione sociale: si contrappone alla Domenica, giorno triviale, popolare, come prova il discredito annesso alla sua versione vestimentaria: il vestirsi a festa.
aa) plagio e manipolazione alla galimbertese.

42. Galimberti, Il corpo, pp. 210-211:
I luoghi sfiorati dalla moda, siano essi la città, la campagna, il mare, la montagna sono sempre luoghi assoluti, sono quell’“altrove” di cui si deve afferrare di colpo l’essenza […].
42. Barthes, Il sistema della moda, p. 253:
[…] il viaggio […] della Moda: […] funzione itinerante (città / campagna / mare / montagna) […]. La geografia di Moda contrassegna degli «altrove»; un «altrove» utopistico, rappresentato da tutto ciò che è esotico, […] come luoghi assoluti, di cui deve afferrare di colpo l’essenza […].

43. Galimberti, Il corpo, p. 211:
A sostegno del sogno la moda mette a disposizione quel fare incessante che allontana alienazione, noia, incertezza, impossibilità economica, come ad esempio “fare dello shopping” che, oltre a non essere impossibile, né, se si vuole, particolarmente costoso, dà la sensazione di un potere illimitato d’acquisto, la promessa d’esser bella, il godimento della città, la gioia di una superattività perfettamente oziosa.
43. Barthes, Il sistema della moda, p. 254:
[…] Moda sfugge al tempo […] un piacere sognato […]. Applicata al fare la retorica di Moda […] destinata a sbarazzare l’attività umana delle sue scorie piú gravi (alienazione, noia, incertezza, o piú fondamentalmente: impossibilità), […]: fare dello shopping non è piú né impossibile, né costoso, né stancante, né imbarazzante, né deludente: […] in cui si mescolano il potere illimitato di acquisto, la promessa di essere bella, il godimento della città e la gioia di una superattività perfettamente oziosa.

44. Galimberti, Il corpo, p. 211:
In una nota alle Questioni di metodo, Sartre osserva che come la persona produce l’indumento, nel senso che si esprime attraverso di esso, così l’indumento produce magicamente la persona, per cui al limite, trasformando l’indumento, si trasforma il proprio essere. “Giocando” con la blusa, con la cravatta, con la cintura si partecipa a quel tema ludico per eccellenza che gli antichi avevano mitizzato in Giano bifronte.
44. Barthes, Il sistema della moda, pp. 258-222:
[…] la persona produce l’indumento, si esprime attraverso di esso; […] l’indumento produce (magicamente) la persona; […] trasformando il proprio indumento si trasforma la propria anima; […]: giocare con la blouse giocando con cravatte e cinture; […]. Un tema ludico per eccellenza è quello di Giano; […].

45. Galimberti, Il corpo, p. 211:
Grossi problemi di identità si possono ludicamente risolvere componendo diversamente i tratti vestimentari, in modo da apparire contemporaneamente “dolci e fieri”, “rigidi e teneri”, “severi o disinvolti”. Questi paradossi psicologici hanno un valore nostalgico, testimoniano un sogno di totalità dove non è necessario scegliere, perché si può essere tutto contemporaneamente.
45. Barthes, Il sistema della moda, pp. 256-257:
[…] il sogno di identità […] una combinazione originale di elementi […] dal numero degli elementi in gioco, e ancor piú, se è possibile, dal loro contrasto apparente (dolci e fiere, rigide e tenere, severe e disinvolte): questi paradossi psicologici hanno un valore nostalgico: testimoniano di un sogno di totalità secondo cui l’essere umano sarebbe tutto contemporaneamente, e non dovrebbe scegliere, […].

46. Galimberti, Il corpo, p. 211:
[…] sogno di identità: “dolci, siete voi”; “rigide, siete ancora voi”; “fiere, siete sempre voi”. Moltiplicando le persone in un solo essere, la moda dà un saggio della sua onnipotenza, recupera il tema ancestrale della maschera, attributo essenziale degli dèi, e la offre agli uomini.
46. Barthes, Il sistema della moda, p. 258:
[…] sogno d’identità […] la moltiplicazione delle persone in un solo essere è sempre considerata dalla Moda come un indizio di potenza; rigida, siete voi; dolce, siete ancora voi; con i sarti scoprirete di poter essere l’uno e l’altro, vivere una doppia vita: è il tema ancestrale della maschera, attributo essenziale degli dèi, dei poliziotti e dei banditi.
bb) qui Galimberti si è ingegnato in un’altra sconcia manipolazione del pensiero plagiato a Barthes, stravolgendo le argomentazioni del francese.   

47. Galimberti, Il corpo, p. 211:
Moltiplicando le persone senza rischio, perché il gioco delle vesti non è il gioco dell’essere, la moda scherza col tema più grave della coscienza umana, il tema dell’identità, incessantemente proposto dall’interrogativo: “chi sono?”. E’ questa la domanda della Sfinge, la domanda dell’antica tragedia, a cui la moda risponde con la sua tastiera di segni fra cui una persona sceglie il divertimento di un giorno.
47. Barthes, Il sistema della moda, pp. 258-259:
[…] moltiplica la persona senza alcun rischio […] il gioco del vestire non è piú il gioco dell’essere, […] la Moda «giocare» col tema piú grave della coscienza umana (Chi sono?); […]. La domanda sull’identità, la domanda della Sfinge, è al tempo stesso la domanda tragica […] è semplicemente una tastiera di segni, fra cui una persona eterna sceglie il divertimento di un giorno; […].
cc) qui il Galimberti ha ricombinato in diverso ordine le frasette scippate a Barthes, stravolgendone ovviamente il senso.

48. Galimberti, Il corpo, p. 212:
Come sempre accade si gioca a quello che non si osa essere; e attraverso la moda si può giocare al potere politico perché la moda è monarca, a quello religioso perché i suoi imperativi hanno il tocco del decalogo, si gioca alla follia perché la moda è irresistibile, alla guerra perché è offensiva, aggressiva, e alla fine vincitrice.
48. Barthes, Il sistema della moda, pp. 272-273:
[…] non si gioca mai a quello che non si osa essere: […] la Moda […]. Le sue metafore recitate la ricollegano a volte al potere politico (la Moda è un monarca […]), a volte alla Legge religiosa: […] il tempo morale per eccellenza che è quello del Decalogo, […] il gioco […], la follia (non si resiste alla Moda, […]), la guerra (offensiva dei toni pastello, […]), […].

49. Galimberti, Il corpo, p. 212:
I suoi decreti non hanno una causa, ma non per questo sono privi di volontà, la sua tirannia produce un universo autarchico in cui i pantaloni scelgono da sé la propria giacca e le gonne la propria lunghezza per dei corpi ridotti a manichini d’appoggio.
49. Barthes, Il sistema della moda, pp. 273-274:
[…] la Moda […] decreti divini […] oggetto senza causa ma non senza volontà […] la tirannia della Moda […] la Moda ha scacciato l’uomo, diventa un universo autarchico, in cui gli insiemi scelgono da sé la propria giacca e le camicie da notte la propria lunghezza.
dd) plagio e manipolazione alla galimbertese.

50. Galimberti, Il corpo, p. 212:
Rifiutando dogmaticamente la moda che l’ha preceduta, la nuova moda rifiuta il proprio passato; chiama senza scrupoli angolosità e fratture quelle che ieri erano linee ben disegnate; non eredita, ma sovverte l’ordine appena affermato, e, facendosi gioco del tempo, afferma il diritto assoluto del presente […].
50. Barthes, Il sistema della moda, p. 275:
[…] Moda rifiuta dogmaticamente la Moda che l’ha preceduta, cioè il proprio passato; […] chiama senza scrupoli angoli e fratture quelle che ieri erano linee ben disegnate. […] ogni nuova Moda è rifiuto di ereditare, sovvertimento […] il diritto naturale del presente sul passato; […] presente assoluto […].

51. Galimberti, Il corpo, p. 212:
Nutrendosi di infedeltà a se stessa e al proprio passato, la moda, per sfuggire alla carica colpevolizzante di questo sentimento, aggredisce il tempo col ritmo delle vendette, affondando ogni anno l’intero presente nel nulla del passato.
51. Barthes, Il sistema della moda, pp. 275-291:
Possiamo ora definire meglio la futilità di Moda: è l’infedeltà, sentimento fortemente colpevolizzante. […] l’aggressività della Moda, il cui ritmo è quello stesso delle vendette, […] sprofonda ogni anno tutto intero e in un sol colpo nel nulla del passato […].

52. Galimberti, Il corpo, edizione 2002, p. 212:
Giocando sui limiti della memoria umana, la moda confonde il ricordo delle mode passate con l’orgia delle creazioni continue, che danno un senso di rigoglio incontenibile, di vitalità eterna, grazie all’euforia dei sinonimi che la moda finge di assumere come se fossero sensi si diversi, mentre sono solo i significati di un diverso significante. In questo modo congiunge magicamente l’intelligibilità, senza di cui gli uomini non potrebbero vivere, re, con l’imprevedibilità associata al mito della vita.
52. Barthes, Il sistema della moda, pp. 304-305:
[…] Moda […] limiti della nostra memoria; […] la retorica di Moda. […] è confondere il ricordo delle Mode passate […] in creazione intuitiva, in rigoglio incontenibile, quindi vitale, di forme nuove: […] euforizzando […]  gioca sui sinonimi, fingendo di prenderli per sensi diversi, moltiplica i significati di uno stesso significante e i significanti di uno stesso significato. […] congiunge fantasticamente l’intelligibile senza di cui gli uomini non potrebbero vivere e l’imprevedibilità associata al mito della vita.

53. Galimberti, Il corpo, edizione 2002, p. 212:
Prima che la memoria umana si riprenda dallo shock coscienziale che investe chi si trova di fronte all’indecifrabilità di un mistero, la moda ha già dissolto il mito dei significati innocenti nel momento stesso in cui li ha prodotti, e ha già sostituito il proprio fantasmagorico artificio alla vera natura delle cose, quasi per sfuggire a quel senso vago e minaccioso che Roland Barthes lesse scolpito su una tomba del cimitero di Parigi: “Ieri ero quello che sei, domani sarai quello che sono”.
53. Barthes, Il sistema della moda, pp. 308-309-275:
[…] l’enfasi è una distanza, […] opera quella sorta di choc coscienziale che dà repentinamente al lettore di segni il senso di decifrare un mistero; dissolve il mito dei significati innocenti, nel momento stesso in cui lo produce; tenta di sostituire il proprio artificio, cioè la propria cultura, alla falsa natura delle cose; […] la Moda parla, […] dell’assassinio che essa commette sul proprio passato, come se sentisse vagamente questa voce possessiva dell’anno morto che le dice: ieri ero quello che sei, domani sarai quello che sono. [letto su una tomba da Barthes]
ee) qui il Galimberti non solo plagia e manipola il pensiero del francese, ma ne deturpa e sfregia nel merito pure le argomentazioni. Per esempio, laddove Barthes ha scritto:
- “il senso di decifrare un mistero”,
 il ciarlosofo l’ha trasmutato e capovolto in:
- “di fronte all’indecifrabilità di un mistero”;
e ancora, laddove Barthes ha scritto:
- “sostituire il proprio artificio, […] alla falsa natura delle cose”,
il ciarlosofo l’ha trasmutato e capovolto in:
- “sostituito il proprio fantasmagorico artificio alla vera natura delle cose”.
Ma come ormai si sa, per il truffatore Galimberti tutto fa brodo, ciò che invece è stupefacente è l’atteggiamento vile e omertoso della moltitudine dei devoti di sant’Umberto da Monziglia, i quali genuflessi, proni e salmodianti  ancora incensano e rendono onore all’impostore.        



Conclusioni


 Da quanto su documentato risulta che il cap. 16. Le vesti del corpo e il sistema della moda, de Il corpo, è fabbricato per circa l’80% con plagi e manipolazioni, mentre il resto è fatto di citazioni, nonché di un commento al copiato riassunto di Hegel su Candaule e Gige, utilizzando per la bisogna frasette espunte da L’essere e il nulla di Sartre.   
Di Galimberti, quindi, non c’è in pratica niente, perché ciò che dalle sue pagine esala è sempre il solito puzzo del suo pensiero-mastice.   

Vincenzo Altieri