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Umberto Galimberti Gianni Vattimo Filosofare è copiare

Galimberti ha rapinato Gianni Vattimo

pubblicato 06 novembre 2015

Plagi di Umberto Galimberti a Gianni Vattimo

- Essere, storia e linguaggio in Heidegger di Gianni Vattimo, Edizioni di Filosofia, Torino 1963,     

è stato usato da Galimberti per fabbricare

- Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente di Umberto Galimberti, Marietti, Torino 1975.
In particolare il paragrafo:
- 4. Il senso del tramonto
cap. VII L’essenza del nichilismo e il senso del tramonto

il libro di Vattimo è stato usato ancora da Galimberti per fabbricare

- Linguaggio e civiltà di Umberto Galimberti, Mursia editore, Milano 1977-1984.
In particolare il
- cap. VIII Heidegger e la ricerca del linguaggio perduto
- cap. X Le antiche metafore: L’esegesi di Heidegger

I plagi a Gianni Vattimo sono riportati dal ladrone in Heidegger, Jaspers e il tramonto dell’Occidente di Umberto Galimberti, il Saggiatore, prima edizione EST 1996,
e poi nella ristampa della Feltrinelli di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, in cui è incluso pure Linguaggio e civiltà, “«prima edizione nell’“Universale economica” – SAGGI aprile 2005».

L’Indice dei nomi di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente di Umberto Galimberti, Marietti, Torino 1975, non riporta il nome di Gianni Vattimo, per cui la materia plagiata al filosofo torinese, Galimberti l’ha spacciata per sua, frodando pure editore, lettori e studenti di Ca’ Foscari.


Prima di elencare idee e pensieri scippati da Galimberti in Essere, storia e linguaggio in Heidegger di Gianni Vattimo, ci sembra doveroso segnalare che chi ha scritto la “Presentazione” a Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente (1975), è il “cantore degli Eterni”, nonché magister del ladrone, Emanuele Severino.
E quanto ha scritto nella “Presentazione” il filosofo bresciano è una vera e propria laudatio dell’abissale mente dell’impostore suo ex allievo, difatti:
“Il saggio stimolante, di largo respiro, che qui presento, costituisce la prima parte del risultato maturo di questo processo di elaborazione, che consente a Galimberti di affrontare il tema, estremamente impegnativo, dell’interpretazione che Jaspers e Heidegger hanno dato della storia del pensiero occidentale.”[19] 
Dunque, il Severino credé a ciò che vide, si fece pertanto incantare dal “cerchio dell’apparire” architettato dall’imbroglione, aggiudicando subito a Galimberti “la prima parte del risultato maturo di questo processo di elaborazione”, ignorando tuttavia che il “risultato” del “saggio stimolante, di largo respiro”, ossia Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente è fabbricato con frasette non “elaborate”, bensì “rielaborate” da Galimberti, dopo averle scippate nei libri altrui, come attestano i già di pubblica lettura plagi a Massimo Cacciari, Herbert Marcuse e ora a Gianni Vattimo.
Inoltre, il filosofo bresciano rileva: “Per compiere un lavoro come questo di Galimberti occorre una padronanza dei testi e una capacità prospettica non comuni”, quindi Galimberti sarebbe un “pensatore fuoriserie”, il quale avrebbe a tal punto masticato e rimasticato i testi di Jaspers e Heidegger da poter “discorrere in modo determinato del rapporto tra l’interpretazione heideggeriana e quella jaspersiana della storia della filosofia occidentale”.[20]
Ora, i fatti squarciano il “cerchio dell’apparire” e inceneriscono l’ardente credenza del Severino, in quanto dimostrano che errava, allorquando scrisse l’entusiasta laudatio per il suo ex allievo, spingendosi addirittura ad asserire che “il libro di Galimberti ha anche il merito di richiamare in concreto quali sono le radici autentiche di ciò che oggi si suole chiamare critica «borghese» del capitalismo e della civiltà della tecnica”.[21]
A fronte di ciò, si precisa che quanto Galimberti ha saccheggiato a Gianno Vattimo è inserito tra le citazioni di Jaspers e Heidegger – anch’esse in gran parte sottratte a Vattimo – , così da indurre chi legge a credere che i plagi al filosofo torinese sarebbero piuttosto delle sue originali riflessioni sulle citazioni dei due filosofi tedeschi, e nel “cerchio dell’inganno” il primo a cascarci è stato proprio il professor Severino.  
I fatti però dimostrano che ciò è fasullo, che Galimberti è un ladrone e impostore, e che il magister Severino fu frodato dal suo ex allievo, che lo abbindolò col “cerchio dell’apparire”, facendogli credere il falso per vero.

La frode a Severino, che, com’è ormai noto, “sente e sperimenta di essere eterno”, e forse “sentirà” pure vergogna “in eterno”?, chissà, la frode ebbe tuttavia esiti nefasti, perché il magister, avendo preso per verità l’apparenza, si convinse che Galimberti fosse non solo un pensatore autentico, ma dotato addirittura di “una capacità prospettica non comune”, e forse questo è vero, poiché, l’ex allievo, prospettandogli il suo “cerchio dell’apparire”, gli fece vedere lanterne per lucciole, e circonfuso da cotanta visione, nonché irretito dalla “parola magica” dell’impostore, nel 1976, quando nacque la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Severino, uno dei fondatori, si prodigò per portare il “genietto” della frode Galimberti nella novella Facoltà, col ruolo di “professore incaricato di antropologia culturale”.
E così, assiso in cattedra a Venezia, e seguitando con plagi e imposture, Galimberti pervenne alla notorietà, e il frodatore fu celebrato dalla stampa come il “più illustre docente di Ca’ Foscari”.
Un marchio di vergogna che sfavilla sulla fronte dell’Ateneo veneziano.
    

A. Plagi a Essere, storia e linguaggio in Heidegger di Gianni Vattimo, inseriti da Umberto Galimberti in Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975.


1. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, pp. 256-257:
La storia, infatti, come la metafisica, si fonda essenzialmente sulla differenza ontologica tra essere ed ente, ogni epoca è un’epochè dell’essere, un suo sottrarsi affinché un certo ordine dell’ente possa apparire.
1. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 26:
[…] anche la storia, come la metafisica, si fonda essenzialmente sulla differenza tra essere ed essente: ogni epoca è una έποχή cioè uno svelarsi-celarsi dell’essere […].

2. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 257:
La nostra epoca, che ha estinto la differenza ontologica, assicurando l’essere dell’ente all’interno dell’attività tecnica fondata sul calcolo e sulla pianificazione, non è in grado di conoscere per sé alcun autentico futuro […].
2. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 26:
La tecnica, che non riconosce più alcuna differenza tra essere ed essente, per la quale l’essere dell’essente consiste nell’essere assicurato all’interno di una attività stabilizzante fondata sul calcolo e la pianificazione, non può più riconoscere alcun destino […].
a) plagio e manipolazione alla galimbertese.

3. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 257:
L’epoca della tecnica, come epoca finale della metafisica, assiste così al rovesciamento di quest’ultima nel suo opposto. La meta-fisica cessa di essere tensione oltrepassante il mondo fisico per diventare l’ordine pienamente attuato di questo mondo, il modo di funzionare di una certa struttura storica, di una certa civiltà.
3. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 24:
Nell’epoca finale della metafisica, questa si rovescia, per così dire, nel proprio opposto, e diventa l’ordine pienamente attuato di un certo mondo; perde quindi la propria determinatezza e la propria distinzione, non è più altro che il modo di funzionare di una certa struttura storica e di una certa civiltà.

4. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 257:
Risolto l’essere nell’ente, la metafisica non può più sussistere come attività distinta dal mondo, ma si risolve irrimediabilmente in esso, ponendosi come suo ordinamento e sua stabilità. In questo risolvimento la metafisica realizza il suo trionfo e la sua fine, porta a compimento quello che da sempre è stato il suo intento più o meno mascherato: conseguire il dominio dell’ente disponendo incondizionatamente del suo essere.
4. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 24-25:
[…] la metafisica, allora, non può più esistere come attività distinta, […] la riduzione della metafisica a mondo, la sua completa identificazione con l’attività di organizzazione e dominio dell’essente. La nostra epoca costituisce così la fine e il trionfo definitivo della metafisica, nella sua sostanza di oblio dell’essere.
 b) plagio e manipolazione alla galimbertese.

 5. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 257:
La tecnica, con il suo dispiegarsi nel mondo contemporaneo in forma di pianificazione, porta a compimento l’intento della metafisica costituendo, come s’è visto(n. 7), dei fondi, delle stabilità che assicurino il possesso definitivo e incondizionato dell’ente.
5. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 25:
La tecnica, con il suo dispiegamento nel mondo contemporaneo in forma di pianificazione, […] oltre allo slancio creatore e al superamento continuo, i processi mediante i quali la volontà di potenza si assicura i suoi «fondi», le sue stabilità da superare.
c) plagio e manipolazione alla galimbertese.

6. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, pp. 257-258:
Essa è connessa all’essenza della modernità come Neuzeit che non annuncia un nuovo (neu) tempo (Zeit), ma un nuovo modo più sicuro di vivere il proprio passato; in¬fatti la modernità è l’epoca della certezza che si autoassicura, è il tempo in cui l’uomo è continuamente alla ricerca di nuovi punti di assicurazione e di stabilità sempre più solidi.
6. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 25:
Essa è connessa con all’essenza della modernità come Neuzeit […]. Nel termine Neuzeit, il neu (nuovo) ha un significato essenziale: in quanto la modernità è l’epoca della certezza che si autoassicura, […] il tempo in cui l’uomo è continuamente alla ricerca di nuovi punti di assicurazione e di stabilizzazione sempre più solidi […].

7. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 258:
Nella misura in cui il futuro si distingue dal passato solo per la novità dei « fondi » con cui l’uomo si assicura, si conclude la storia (Geschichte) come destino (Geschick), come invio (Ge-schick) incondizionato dell’essere e  quindi come novità originaria, a favore della a-storicità della civiltà tecnica, che non ha più nulla da attendere dal futuro, perché ogni nuovo accadimento è da essa condizionato.
7. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 25-26:
Del procedimento di universale pianificazione della tecnica come di volontà che si assicura i suoi « fondi » […] della situazione a partire dalle sue componenti storiche (nel senso di historisch). La Historie, come distruzione del futuro (cfr. il già citato passo di Hw 301), non contrasta, anzi si identifica, con la sostanziale a-storicità della civiltà tecnica, nel senso in cui Geschichte si identifica con Geschick.
c) plagio e pasticcio cervellotico alla galimbertese.

8. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 258:
Alla Geschichte succede la Historie, come capacità di situare la propria posizione inquadrandola nelle « condizioni » storiche, e l’Historismus come costante ricostruzione e chiarimento delle situazioni a partire dalle «condizioni» storiche.
8. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 25-26:
[…] capacità di situare storicamente la propria condizione, di inquadrarla, come si    dice, nelle sue dimensione storiche, […] Heidegger chiama Historismus come costante ricostruzione e chiarimento della situazione a partire dalle sue componenti storiche […].

9. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 258:
Tecnica e storicismo, come attività di assicurazione e pianificazione, sono gli aspetti salienti di quella che Jaspers e Heidegger chiamano l’epoca della Weltanschauung o dell’immagine del mondo(n. 8). Weltanschauung è un termine che si può usare solo in riferimento all’epoca moderna in cui la verità è divenuta la certezza di un soggetto che si certifica da sé, per cui l’ente non ha più alcun essere al di fuori dell’attività rappresentativa e produttiva del soggetto che, in questo modo, costituisce l’unico autentico essere delle cose.
9. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 26:
Tecnica e storicismo, come attività di assicurazione e pianificazione, sono solo gli aspetti salienti di quella che Heidegger chiama, in generale, l’epoca della Weltanschauung, o anche del Weltbild, dell’immagine del mondo […]. Weltanschauung è un termine che si può usare solo in riferimento all’epoca moderna, in cui la verità è divenuta la certezza di un soggetto che si certifica da sé stesso: l’essente non ha più alcun essere al di fuori dell’attività rappresentativa o produttiva del soggetto […] soggetto costituisce l’unico e autentico essere delle cose.

10. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, pp. 258-259:
Il trionfo del soggetto, preparato dall’idèin (vedere) platonico, si accompagna al massimo di oggettività degli enti […]. Anche le più raffinate e rigorose tecniche moderne di accertamento dell’oggettività, nel senso scientifico della parola, rientrano in quell’attività assicurante e stabilizzante del soggetto che consente all’oggetto di acquistare una consistenza mai prima posseduta.
10. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 26-27:
Il trionfo del soggetto si accompagna paradossalmente con il massimo di oggettività degli oggetti: proprio all’interno della concezione della verità come certezza si sono elaborate le tecniche più raffinate e rigorose […]. Entra l’attività assicurante e stabilizzante del soggetto, anche l’oggetto acquista una consistenza mai prima posseduta.

11. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 259:
L’essere oggetto dell’oggetto, cioè l’essere dell’ente, nella prospettiva del pensiero occidentale consiste nell’essere rappresentato cioè enunciato, detto, in conformità al principio di ragion sufficiente per il quale il pensiero è tanto più valido, quanto più riesce a non lasciare nulla di infondato, cioè di inespresso, quanto più riesce a portare alla luce dell’enunciazione tutti i suoi fondamenti.
11. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
L’essere oggetto dell’oggetto, cioè l’essere dell’ente, nella prospettiva della metafisica consiste dunque nell’essere rappresentato, e cioè enunciato, conformemente al principio di ragione sufficiente. […]  tanto più è valido, […] quanto più riesce a non lasciare nulla di infondato e cioè di inespresso, quanto più riesce a portare alla luce della enunciazione tutti i suoi fondamenti.

12. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 259:
Da Platone a Hegel l’idea regolativa del pensiero occidentale è quella di un sapere che non abbia presupposti perché tutti li ha risolti in sé. Quest’idea è la stessa che sostanzia la metafisica come riduzione di tutto l’essere alla presenza, in modo che nulla sia più nascosto (lethe), ma tutto sia « spiegato », e nel dis-piegamento (a-lètheia) dimori senza più rimandare ad altro.
12. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
L’idea di un sapere che non ha presupposti perché li ha risolti tutti in sé, che guida il pensiero di Hegel […] l’ideale […] lo stesso contenuto fondamentale della metafisica, cioè la riduzione dell’essere alla presenza: l’esplicitato è ciò che è portato alla presenza, che non rimanda ad altro, che è « tutto spiegato ».

13. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 259:
In questo modo l’essere, il nascosto, si risolve nella totalità dispiegata che è poi la totalità ontica, per cui dell’essere, alla conclusione e al culmine della metafisica, « non ne è più nulla » (H - N, II, 338).
13. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
L’essere stesso, […] l’essere si risolve nell’enunciazione […]. Ma che ne è, allora, dell’essere? Dell’essere, alla con¬clusione e al culmine della metafisica, « non ne è più nulla » (N II. 338).

14. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 259:
L’equivoco di cui è stato vittima il pensiero occidentale, quando ha assegnato a se stesso il compito di portare tutto all’esplicitazione è l’aver pensato l’essere sul modello dell’ente che è dato nella presenza. Questo equivoco, che rimane a lungo celato, si rivela in tutta la sua luce nel pensiero di Hegel, dove essere e sistema ontico si identificano senza residui.
14. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
Solo perché l’essere è concepito sul modello di ciò che è dato nella presenza, l’ideale del pensiero è l’esplicitazione. Questo nesso, che rimane per lungo tempo celato, si rivela in tutta la sua luce nel pensiero di Hegel, dove essere e sistema si identificano senza residui.

15. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, pp. 259-260:
L’essere cioè non può restare alla lunga qualcosa di presupposto all’enunciazione, e pertanto per non contraddire: il principium reddendae rationis, deve risolversi nell’enunciazione. Rispetto a Hegel Nietzsche non farà che rivelare il fondo volontaristico del principio per cui « il sistema tutto spiegato che racchiude ferreamente la volontà nelle sue proposizioni posizioni è opera della volontà di potenza » (H - N, II, 453).
15. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 148-149:
L’essere stesso, cioè, alla lunga non può restare qualcosa di presupposto all’enunciazione, ciò sarebbe contrario […] principium reddendae rationis  […]: l’essere si risolve nell’enunciazione […]. Rispetto a Hegel, Nietzscche non farà che rivelare il fondo volontaristico del principio di ragione sufficiente […]. Il sistema tutto spiegato che racchiude ferreamente la realtà nelle tue proposizioni è opera della volontà di potenza (cfr. N II, 453).
d) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si fa notare l’imbroglio di Galimberti, che mette tra virgolette la frasetta copiata a Vattimo, attribuendola così a Heidegger.  

16. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 260:
In questo modo il pensiero occidentale, mosso alla ricerca del fondamento per spiegare e assicurare tutte le cose, ha ridotto l’essere stesso a fondamento (Grund), che vale solo in quanto è enunciato dal soggetto in una proposizione, in quanto è rappresentato.
16. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 149:
II pensiero metafisico. mosso alla ricerca del Grund, per aver voluto costruire, conformemente al principio di ragione sufficiente, un sistema in cui tutto è fondato, ha ridotto l’essere stesso a fondamento che vale come tale solo in quanto è enunciato dal soggetto in una proposizione, in quanto è rappresentato.
e) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

17. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 260:
Così facendo ha smarrito il senso dell’essere che non è Grund, ma Boden, ossia fondo, suolo, terreno su cui soltanto è possibile edificare l’ente e abitare la terra. Per questo Jaspers dice che oggi l’uomo è Bodenlos, senza terra (J - W, 34), e Heidegger: «Il totale farsi valere dell’appello all’enunciazione della ragione sufficiente minaccia di togliere all’uomo ogni possibilità di avere una patria, e gli sottrae il suolo su cui soltanto può darsi qualcosa di nativo, cioè quello da cui fino ad ora è nata e cresciuta ogni grande epoca dell’umanità, ogni spirito fondatore di mondi, di ogni caratterizzazione storica dell’essenza dell’uomo» (H - SG, 60).
17. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 149:
In tal modo, il pensiero metafisico ha perso l’autentico fondamento, l’essere stesso, inteso non come Grund ma come Boden, come fondo, suolo, terreno su cui soltanto è possibile edificare l’ente e abitare la terra. Il dispiegarsi del principio di ragione nel sistema di Hegel segna davvero, sotto un certo aspetto, la fine della storia:

«il totale farsi valere dell’appello all’enunciazione (assegnazione) della ragione sufficiente minaccia di togliere all’uomo ogni possibilità di avere una patria e gli sottrae il suolo su cui soltanto può darsi qualcosa di nativo, cioè quello da cui fino ad ora è nata e cresciuta ogni grande epoca dell’umanità, ogni spirito fondatore di mondi, ogni caratterizzazione storica dell’essenza dell’uomo » (SvG 60).

e) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Galimberti ha copiato pure la citazione, dando così segno di coerenza plagiatoria, avendo copiato pure il contesto e le argomentazioni di Vattimo in cui la citazione è inserita.

18. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 260:
La storia, come aprirsi di ambiti in cui le cose vengono all’essere è storia della virtù, cioè dello svelamento, ma ogni svelamento è possibile solo sulla base di un originario nascondimento. Là dove ogni nascondimento è dissolto perché tutto è dispiegato il pensiero è alla fine […].
18. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 149:
La storia, come aprirsi di àmbiti in cui le cose vengono all’essere, è storia della verità, cioè dello svelamento (Entbergung); ma ogni svelamento è possibile solo sulla base di un originario nascondimento. Dove il nascondimento non c’è più, diventa impossibile ogni ulteriore aprirsi di aperture; […].
f) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si segnala uno “scatto di novità” ideato da Galimberti per dissimulare il furto, difatti, laddove Vattimo ha scritto:
- “è storia della verità”,
l’impostore l’ha alchimizzato e trasformato in
- “è storia della virtù”,
come se “verità” e “virtù” fossero membri della stessa famiglia.   

19. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 261:
Se il pensiero, che in Occidente s’è sviluppato come spiegazione totale e totale esplicitazione, è giunto al suo trionfo, ma anche alla sua conclusione, se non si vuole che il tramonto del pensiero occidentale coincida col tramonto del pensiero in quanto tale, non c’è che da mutare prospettiva e passare dal pensiero come spiegazione al pensiero come ermeneutica.
19. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 149:
La metafisica, nella totale esplicitazione, giunge al trionfo ma anche alla conclusione: […]. Solo un mutamento radicale di prospettiva può far sì che la fine della metafisica non sia anche la fine del pensiero (cfr. VA 83). Questo mutamento di prospettiva è proprio attuato nella concezione del pensiero come ermeneutica.

20. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, pp. 261-262:
L’ermeneutica […] heideggeriana […] si fondano sul presupposto che ciò che rimane na¬scosto […] non costituisce il limite o lo scacco del pensiero, ma il terreno fecondo su cui, solo, il pensiero può fiorire e svilupparsi.
20. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 150:
L’ermeneutica heideggeriana si fonda così sul presupposto che ciò che rimane nascosto non costituisce il limite e lo scacco del pensiero, ma anzi il terreno fecondo su cui, solo, il pensiero può fiorire e svilupparsi.

21. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 262:
L’ermeneutica, che così prende avvio, non è mossa dall’ideale metafisico dell’esplicitazione totale che elimina ogni nascondimento, ma, al contrario, custodisce il nascosto, e accoglie dal nascosto ciò che esso libera, ciò che offre all’interpretazione e, nell’interpretazione, lascia in libertà (freilassen).
21. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 151:
L’ermeneutica, dunque, non è mossa per Heidegger dall’ideale dell’esplicitazione totale. Essa vuole invece arrivare a portare in primo piano, ma, alla lettera, a freilassen, a lasciar libero, ciò che si offre all’interpretazione […].
g) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

22. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 262:
Se l’essere è ciò che sempre « è da pensare » (H - WD, 1), fedele all’essere non sarà quel pensiero che si pone come esplicitazione totale, ma quel pensiero che, rispetto all’ideale esplicativo dell’Occidente, sarà detto «inadeguato», mentre in realtà è semplicemente consapevole dell’«inesauribilità» dell’essere.
22. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 150:
Per Heidegger, il fine del lavoro ermeneutico non può essere l’esplicitazione compiuta. Perché questo sarebbe anche la fine del pensiero e dell’essere, in quanto questo è ciò che sempre « è da pensare » (cfr. WD 1-2) […] per lui il pensiero si muove solo in quanto l’interpretazione è sempre inadeguata.
h) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

23. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 262:
In questo senso, sia lo scopo sia i modi del lavoro ermeneutico di Jaspers e di Heidegger assumono una fisionomia tutta nuova, perché il rapporto essere-pensiero non è più pensato come un processo causalmente strutturato che agisce sotto la spinta del Grund che di ogni cosa chiede il perché, ma è pensato come appello-risposta […].
23. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 150:
In realtà, in Heidegger, il rapporto essere-pensiero è pensato molto più come un rapporto di appello e risposta […] che non come un processo causalmente strutturato di cui si debba indicare la molla e il perche (in tal caso, l’essere diventerebbe Grund del pensiero […]).
i) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si fa notare che Galimberti, per camuffare il furto a Vattimo, ha inserito nel passo la frasetta
- “lavoro ermeneutico di Jaspers”,
che è però soltanto fumo negli occhi, fumo servito prima a ingannare il magister Severino, e poi studenti di Ca’ Foscari e lettori.

24. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 262:
[…] come dono-ringraziamento che caratterizzano il rapporto uomo-essere in quella terra, il Boden, che non si risolve mai nel Grund della metafisica, perché anche l’ambito storico in cui l’esserci si muove e costruisce le sue concatenazioni di cause ed effetti, di premesse e conclusioni è sorretto, dato, reso possibile dal dono dell’essere che, come dono, si dà (es gibt), e, come parola, dà (gibt) l’essere agli enti.
24. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 150-151:
[…] (dono)-risposta (ringraziamento) che caratterizza il rapporto uomo-essere […] il Boden non si risolve mai nel Grund della metafisica proprio perché l’àmbito storico in cui l’esserci si muove e costruisce le sue concatenazioni di cause ed effetti, di premesse di conclusioni è sorretto, dato, reso possibile sempre dal dono dell’essere, che  es gibt, si dà, solo in quanto, come la parola, gibt, dà l’essere agli essenti.

25. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 119:
Al Boden, come fondo del nascondimento in cui è custodito il mistero dell’essere e da cui sorge la verità come apertura, si sostituisce il Grund, il fondamento, che, nel tentativo di spiegare tutto, perde alla fine il Boden, il suolo stesso su cui poggia i piedi.
25. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 149:
Il Boden, come fondo di nascondimento su cui sorge la verità come apertura e la storia come storia della verità, non può diventare Grund: paradossalmente, il pensiero che cerca il fondamento e che riduce tutto a fondamento, perde alla fine il suolo stesso su cui poggiare i piedi.
l) plagio e rielaborazione cervellotica alla galimbertese.

26. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 120:
[…] consegna ad ogni ente, ivi compreso l’Ente supremo, il senso custodito nel suo esser detto, nel suo esser enunciato.    `
La metafisica dell’Occidente, che cresce nella dimenticanza del suolo sospinta alla ricerca del fondamento, in conformità alla ragione del proprio essere, considera se stessa, nelle varie epoche, tanto più valida quanto più riesce a non lasciare nulla di infondato e quindi di inespresso, quanto più riesce a portare alla luce dell’enunciazione tutti i suoi fondamenti.
26. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
[…] essere equivale a «esser detto», ad «essere enunciato». Il pensiero filosofico, conformemente al prin¬cipio di ragione sufficiente, tanto più è valido, cioè tanto più  realizza la propria funzione, quanto più riesce a non lasciare nulla di infondato e cioè di inespresso, quanto più riesce a portare alla luce della enunciazione tutti i suoi fondamenti.
m) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure a p. 259 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.    

27. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 120:
In questo accostamento è racchiuso il senso dell’itinerario percorso dalla metafisica dell’Occidente, tesa al raggiungimento di un sapere senza presupposti perché tutti li ha risolti in sé. Questo ideale è raggiunto in Hegel dove il pensiero è l’esplicitazione totale e l’essere è ridotto alla presenza esplicitata dell’ente.
27. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
L’idea di un sapere che non ha presupposti perché li ha risolti tutti in sé, che guida il pensiero di Hegel, caratterizza però in diversa misura, più o meno esplicitamente, tutto il pensiero metafisico, cioè tutto il pensiero occidentale. Anzi, l’ideale del pensiero come esplicitazione totale […] riduzione dell’essere alla presenza […].
n) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure a p. 259 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.    

28. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 121:
[…] l’esplicitare porta tutto alla presenza, a quella presenza immanente propria dell’Idea che non rimanda ad altro perché tutto spiega. Solo in quanto Hegel pensa l’Idea che esplicita sul modello dell’essere che invia alla presenza può identificare senza residui essere e sistema.
28. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 148:
[…] l’esplicitato è ciò che è portato alla presenza, che non rimanda ad altro, che è «tutto spiegato». Solo perché l’essere è concepito sul modello di ciò che è dato nella presenza, l'ideale del pensiero è l’esplicitazione. […] pensiero di Hegel, dove essere e sistema si identificano senza residui.
o) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure a p. 259 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.

29. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 121:
Dell’essere, alla conclusione e al culmine della metafisica «ne è nulla» (H - N, II, 338).
Nietzsche, interprete del nichilismo dell’Occidente, non farà che rilevare il fondo volontaristico della metafisica che, nata dall’idèa platonica, s’è conclusa nell’esplicitazione dell’Idea hegeliana.     
29. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 148-149:
Dell’essere, alla conclusione e al culmine della metafisica, «non ne è più nulla» (N II. 338). Rispetto a Hegel, Nietzsche non farà che rivelare il fondo volontaristico del principio di ragione sufficiente: l’essere si è risolto nell’enunciazione, in Hegel […].
p) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure a p. 259 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.

30. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 121:
[…] la cui esplicitazione avviene in occasione del trionfo, ma anche della conclusione della metafisica […].
Sotto questo rispetto è vero che dopo Hegel non è più possibile filosofare, almeno nel senso in cui la tradizione occidentale ha inteso la filosofia, ossia come ragione fondante che non lascia nulla fuori di sé, perché tutto spiega. Solo un mutamento radicale di prospettiva può far sì che la fine della metafisica non sia anche la fine del pensiero.
30. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 149-148:
La metafisica, nella totale esplicitazione, giunge al trionfo ma anche alla conclusione: resta dunque vero, sotto un certo rispetto, che dopo Nietzsche (e Hegel) non è più possibile filosofare, almeno nel senso in cui essi intesero, con tutta la tradizione occidentale, la filosofia. Solo un mutamento radicale di prospettiva può far sì che la fine della metafisica non sia anche la fine del pensiero […].
q) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure a p. 261 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.

31. Galimberti, Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente, 1975, p. 121:
Ciò che rimane nascosto non costituisce il limite e lo scacco del pensiero, ma anzi il terreno fecondo che, invece di risolvere l’essere nell’esplicitazione totale, lo mantiene come ciò che è sempre «da pensare» (H - WD, 1).
31. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 150:
[…] ciò che rimane nascosto non costituisce il limite e lo sacco del pensiero, ma anzi il terreno fecondo […]. Il suo fine non può essere […] nella esplicitazione totale […] dell'essere, in quanto questo è ciò che sempre «è da pensare» (cfr. WD 1-2) […].
q) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Queste frasette plagiate a Vattimo, il ladro Galimberti le ha usate pure alle pp. 261-262 di Heidegger – Jaspers e il tramonto dell’Occidente.



B. Plagi a Essere, storia e linguaggio in Heidegger di Gianni Vattimo, inseriti da Umberto Galimberti in Linguaggio e civiltà 1977-1984.


1. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 220-221:
[…] ricomporre quel rapporto originario tra l’uomo e l’essere che la metafisica bimillenaria ha spezzato. Ma per l’annuncio è necessario un linguaggio che non sia il linguaggio metafisico dell’ente, perché il rapporto da recuperare è con l’essere che è stato obliato dalla metafisica.
1. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 105-110:
Per questa «nuova» impostazione dei rapporti tra l’uomo e l’essere Heidegger […] esperienza dell’impossibilità di parlare ancora il linguaggio tradizio¬nale della filosofia occidentale […] quella dell’oblio dell’essere.

2. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
Alla dimenticanza dell’essere (Seinsvergessenheit) è intimamente connessa la deficienza del linguaggio, a cui mancano le parole per esprimere ciò che ancora non è stato pensato. Per questo Sein und Zeit non ebbe seguito, perché il linguaggio della metafisica non si prestava ad esprimere il nuovo punto di vista che proprio dalla metafisica voleva uscire.
2. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 110-105:
[…] pensare la Seinsvergessenheit e quindi di uscirne non è una semplice deficienza del vocabolario […] la mancanza delle parole adatte ad «esprimere» un pensiero che cerca di pensare la dimenticanza dell’essere […]. La terza sezione di Sein und Zeit non fu mai pubblicata perché urtò contro la difficoltà di dover usare il linguaggio della metafisica, che non si prestava, non poteva «esprimere» il nuovo punto di vista che appunto voleva uscire dalla prospettiva metafisica.
a) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

3. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
L’impossibilità di ricorrere al linguaggio tradizionale della filosofia occidentale fa venire in primo piano la questione del linguaggio. «La mancanza della parola adatta» (H. - US, 161) rende presente che il linguaggio non si riduce a semplice strumento, indifferentemente impiegabile per l’espressione, ma è ciò che, se non dice, non consente al pensiero di pensare la cosa che, proprio per carenza linguistica, non ha nome.
3. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 105:
 [..] dell’impossibilità di parlare ancora il linguaggio tradizionale della filosofia occidentale a far venire in primo piano nel pensiero di Heidegger la questione del linguaggio.  […] «la mancanza della parola adatta», perché allora viene in luce il suo non essere semplicemente, come noi crediamo che sia, strumento indifferentemente adoperabile per l’espressione; la mancanza della parola adatta rende impossibile pensare la cosa stessa […].
b) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

4. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
La deficienza di vocabolario […]. Il rapporto col linguaggio diventa così un rapporto privilegiato, dove l’essere viene in luce come fatto linguistico, in quanto eventua dei vocabolari, esprime delle culture, istituisce dei linguaggi. Il tempo della povertà, determinato dalla dimenticanza dell’essere, è dunque anche il tempo della mancanza del linguaggio.
4. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 110- 111:
[…] deficienza del vocabolario […]. Il rapporto con il linguaggio diventa un rapporto privilegiato […] dell’essere, viene in luce come un fatto linguistico […] in quanto eventualizza dei vocabolari, potremmo anche dire delle «culture», in quanto istituisce dei linguaggi. Quelle conclusioni, che si riassumono nello sperimentare la deficienza del linguaggio alla luce della dimenticanza dell’essere […].
c) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
 
5. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
In questa prospettiva il linguaggio non è qualcosa che è in potere dell’uomo, al contrario è l’uomo che è in potere del linguaggio, in quanto può pensare solo ciò che nell’ambito di un certo linguaggio rientra. Aperto all’essere, l’uomo, a differenza degli animali, parla il suo dire è un corrispondere a ciò che dell’essere nel linguaggio si annuncia.
5. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 111:
[…] linguaggio non è totalmente in potere dell’uomo, anzi, per un certo verso è l’uomo che è in potere del linguaggio in quanto può pensare solo ciò che nell’àmbito di un certo linguaggio rientra. […] la funzione di «aprente» che spetta all’uomo come esserci […] il linguaggio che caratterizza l’uomo nei confronti degli animali. L’uomo esiste in quanto parla […]. Tutto ciò indica un rapporto, […] tra il dire e l’essere (4).
d) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

6. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
L’essere non è mai questo o quello, nel senso in cui la metafisica connette un predicato al soggetto. L’espressione è, attribuita all’essere, ha sempre e solo un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua.
6. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’essere non è, infatti, mai questo o quello, nel senso in cui normalmente noi connettiamo un predicato al soggetto. L’espressione « è ». attribuita all’essere, ha sempre soltanto un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quest’altro solo intendendo che l’essere fa essere questa o quella cosa, « la (oggetto) è » (cfr. WPH 22).

7. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
L’impossibilità di definire l’essere con la logica della metafisica testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della metafisica di parlare senza ridurre ciò di cui parla ad ente.
7. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’impossibilità di definire l’essere è quindi, sotto un certo aspetto, un’impossibilità linguistica: non si può trovare una proposizione che, volendo essere definizione dell’essere, per la sua stessa struttura non lo riduca al livello degli enti.

8. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
[…] la massima retorica: rem tene verba sequentur non vale, perché non si tiene la cosa se non nella parola. La mancanza della parola adatta non è una deficienza del vocabolario, di un singolo o di una cultura, ma è il limite dell’apertura storica dell’essere, dove ognuno di noi si trova, e che nessuno può superare con una semplice escogitazione linguistica,
A questa situazione allude quel verso della poesia di George:
«Nessuna cosa è dove la parola manca»
                               (H. - US, 159-216).
8. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 114:
[…] la tradizionale massima retorica rem tene verba sequentur, non vale […]. Non si tiene la cosa se non nella parola: la mancanza delle parole adatte non è solo una deficienza del vocabolario di un singolo o di una cultura, […] i limiti di una certa «apertura storica entro cui noi stessi siamo gettati e che non possiamo superare con una escogitazione terminologica. È la parola che dà l’essere alla cosa, come Heidegger arriva a chiarire riflettendo su una poesia di George (IUS 152-216).

9. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 221-222:
Ciò significa che l’ambito entro cui le cose vengono all’essere non dipende da un particolare modo di vedere le cose, da una Weltanschauung entro cui ha luogo l’esperienza del mondo, peraltro già costituito indipendentemente da essa, perché questo modo di pensare implicherebbe di nuovo la distinzione metafisica tra un « soggetto » e un « oggetto ».
9. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 114:
Ciò significa anzitutto  […] che il progetto entro cui solo le cose possono venire all’essere è un fatto linguistico. Non si tratta di un mio « modo di vedere » le cose, di una Weltanschauung entro cui soltanto sarebbe possibile l’esperienza del mondo, mondo peraltro già costituito indipendentemente da essa: un tale modo di pensare implicherebbe già la distinzione metafisica tra un « soggetto » e un « oggetto » […].

10. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
L’ambito entro cui le cose vengono all’essere è un certo linguaggio che precede e condiziona     ogni possibile Weltanschauung. Il linguaggio infatti presenta la cosa inserendola in un mondo, in un ordine, in una struttura linguistica […].
10. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 114:
Il progetto invece è un certo linguaggio: la cosa non si presenta, non viene alla presenza cioè all’essere se non in quanto è qualcosa, cioè è inserita in un mondo, in un ordine, che è una struttura linguistica.

11. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Come l’essere, anche il linguaggio non è, non è un ente, ma ciò per cui ciascun ente è tale. Per il principio di ragion sufficiente una simile affermazione suona paradossale, perché è impossibile che la parola, non essendo, possa dar l’essere alla cosa
11. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 114:
La parola in quanto tale, cioè, non è; non è un ente, ma ciò per cui ciascun ente è tale. Il paradosso, per il pensiero abituato a ragionare secondo il principio di ragione sufficiente, è che la parola, non essendo, possa dar l’essere alla cosa.

12. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
[…] tratta la parola come una cosa, e così perde ciò per cui essa parla. La parola parla non quando è « oggettivata », ma quando, liberata da ogni spessore antico, porta, inoggettivabile, la cosa alla presenza.
12. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 114-115:
Ma la parola. quando è trattata come una cosa, perde ciò per cui essa è parola: si può parlare delle parole, ma le parole di cui si parla non sono le parole parlanti, sono le parole « oggettivate », si potrebbe dire, mentre ciò per cui esse sono parole, cioè il loro portare la cosa nella presenza (nell’essere) è inoggetivabile.
e) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

13. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Ciò induce a cercare nel detto il non detto, nell’esplicitazione totale compiuta, dalla metafisica, che ora non ha più niente da dire,(n.1) quanto è rimasto implicito e così trattenuto. Il compito ermeneutico che Heidegger propone al pensiero, che ormai non ha più futuro nell’ambito metafisico, è quello di pensare il non-pensato, che racchiude il senso di ciò che è pensato.
13. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 153-152:
[…] collocando il detto nel non-detto in cui si fa visibile […]. sottragga alla sua condizione di nascondimento, lo espliciti. Siamo qui sempre nell’àmbito dell’ideale dell’esplicitazione totale: il non detto è solo la negazione, il limite che l’esplicitazione tende a ridurre sempre più fino a farlo, alla fine, sparire. […]. L’esercizio ermeneutico […] ha proprio lo scopo di far venire in luce, ma non nella forma della enunciazione-esplicitazione, questo non-pensato che costituisce la forza di ciò che è pensato (7).
f) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si pone qui all’attenzione un elemento tragicomico. Con riferimento a quanto su argomentato da Galimberti, e plagiato a Vattimo, l’impostore, con la n. 1, rinvia i lettori a
- “1 Cfr. Heidegger-Jaspers e il tramonto dell’Occidente, cit., e in particolare capitolo VII, § 4 «Il senso del tramonto».”
Ora, come si è sopra dimostrato, il § 4 «Il senso del tramonto» è quasi interamente copiato a Vattimo, però è evidente che Galimberti spaccia ciò che ha rubato al filosofo torinese per farina del suo sacco, il che è falso.

14. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Il compito non può essere eseguito nella forma dell’enunciazione-esplicitazione propria della metafisica, perché in questa forma si lascia pensare solo l’ente, non l’essere che si rifiuta ad ogni esplicitazione e ad ogni enunciazione perché non è mai ciò che si pensa, ma sempre ciò in cui si pensa.
14. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 153-152:
L’esercizio ermeneutico […] non nella forma della enunciazione-esplicitazione […]. L’essere come altro dall’ente non si lascia pensare […]. L’essere non è mai ciò che è pensato, nel senso di rappresentato, ma ciò in cui si pensa […].
g) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

15. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Il rinvio non risale alla causa, ma colloca nel luogo (Ort) da cui ogni dire (Er-ört-erung) si invia. Erörterung, alla lettera, significa discussione, ma nell’uso heideggeriano significa, coerentemente con l’etimo, collocazione (erörten, mettere in un luogo, in un Ort, collocare). Comprendere un’espressione linguistica non significa allora capire ciò che dice, ma collocare ciò che dice in ciò che non dice, eppure richiama.
15. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 153:
[…] non risalendo […] alla sua causa, ma collocando il detto nel non-detto in cui si fa visibile. […] Erörterung, che alla lettera significa discussione, ma che nell’uso heideggeriano significa piuttosto, coerentemente con l’etimo, collocazione (er-örtern, mettere in un luogo, in un Ort: collocare) (cfr. US 37 ss.).  Davanti a un testo, ma anche davanti a una espressione del linguaggio comune. L’interprete che voglia ascoltarlo come parola dell’essere non deve solo, o principalmente, chiarire che cosa il testo dice (vuol dire), ma anzitutto ciò che esso non dice eppure richiama.
h) plagio e rielaborazione cervellotica alla galimbertese.

16. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Per questo è necessario seguire una via, ma siccome il luogo in cui si deve arrivare non è detto, non si può intendere la via come un semplice mezzo per giungere ad una meta che lascia la via alle spalle.
16. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 154:
Il pervenire a collocare il detto nel suo luogo implica che si segua una via […] la via che si segue è solo mezzo […] il luogo a cui si deve arrivare non è un posto definito […] strada che poi viene lasciata dietro le spalle.
i) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

17. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 223:
Chi misura ciò che incontra con criteri rigorosamente stabiliti in precedenza non incontra mai qualcosa di nuovo, perché si limita a sistemare e risistemare continuamente il campo secondo i criteri della ragione calcolante […].
17. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 155:
Chi misura ciò che incontra con criteri rigorosi stabiliti in precedenza […] non è capace di farci incontrare mai qualcosa di « nuovo » […], perché si limita a sistemare e risistemare continuamente il « campo », secondo i criteri […] della ragione metafisica calcolante […].

18. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 223:
Se l’essere è appello, rispondere all’appello non significa chiarire la parola secondo certi criteri accettati in un certo ambito storico, ma significa rinunciare a priori a una tavola di criteri anticipatamente stabilita, per mettersi a disposizione della parola, ascoltarla per ciò che ancora essa ha da dire, per il non-detto che la regge e che la rende udibile.
18. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 155-156:
L’essere è appello. […] è ben diverso che chiarire il testo […] corrispondendo a certi criteri accettati in un certo àmbito storico […] rinunciando a stabilire a priori una tavola di criteri essa si mette interamente a disposizione della parola, e l’assume in ciò che essa ha di ancora e sempre vivo, cioè il non-detto che la regge e la rende udibile.

19. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 223:
Di qui l’etimologismo heideggeriano, spesso considerato impropriamente come un aspetto periferico e paradossale della sua opera. Esso rappresenta il recupero della parola parlante, recupero quanto mai necessario in     un tempo la cui povertà ha svuotato ogni parola del suo senso, sì da ridurla a semplice oggetto di discorso. Come nella storia il passato vive nel presente, così la parola fa vivere, nella sua enunciazione, la propria storia.
19. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 190-191:
L’etimologismo, che spesso è considerato come un aspetto periferico e paradossale dell’opera heideggeriana […] le « leggi » dello sviluppo del linguaggio […], non riguardano la parola come parlante, ma la parola divenuta oggetto di discorso, e quindi svuotata del suo senso originario […] Il passato vive nel presente proprio come la storia di una parola è presente nella parola quando essa viene pronunciata.
l) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

20. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 223:
A questo punto il problema del linguaggio diventa l’unico vero problema della filosofia, non perché, come strumento degli strumenti, meriti di essere particolarmente perfezionato, come presumono le moderne filosofie del linguaggio, ma perché è il luogo (Ort) dell’accadere della storia dell’essere. Questo, ovviamente, alla sola condizione che ogni discorso sul linguaggio sia innanzitutto un discorso dal linguaggio [...].
20. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 191:
Il linguaggio è davvero l’unico problema della filosofia; ma non perché, essendo lo strumento degli strumenti, sia quello che merita anzitutto di essere perfezionato, come più o meno presuppongono le cosiddette filosofie del linguaggio del nostro secolo, bensì perché è riconosciuto come la sede autentica dell’accadere della storia dell’essere. Ogni discorso sul linguaggio è anche discorso dal […] linguaggio […].
m) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

21. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 224:
In questo senso l’opera d’arte è opera della verità. Ciò che essa dischiudendo espone (Aufstellung) è un mondo (Welt), che però non è chiuso in se stesso, ma dischiuso a quella terra (Erde) che la produce (Herstellung). Ad essa il mondo dischiuso rinvia senza poterla includere, per cui la terra si rivela nel mondo dischiuso nell’arte come ciò che si sottrae all’apertura che fonda.
21. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 88-89:
[..] l’opera d’arte […] messa in opera della verità […]. L’esser opera dell’opera si riassume in questi due concetti: Aufstellung (es-posizione) di un mondo e Herstellung (pro-duzione, nel senso etimologico) della terra (HV 33-34). […] la terra però si rivela nell’opera d’arte anzitutto come ciò che non è mai pienamente manifesto, come ciò che si sottrae all’apertura mentre la fonda.
n) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

22. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 224:
La terra, come marmo di un tempio, come colore di un quadro, dischiude un ordine di vita e di morte che esprime il senso di una  determinata umanità storica. Ma il marmo, il colore, in una parola, la terra, nell’esporre
questo mondo, non si fa osservare, non richiama l’attenzione su di sé, bensì
sul mondo che essa, esponendo, dischiude.
22. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 89-90:
Un tempio greco, con il suo semplice sussistere, apre […] tutto un ordine della vita e della morte, cioè presenta tutto l’ordine dei valori […] di una determinata umanità storica. […] l’esser così dello strumento non si fa osservare, non richiama l’attenzione su di sé, si inserisce senza scosse nel mondo dei rimandi e dell’utilizzabilità.
o) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

23. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 224:
Tra mondo e terra si stabilisce un conflitto che è la stessa messa in opera della verità. Il conflitto non è da intendersi nel senso che uno dei due termini tenda ad eliminare l’altro, ma nel senso che ognuno dei due richiama l’altro come proprio opposto e, ad un tempo, come proprio fondamento. Il mondo dell’opera, infatti, è nulla senza il fondamento della terra o della materia di cui l’opera è fatta, così come la materia viene in luce, sia pure sottraendosi, solo nel mondo dei significati che l’opera istituisce.
23. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 90-91:
[…] tra il mondo […] e la terra […] si stabilisce un conflitto che è la vera messa in opera della verità. Il conflitto […] non va inteso nel senso che l’uno dei due termini tenda a eliminare l’altro, ma piuttosto nel senso che ognuno dei due richiama […] come proprio opposto e, seppure in senso diverso, come proprio fondamento. Il mondo dell’opera non è nulla se non sul fondamento della terra, o della materia di cui l’opera è fatta; d’altra parte, la materia viene in luce, pur sempre come sottraentesi, soltanto nel mondo dei significati che l’opera istituisce.

24. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 224:
Ora, questa natura conflittuale, questo implicarsi di una apertura e di una chiusura, che si manifesta come tale nel fondare l’apertura, costituisce proprio l’essenza della verità, come fondo di ogni schiudersi, come aprirsi di un mondo.
24. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 91:
Ora, questa natura conflittuale, questo implicarsi di una apertura e di una chiusura che, fondandola, si manifesta come chiusura, costituisce proprio l’essenza della verità. […], il fondo da cui ogni schiudersi […] come aprirsi di un mondo.

25. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 225:
Il conflitto mondo terra consente di cogliere la differenza che esiste tra la cosa intramondana e l’opera d’arte. La prima si inserisce in un mondo già aperto, il suo significato è ottenuto sulla base dei rimandi che rinviano ad altre cose già disposte nell’apertura del mondo dischiuso […].
25. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 92:
L’esistenza del conflitto tra Welt e Erde nell’opera fa sì che 1’opera non manifesti un mondo peraltro già aperto, […]. Il rimando nel senso dell’ente intramondano è possibile solo nell’àmbito di un aperto già aperto, di un mondo già istituito.

26. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 225:
In quanto dischiude nuovi sensi e nuovi mondi, l’opera d’arte sospende il nostro modo abituale di vivere e di pensare, e in ciò è la sua forza e la sua autenticità.
26. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 94:
L’opera, se è opera d’arte autentica, si impone con la forza di una novità assoluta […] una sospensione di tutto il nostro modo abituale di vivere e di pensare […].

27. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 225-226:
Per comprendere l’opera d’arte, allora, non è sufficiente ricorrere a criteri o a metodologie critiche, ma è necessario permanere nell’apertura aperta dall’opera, e appartenere al mondo che essa ha istituito; infatti ciò che opera l’opera, […] ciò che essa mette in gioco non è un rapporto interno al mondo, ma il mondo nella sua totalità.
27. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 94:
[…] misurare la validità dell’opera […] non è questione di metodologia critica, né della formulazione di criteri […] è il permanere nell’apertura aperta dall’opera, facendosi appartenente al mondo che essa ha istituito. […] essa non mette in gioco questo o quel rapporto interno al mondo, ma il mondo come tale nella sua totalità.

28. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 226:
Heidegger chiama urto (Stoss) la messa in crisi e la distruzione dei rapporti che prima erano consueti e familiari e poi, con l’intervento dell’opera, diventano straordinari (ungehuer) e non più sicuri.
28. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 95:
[…] fa diventare ungeheuer (straordinario, ordinario, non sicuro) tutto ciò che appariva ovvio, è ciò che Heidegger chiama anche Stoss (alla lettera, urto), intendendo accentuare il carattere di messa in crisi e di distruzione dei rapporti consueti che l’opera ha per noi.
p) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

29. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 226:
In quanto l’opera d’arte dischiude un’apertura, l’opera d’arte deve essere creata, inventata (gedichtet), in questo senso è poesia (Dichtung). Ciò non significa che le varie forme dell’arte debbano sottostare alla forma della poesia nel suo senso ristretto (Poesie) […].
29. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 96-97:
[…] la verità dell’opera, come apertura di un mondo, « accade in quanto è gedichtet » (Hw 59), cioè in quanto è inventata, noi diremmo anche creata […], è Dichtung, poesia. […] non significa tuttavia che le varie arti debbano essere considerate come sottospecie della poesia intesa nel senso ristretto di arte della parola.

30. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 226-227:
Il primo dono della terra, la prima forma poetica che ha dischiuso mon¬di è il linguaggio. « Il linguaggio è poesia nel suo senso più essenziale », (H. - Hw, 61). Questa essenza non appartiene al linguaggio quotidiano […], ma al linguaggio poetico che non manifesta nell’aperto, ma apre l’apertura.
30. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 97:
Il linguaggio è il modo stesso di aprirsi dell’apertura […]. « Il linguaggio stesso è poesia nel suo senso più essenziale » (Hw 61). Questa essenza del linguaggio, tuttavia, non appartiene al lin¬guaggio quotidiano […], ma solo al linguaggio che sia un autentico aprirsi dell’apertura e non un semplice manifestarsi dell’aperto […].

31. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 227:
La parola allora non fonda arbitrariamente, ma risponde a quel fondo da cui nasce; quando nomina gli dei risponde al loro appello. « La parola che nomina gli dei è sempre risposta all’appello. Tale risposta nasce dall’assunzione della responsabilità di un destino » (H. - ED, 37).
31. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 100:
Il poeta, dice Heidegger, non fonda arbitrariamente, perché anzi la sua poesia, in quanto nomina gli dèi, è già una risposta all’appello che essi ci rivolgono.

La parola che nomina gli dèi è sempre risposta al (loro) appello. Tale risposta si origina sempre dalla assunzione della responsabilità di un destino (EH 37).

32. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 227:
L’appello agli dei è l’appello dell’essere che trascende l’uomo e le sue opere. Rispondendo all’appello, l’uomo « attesta la sua appartenenza alla terra » (H. - ED, 34) […].
32. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 100:
[…] il linguaggio è stato dato all’uomo « perché egli attesti ... la sua appar¬tenenza alla terra » (EH 34). […] dèi e il destino […], trascende l’uomo stesso e le sue azioni.
q) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

33. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 227:
Il linguaggio che meglio rivela la natura del linguaggio, e che più di ogni altro sconfessa la concezione tradizionale del linguaggio come semplice segno, è la poesia. Utilizzando i risultati raggiunti nell’indagine sull’opera d’arte, Heidegger osserva che come l’arte non è « imitazione » nel senso di riproduzione di un mondo, peraltro già dato e aperto, ma è apertura di un mondo, così il linguaggio poetico non è « segno » che rinvia a qualcosa che è già dato, ma è il luogo in cui l’essere si dà, si eventua.
33. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 116:
Il linguaggio che realizza a pieno la natura del linguaggio […]. Proprio un esame del linguaggio poetico è tale da mettere in crisi la concezione tradizionale del linguaggio come segno: Heidegger utilizza […] i risultati raggiunti nell’indagine sull’origine dell’opera d’arte […] non è « imitazione » nel senso della riproduzione di un mondo peraltro già dato e aperto, ma è « messa in opera della verità ». ». Il linguaggio poetico è quello che non può ridursi sotto la categoria di segno, […] come a luogo, in cui si eventualizza l’evento dell’essere.
r) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

34. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 227:
La « sera d’inverno », di cui parla la poesia di Trakl, che in Unterwegs zur Sprache Heidegger commenta per intero, non è qualcosa che si possa incontrare anche fuori dalla poesia e che la poesia si limiti a « richiamare », perché non « rappresenta » una sera possibile nell’ambito della nostra esperienza.
34. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 116:
La sera di inverno di cui parla la poesia di Trakl che Heidegger commenta nel primo saggio di Unterwegs zur Sprache non è una sera d’inverno che si può incontrare anche in qualche posto fuori della poesia e che la poesia si propone solo di « richiamarci » […]. E nemmeno si tratta di rappresentare una sera di inverno « possibile » nell’àmbito della nostra esperienza.
s) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

35. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 227:
La parola poetica, come l’opera d’arte, è un cominciamento assoluto, è l’aprirsi di un mondo, in cui qualcosa di assolutamente nuovo viene all’essere […].
Tutto questo conduce a pensare il linguaggio come quell’apertura che dischiude l’originario rapporto che lega l’uomo all’essere.
35. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 117:
la parola poetica, il cominciamento dell’opera e dell’autore insieme […], l’aprirsi di un mondo in cui opera e autore divengono visibili, vengono all’essere.
[…] dall’interno dell’evento dell’essere come apertura aperta dal linguaggio, il rapporto originario che lega l’essere all’uomo.
t) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

36. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 230:
[…] vuole significare che non ci si può rifare ad altro per definire il linguaggio, perché ogni catena causale, ogni rinvio alle origini è possibile solo entro un ambito linguistico, usando un linguaggio piuttosto che un altro […].
36. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 136:
[…] troviamo che il « luogo n entro cui soltanto può pensarsi la catena delle cause naturali è proprio il linguaggio. Ogni problema circa le origini, cioè, si può porre solo già entro un quadro linguistico. […] usando un linguaggio piuttosto che un altro.

37. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 231:
Questo dire (Sagen) originario, che dice evocando, chiamando presso di sé, da cui ogni esplicito dire prende le mosse, e a cui ritorna come alla propria possibilità, […].
37. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 136:
La saga è il dire (Sagen) originario da cui ogni dire esplicito muove e a cui sempre rimanda come alla propria possibilità.

38. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 231:
Dalla Sage come linguaggio originario nasce ogni discorso esplicito, ogni Aus-sage che enuncia, dichiara in linea col discorso originario, ma senza risolverlo in sé, per cui ogni discorso (Aussage) sul linguaggio (Sage) è sempre un discorso dal linguaggio (Aus-sage), nel linguaggio; mai il linguaggio nel discorso.
38. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 136:
La saga è il dire (Sagen) originario da cui ogni dire esplicito muove […] discorso esplicito, ogni Aus-sage: l’Aus-sage, 1’enunciazione o dichiarazione, è possibile solo in base alla Sage, ma questa, proprio per la sua funzione possibilizzante, non è mai risolvibile in quella. Così ogni discorso sul linguaggio è sempre un discorso dal linguaggio: il discorso è nel linguaggio, mai il linguaggio, totalmente, nel discorso.
u) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

39. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 231:
In quanto dire originario, entro cui ogni discorso, ogni parola, ogni enunciazione esplicita diventa possibile, la saga, come ogni leggenda che parla dalle origini e delle origini teogoniche, cosmogoniche o, più semplicemente, etniche o popolari, dischiude un mondo e le cose che, solo in quanto incluse in quel mondo, sono significanti.
39. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 136-137:
In quanto dire originario entro cui ogni enunciazione esplicita diventa possibile […]. Essa è l’apertura entro cui il mondo stesso si illumina e che rende possibile parlare […] la saga conserva così anche il senso comune di favola cosmogonica, di racconto in cui si riferisce circa le origini del mondo e che ci viene dal tempo delle origini.
v) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

40. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 231:
La saga per sé non è significante, il suo modo di dire non è il significare (bedeuten), ma l’indicare (zeigen) il mostrare, il far apparire.
40. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 136-137:
[…] la saga non è discorso significante: il suo modo di dire non è propriamente il significare, ma lo Zeigen, il mostrare o l’indicare, il far apparire (cfr. US 145).

41. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 232:
Bewegen per sé vuol dire « muovere », ma conserva, nel weg che compare nella parola, il senso di tracciare vie, aprire strade in quel gioco di rimandi in cui è raccolto un mondo di sensi […].
41. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 137:
Bewegen, alla lettera, significa muovere: […] la derivazione del verbo da weg, significa tracciare vie, aprire strade. […] traccia le vie su cui si muoverà il gioco dei rimandi del Geviert e il divenire del mondo […].

42. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 232:
Rispetto all’esplicitazione dei significati, la saga è silenzio; rispetto all’intrecciarsi dinamico delle parole, il linguaggio originario è quiete. « Noi chiamiamo il silenzioso appellante raccogliere, in cui la saga muove e traccia le vie (be-wëgt) al gioco di rapporti del mondo, il risuonare del silenzio (das Gelàut der Stille) » (H. - US, 215).
42. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 137:
La Sage si definisce così, in rapporto al discorso in quanto articolarsi di parole, come silenzio, e, in rapporto al discorso in quanto aprire effettivo del mondo del Geviert, come quiete.

«Noi chiamiamo il silenzioso appellante raccogliere, in cui la saga muove e traccia le vie (be-wëgt) al gioco di rapporti del mondo, il risuonare del silenzio (das Geldut der Stille) » (US 215).

z) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

43. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 232:
Se è vero che il linguaggio delle parole è tale solo in quanto risponde a un linguaggio più originario che parola non è, ma piuttosto silenzio […]. La quiete è così il luogo (Ort) di ogni movimento, di ogni dis-corso, inteso come articolarsi di parole e come relativo muoversi delle cose […].
43. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 138:
[…] il linguaggio delle parole è tale solo in quanto risponde a un linguaggio più originario che parola non è, ma piuttosto silenzio […]. Il silenzio come quiete […] è così il « luogo » di ogni movimento, di ogni di-scorso inteso come articolarsi di parole e come relativo muoversi delle cose […].  

44. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 233:
Il non detto, che in sé raccoglie ogni detto e lo fa venire alla luce, è il luogo verso cui occorre avviarsi per comprendere ciò che il detto veramente dice.
44. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 153:
[…] il non-detto è quello che fa venire in luce il detto come tale, il
lavoro di Er-örterung serve anche a chiarire il detto in ciò che esso
davvero significa […].

45. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 233:
All’ermeneutica, intesa come arte che tutto porta all’esplicitazione e che è incapace di far incontrare qualcosa di « nuovo » nel senso di autentico, perché si limita a sistemare i vari « luoghi » secondo i criteri scientifici della ragione fondante […].
45. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 155:
L’ermeneutica come arte di portare tutto all’esplicitazione, in realtà, non è capace di farci incontrare mai qualcosa di « nuovo » nel senso autentico, perché si limita a sistemare e risistemare continuamente il « campo », secondo i criteri […] ragione fondata-fondante […].

46. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 233-234:
Nel linguaggio il rapporto che lega l’uomo all’essere è un rapporto « ermeneutico », nel senso appena specificato del termine che dice « portare un messaggio, recare un annuncio ». L’uomo è in grado di raccogliere questo messaggio perché è in Bezug con l’essere, perché è Bezug dell’essere.
46. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 132:
L’uomo, nel linguaggio, è in rapporto con l’essere in quanto è a sua disposizione, è in Bezug con l’essere perché è Bezug (acquisto) dell’essere; l’essere ne ha bisogno e lo impiega come proprio, messaggero (cfr. US 175).

47. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
Nel linguaggio l’essere usa l’uomo come proprio messaggero nei due sensi inseparabili del verbo brauchen: lo usa perché ne ha bisogno. Infatti l’essere apre le aperture, dischiude i mondi attraverso l’uomo. Ciò non significa violare l’umanità dell’uomo, al contrario, l’uomo è scelto dall’essere come proprio messaggero perché non è ente intramondano, ma esserci […].
47. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 132-133:
[…] è l’essere che apre l’apertura in cui il mondo si mondeggia, e l’apre attraverso l’uomo. L’essere braucht l’uomo come proprio messaggero: cioè, secondo i due significati, inseparabili nel testo heideggeriano, del verbo brauchen, l’essere usa l’uomo, ma perché ne ha bisogno […]. L’uomo è « scelto », si potrebbe dire, come messaggero dell’essere proprio perché, non è un ente intramondano, ma l’esserci […].
aa) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

48. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
Che l’uomo sia usato dall’essere non significa che sia uno strumento paragonabile ad altri, infatti l’essere non può farne a meno né può sostituirlo con altri. L’essere ha bisogno dell’uomo perché non è altro che annuncio […].
48. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 133:
L’uomo è « usato » dall’essere, ma ciò non significa che sia uno strumento paragonabile ad altri; tanto è vero che non è pensabile che l’essere ne possa fare a meno o lo possa sostituire con altri. L’essere ha bisogno dell’uomo perché non è altro che annuncio […].

49. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
L’identità tra essere e pensiero, che con Parmenide si annuncia alle origini del pensiero occidentale (H. - ID, 18), non appartiene all’essere, ma è piuttosto un’identità a cui l’essere stesso appartiene.
49. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 133:
L’identità, originariamente, non è questa, che « appartiene all’essere »; è piuttosto un’identità a cui l’essere stesso appartiene, quella che si annuncia alle origini del pensiero occidentale nella sentenza di Parmenide sull’identità tra essere e pensiero (cfr. ID 18 ss.).

50. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
Ciò non significa una limitazione o un impoverimento dell’essere, così come il venir « usato » dall’essere non significa un impoverimento dell’umanità dell’uomo.
50. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 133:
Ciò, nel pensiero di Heidegger, non ha in nessun modo il senso di una limitazione e di un impoverimento dell’essere; così come il fatto di venire « usato » dall’essere non significa una violazione dell’umanità dell’uomo.
bb) plagio evidente, si fa tuttavia notare il cervellotico “scatto di novità” ideato dall’impostore per camuffare il furto delle frasette a Vattimo, difatti, laddove il filosofo torinese ha scritto:
- “non significa una violazione dell’umanità dell’uomo”,
Galimberti l’ha alchimizzato e trasmutato in
- “non significa un impoverimento dell’umanità dell’uomo”,
sfregiando così l’argomentazione di Vattimo.   

51. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
L’essere sarebbe limitato e impoverito da questo suo « bisogno » di un rapporto necessario con l’uomo solo se fosse concepito, alla maniera della metafisica tradizionale, come la totalità dell’ente.
51. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 133-134:
L’essere sarebbe limitato e impoverito da questo suo rapporto necessario (nel senso del bisogno) con l’uomo solo se fosse ancora concepito come la totalità dell’ente alla maniera della metafisica.

52. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 234:
In questo caso sarebbe impensabile che la totalità avesse bisogno di un ente particolare, (l’uomo), per darsi. […] l’essere si annuncia nella presenza di ogni ente come altro, come differenza perennemente richiamata in quell’apertura o presenza a cui l’uomo è per essenza dischiuso.
52. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 134:
Riuscirebbe allora incomprensibile come una tale totalità abbia bisogno dell’uomo per darsi […]. Nell’evento, l’essere è sempre l’altro che si coglie come altro, come differenza permanentemente irriducibile in una identità.   
cc) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

53. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 235:
[…] anche la struttura sintattica del discorso ermeneutico deve mutare profondamente. Non si tratta più di comporre frasi con soggetto e predicato, che presumono l’accettazione dello schema metafisico sostanza-accidente, perché simili frasi, « metafisicamente », cioè grammaticalmente strutturate, nella loro definitezza concludono ragionamenti, enunciano soluzioni, ma non restano fedeli al carattere eventuale dell’essere, e quindi alla forma non-conclusiva dell’interpretazione.
53. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 160:
La stessa struttura sintattica del discorso ermeneutico così concepito muta profondamente: la frase composta di soggetto e predicato, nella misura in cui suppone sempre una accettazione dello schema metafisico sostanza-accidente, è inadeguata […]. Una frase « metafisicamente », cioè grammaticalmente strutturata […] nella sua definitezza, o pone un problema, o enuncia una soluzione […] si sforza di essere fedele al carattere eventuale dell’essere e alla conseguente natura non-conclusiva dell’interpretazione.
dd) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

54. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 235:
Lo stesso uso della copula, che istituisce il nesso tra soggetto e predicato, istituisce anche il nesso tra la struttura della proposizione e quella della realtà […].
54. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 160:
La copula istituisce non solo il nesso tra soggetto e predicato, ma tra la struttura della proposizione e quella della « realtà » […].

55. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 235:
Assunto come copula, l’essere è ridotto a essere dell’ente, e il linguaggio a segno dell’ente. In questa accezione, il linguaggio non dice più niente, non parla, perché non mostra (zeigen), ma semplicemente indica (zeichen) e rinvia alla cosa che si suppone significante per sé, indipendentemente dalla parola che la nomina e, nominandola, le dà l’essere, la evoca dal nascondimento.
55. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 161:
Attraverso l’uso della copula, il linguaggio si caratterizza necessariamente come segno […] il    linguaggio non è originariamente Zeichen ma Zeigen, cioè mostrare e non significare o rimandare, […] che non rimanda a un aperto già aperto, ma fa venire in luce la cosa […].
ee) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

56. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 235:
Con ciò Heidegger non pensa di dover riformare il linguaggio; per gli usi della vita quotidiana o per quelli della ricerca scientifica il linguaggio ontico o metafisico va benissimo, ma non altrettanto si può dire per il pensiero che voglia riconoscersi e rimanere pensiero dell’essere, […].
56. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 161:
Si capisce che Heidegger non pensa affatto a una riforma del linguaggio in questo senso: per gli usi della vita quotidiana, e anche per la ricerca scientifica, il linguaggio « ontico » o metafisico [..] va benissimo. È invece il linguaggio del pensiero. - in quanto questo si riconosca e voglia rimanere pensiero dell’essere […].

57. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 235:
Il Leitwort non dice, non enuncia, si limita a mostrare una connessione, o meglio una vicinanza, una prossimità che custodisce una ricchezza di significati non contenuti dalla parola, ma in cui la parola è contenuta (versammelt).
57. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 160:
Il Leitwort si limita a indicare una connessione, o meglio una vicinanza, inizialmente non meglio definita, nella cui luce si va alla scoperta della ricchezza di significati non contenuti nella parola, ma in cui la parola stessa è contenuta (versammelt […]).

58. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 236:
Nel linguaggio, come corrispondenza di appello e risposta, si raccoglie il senso che Heidegger attribuisce all’ἑρμηνεἱα. La parola significa annuncio, messaggio. Ma proprio perché il messaggero che porta questo messaggio è l’uomo, il suo essere usato e impiegato in tale funzione è già sempre un rispondere al messaggio stesso.
58. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 168:
[…] linguaggio come unità […] di appello e risposta, coincidono i due significati che Heidegger attribuisce al termine hermeneía: […] significa annunzio, portare un messaggio […]. Ma proprio perché è l’uomo il messaggero che porta tale messaggio, il suo essere usato e impiegato in questa funzione, è sempre già un rispondere al messaggio stesso […].  

59. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 236:
Rispetto al linguaggio metafisico, che trova il suo senso in una conclusione, in un’espressione, in una definizione, in un enunciato fondamentale (Satz vom Grund) che regge tutti gli altri, il lavoro ermeneutico, che si propone di ascoltare la parola non come segno dell’ente ma come appello dell’essere, implica un mutamento di piani […].
59. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 161-162:
Certo, la conclusione non è sulla linea dell’espressione, non è una definizione un enunciato fondamentale che regga tutti gli altri […]. Ciò a cui deve arrivare è un mutamento di piani; bisogna arrivare ad ascoltare la parola non più come segno o voce dell’ente, ma come appello dell’essere. Ciò a cui il lavoro ermeneutico […].
ff) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

60. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
[…] che lo Sprung deve condurre a pensare l’essere come tale, e dal momento che all’essere non si giunge con le tecniche e l’iniziativa dell’uomo, l’uomo, come è detto nel Brief über den « Humanismus », deve attendere che l’essere gli si rivolga di nuovo, anche col rischio che nell’attesa si trovi costretto a tacere.
60. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 162:
[…] che lo Sprung è quello che ci deve condurre a pensare l’essere come tale: arrivare alla presenza dell’essere non può mai dipendere dalle tecniche dall’iniziativa dell’uomo […]. Prima di parlare, dice il Brief, l’uomo deve attendere che l’essere gli si rivolga di nuovo, anche col rischio che, nell’attesa, si trovi costretto a tacere […].

61. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
Il rischio dell’ermeneutica, come risposta all’appello dell’essere, è proprio questo. Può darsi che gli Um-wege, in cui si articola il lavoro ermeneutico, rimangano tali, cioè digressioni e giri senza senso, e che quindi il pensiero in essi taccia. La loro funzione è preparatoria, ciò che l’uomo può fare è appunto: preparare le condizioni in cui l’essere possa eventualmente rivolgergli la parola.
61. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 162:
Il rischio dell’ermeneutica ontologica è appunto questo, […]. Può anche darsi che gli Um-wege di cui è fatto il lavoro ermeneutico rimangano tali, cioè digressioni e giri senza senso, e che quindi il pensiero, in essi, taccia […]. La loro funzione è preparatoria […], ciò che l’uomo può fare è appunto preparare le condizioni in cui l’essere possa eventualmente rivolgerglisi […].

62. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
Ciò è possibile con l’esercizio ermeneutico che conduce al salto, e non  con quegli esercizi ontici che, chiusi nell’ambito degli enti, racchiudono in quest’ambito gran parte della vita dell’uomo.
62. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 162:
[…] tra i tanti esercizi ontici, cioè chiusi nell’àmbito dell’essente, che costituiscono quantitativamente la maggior parte della vita dell’uomo, l’unico esercizio autenticamente ontologico è così l’esercizio ermeneutico […].

63. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
Ciò che veramente conta, non in alternativa agli « impegni storici », ma come cura del loro unico fondo (Boden), è ascoltare la parola, cosa che non dipende esclusivamente da chi ascolta, ma dalla parola stessa. Siccome il luogo dell’ascolto della parola, in un contesto di appello e risposta, è il dialogo (die Sprache als Gespräch), l’ermeneutica non si garantisce con un sistema di regole […].
63. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 163:
Ciò che veramente conta (non in alternativa agli altri « impegni storici », ma come unico « fondamento e radicamento di essi) per l’uomo è ascoltare la parola […] non dipende solo o principalmente dall’ascoltante, ma dalla parola stessa. Proprio perché è dialogo, l’ermeneutica non si garantisce mai con lo stabilire e il seguire un sistema di regole.

64. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
Ricostruire l’etimologia della parola significa andare alla ricerca dei significati e dei sensi che essa aveva in altri tempi e in altri contesti, significa creare una serie di rimandi che moltiplicano i riferimenti, […].
64. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 157-158:
Ricostruire l’etimologia di una parola non vuol infatti dire altro che andare a ricercare i significati che essa aveva in altri tempi e in altri contesti. […] significati i quali non fanno che moltiplicare i riferimenti.

65. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
La storia dei significati di una parola, la storia del suo formarsi nella struttura che ora le appartiene è la storia dell’essere, dei modi con cui l’essere nelle varie epoche s’è annunciato. E se leggendo le etimologie heideggeriane, si ha l’impressione che tutte dicono la stessa cosa, ciò non deve meravigliare, perché ogni ricostruzione ci porta in presenza di quell’unico evento che è l’evenire dell’essere in quella modalità che è il darsi celandosi.
65. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 158:
La storia dei significati di una parola, la storia del suo formarsi nella struttura che ora le appartiene, è la storia dell’essere: ecco perché chi legge le molte pagine heideggeriane dedicate al commento di proposizioni filosofiche, di testi poetici, o anche alla ricostruzione di pure e semplici etimologie ha l’impressione che esse dicano sempre la stessa cosa. Ogni ricostruzione etimologica ci riporta in presenza dell’evento del dell’essere nella sua struttura di darsi-celarsi […].

66. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 237:
L’etimologia, infatti, raccoglie intorno alla parola detta, che nel nostro vocabolario significa qualcosa di ben definito e preciso, tutta la ricchezza del linguaggio, tutto ciò che nella parola è presente come non detto […]. Ascoltare l’etimo di una parola, allora, è ascoltare la parola nel linguaggio dell’essere, come modo dell’evenire dell’evento.
66. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 158:
[…] l’etimologia assolve a una funzione importantissima: essa infatti chiama attorno alla parola detta, che significa, per il nostro vocabolario, qualcosa di molto preciso e definito, tutta la ricchezza del linguaggio, mostrando ciò che nella parola è presente come non-detto […]. Ascoltare l’etimo di una parola significa ascoltare la parola dentro al     linguaggio dell’essere, come il modo autentico dell’evenire dell’evento.

67. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
Evento dell’essere significa che l’essere appartiene all’evento, che non è dato prima o fuori del suo evento, dell’evento che lo dà. Dell’essere, infatti, non si dice, come dell’ente, che è, perché l’essere non è, si dà (es gibt).
67. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 139:
La parola condivide con l’essere stesso la caratteristica di dare essere senza che di essa si possa dire che « è »; la parola non è, ma è es gibt, si dà. Anzi, si dà in quanto dà, presenta e fa essere le cose.

68. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
L’essere non è evento, così come non è linguaggio, perché né l’eventualità, né la linguistica possono venirgli attribuite come determinazioni metafisiche, come proprietà che lo qualificano.
68. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’essere non è linguaggio, come non è evento, perché né l’eventualità né la linguisticità possono venirgli attribuite come determinazioni metafisiche, come proprietà che lo qualifichino.

69. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
L’espressione « è », attribuita all’essere, non ha un senso definitorio, ma transitivo: significa che l’essere fa essere qualcosa, ma non che l’essere è qualcosa. L’impossibilità di definire l’essere, il naufragio di ogni tentativo linguistico condotto in questo senso appartengono anch’essi all’evento dell’essere, alla sua differenza dall’ente.
69. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’espressione « è », attribuita all’essere, ha sempre soltanto un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quest’altro solo intendendo che l’essere fa essere questa o quella cosa […]. L’impossibilità di definire l’essere è quindi […] un’impossibilità linguistica: non si può trovare una proposizione che, volendo essere definizione dell’essere, per la sua stessa struttura non lo riduca al livello degli enti.
gg) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

70. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
[…] conflitto tra nascondimento e non-nascondimento, in cui si eventua la verità. Detto evento non è un segno per scoprire il senso dell’essere, ma è questo stesso senso in atto in cui si attua anche il rapporto uomo-essere, […]. La parola significa quadrato (dal verbo vieren = quadrare, squadrare), ma non deve far pensare ad una struttura compiuta e conclusa […].
70. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 128-120:
[…] il conflitto tra nascondimento e non-nascondimento in cui « nasce » la verità. […] l’evento non è una via o un segno per scoprire il senso dell’essere: è invece questo stesso « senso » in atto. […] il rapporto uomo-essere […] (dal verbo vieren, quadrare o squadrare), non deve far pensare a una struttura conclusa e compiuta […].

71. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
Per comprendere il significato del Geviert torna utile una pagina di Zur Seinsfrage dove Heidegger propone di scrivere la parola essere (Sein) sbarrandola con una croce.
71. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 120:
Per capire il significato «aperto» del Geviert è utile una pagina di Zur Seinsfrage dove Heiderger propone di scrivere il termine essere (Sein) con una barratura incrociata […].

72. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 238:
Ciò significa che l’essere non è l’ente supremo concepito dalla metafisica come fondamento di tutti gli enti; […] l’evento aperto nelle quattro direzioni del quadrato a cui allude la barratura incrociata con cui Heidegger scrive la parola Sein.
72. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 120:
Ciò deve significare […] che l’essere di cui si parla non è l’essere della metafisica, cioè concepito come un essente sommo accanto e a fondamento degli altri; […] evento aperto nelle quattro direzioni del quadrato […] a cui allude la barratura incrociata con cui Heidegger scrive la parola Sein.

73. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
La metafisica non conosce la cosità della cosa perché risolve tutte le cose in oggetti di rappresentazione o in prodotti del fare umano. In questo modo l’uomo non incontra mai la cosa come tale, ma sempre e solo se stesso come soggetto della rappresentazione o della produzione.
73. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 121:
I modi in cui la mentalità metafisica riesce a rappresentarsi la cosalità della cosa si riducono sostanzialmente a due, e in fondo a uno solo: la cosa infatti pensata o come oggetto della rappresentazione o come prodotto del fare umano. […] l’uomo incontra davvero la cosa come tale, ma solo sé stesso come soggetto della rappresentazione o della produzione.
hh) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

74. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
Sorto dall’oblio dell’essere, il pensiero metafisico finisce così con lo smarrire anche l’ente, perché ne risolve l’entità nell’attività rappresentativa e produttiva dell’uomo.
La cosità della cosa deve essere cercata nell’apertura dell’essere a cui la cosa appartiene e che, presentandosi, richiama.
74. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 121:
É questo un altro aspetto del nichilismo a cui necessariamente la metafisica […] finisce con la scomparsa dell’ente stesso. […] si riduce all’attività rappresentativa o produttiva del soggetto […].
Dove andrà dunque cercata la cosalità della cosa? Nella appartenenza della cosa all’apertura dell’essere. Solo in quanto appartiene a questa apertura […].
ii) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

75. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
La brocca, ad esempio, come ci dice Heidegger nel saggio das Ding (H. - VA, II, 37-59), è tale non in quanto è un prodotto costruito in conformità ad una rappresentazione umana, ma in quanto è fatta di terra e può contenere il vino e l’acqua, che sono a loro volta il prodotto dell’intervento della terra e del cielo, delle piogge e del sole che maturano l’uva.
75. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 122:
Con la brocca, nella sua essenza di brocca come viene indagata nel
saggio Das Ding (VA 163-85) è tale non in quanto è un prodotto
così e così fatto, […] ma in quanto è fatta di terra e può contenere il vino o l’acqua, che a loro volta sono quel che sono per l’intervento di terra e cielo insieme (le piogge, il sole che matura l’uva, ecc.) […].

76. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
Il contenere della brocca non è uno spazio vuoto o pieno d’aria, ma è un contenere per versare; il vino contenuto nella brocca è versato dai mortali in onore dei divini. Nell’essere brocca della brocca, i quattro sono così richiamati e in essa si raccolgono; nella cosità della brocca l’uomo, il mortale, non incontra solo se stesso, ma il cielo, la terra, i divini.
76. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 122:
[…] in quanto è uno spazio vuoto, o pieno d’aria […] il contenere della brocca è un contenere per versare fuori: il vino contenuto nella brocca versato dai mortali in omaggio dei divini. Nell’essere brocca della brocca si raccolgono, in quanto sono richiamati […] chi l’incontra i quattro, cielo e terra, mortali e divini?
ll) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

77. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
Dal punto di vista delle scienze esatte, che conoscono solo le dimostrazioni inconfutabili, la teoria del Geviert appare strana o, nel migliore dei casi, solamente poetica.
77. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 122:
Dal punto di vista di un filosofare che si modella sulle scienze esatte e che pretende di pervenire a dimostrazioni inconfutabili, tutta questa « teoria » del Geviert può apparire, nel migliore dei casi, solo come un discorso poetico […].

78. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
Ma è proprio nella poeticità che si dischiude il vero senso delle cose, non perché ciascuna cosa, nella poesia, richiami il cosmo, ma perché la poesia è l’apertura del cosmo in cui le cose sono davvero ciò che sono.
78. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 123:
La poesia ha così un carattere di cosmi¬cità, che non significa una proprietà evocativa per cui essa, di qualunque cosa parli, richiama il cosmo nella sua totalità: essa costituisce un cosmo, in essa soltanto le cose sono davvero ciò che sono […] le cose sono nel loro vero essere.
mm) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

79. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
Nell’apertura poetica, infatti, l’uomo abita la terra lasciandola essere quella che è, il che è molto di più che impadronirsene per utilizzarla, che ridurla a oggetto di rappresentazione e manipolazione. Sulla terra l’uomo si apre al cielo, lasciando che la propria vita sia regolata dai suoi movimenti. Compreso tra la terra e il cielo, l’uomo come mortale, aspetta i divini, attende i loro cenni, il loro avvento, senza misconoscere la loro assenza, senza inventare da sé le proprie divinità, senza servire gli idoli.
79. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 126:
[…] l’uomo è infatti colui che « salva » la terra (nel senso che la lascia essere quello che è, il che è molto di più che impadronirsene per utilizzarla: questo modo è quello che riduce la terra a « oggetto » di manipolazione o di rappresentazione: egli si apre a ricevere il cielo, lasciando che la propria vita sia regolata dai suoi movimenti: e infine, l’uomo abita la terra come mortale in quanto « aspetta i divini » come tali, cioè attende i cenni del loro avvento e non misconosce i segni della loro assenza: non si fabbrica da sé le proprie divinità e non serve agli idoli (cfr. VA 150-51).

80. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 239:
L’uomo è uno dei quattro proprio perché i quattro non sono alla maniera dell’ente […].
80. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 127:
L’uomo è uno dei quattro proprio perché i quattro non sono alla maniera dell’ente […].

81. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 240:
Non è infatti l’uomo appropriato (vereignet) all’essere, e l’essere consegnato (zugeeignet) all’uomo? (H. - ID, 28). In questa coappartenenza, dove ciascuno è appropriato a sé, e insieme assegnato all’altro, è custodito il senso del Geviert, dove ognuno dei quattro fa essere presenti gli altri tre come in uno specchio, sicché il Geviert costituisce « il gioco dello specchio del mondo (Spiegel-Spiel der Welt) » (H. - VA, II, 51).
81. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 131:
[…] nell’atto stesso in cui sono ver-eignet, appropriati ciascuno a sé, […] sono anche ent-eignet, espropriati, consegnati […] essere e uomo sono reciprocamente übereignet appropriati ciascuno a sé e insieme assegnati all’altro. È questo movimento che anima il Geviert: in esso, ognuno dei quattro fa essere presenti gli altri tre, ne è anzi uno specchio, sicché il Geviert costituisce il « gioco dello specchio del mondo » (Spiegel-Spiel der Welt) (cfr. VA 178 ss.)

82. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 240:
[..] l’evento dell’essere, è quel dono-destino (Geschick) che gli antichi chiamavano fatum, e che, etimologicamente significa: « parola detta », appello che si rivolge all’uomo chiedendo una risposta.
82. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 177:
Tutto ciò che si può dire è che il Geschick, il dono-destino dell’essere, è bensì fatum, ma nel senso etimologico di « parola detta », appello che si rivolge all’uomo chiedendo una risposta.

83. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 240:
La risposta è lo Sprung, il salto che dall’ente conduce all’essere, dalla semplice parola che nomina gli enti al linguaggio, nel suo richiamarci alla propria essenza di dono e di appello. Il Geschick, il fatum non nega la libertà, ma la concede.
83. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 177:
La risposta […] è lo Sprung, il salto che si realizza nell’ermeneutica, non più intesa come lavoro tecnico e specialistico, ma come disponibilità ad ascoltare il linguaggio nel suo richiamarci alla propria essenza di dono e di appello […]. Il Geschick, non che negare la libertà, la fonda.

84. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 240:
Vista in questi termini, la riflessione sul Geviert, lungi dal costituire una marginale escogitazione poetico-speculativa dell’ultimo Heidegger, […]. Innanzitutto l’esser-cosa della cosa non appartiene al suo esser rappresentata o prodotta; entrambe queste determinazioni appartengono al nichilismo che, dopo la dimenticanza dell’essere a vantaggio dell’ente, conduce anche a far perdere le tracce dell’ente.
84. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 125-124:
Il Geviert, visto così, lungi dal costituire una periferica escogitazione poetico-speculativa dell’ «ultimo » […] Heidegger […]. Anzitutto, l’esser cosa della cosa non può concepirsi né come l’esser oggetto né come l’esser prodotto. Entrambi questi modi di vedere la cosa la riducono a nulla e appartengono al nichilismo. Sono legati alla mentalità metafisica: nella dimenticanza dell’essere a vantaggio dell’ente, anche l’ente scompare.
nn) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

85. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 240:
La cosità della cosa è nella sua appartenenza all’essere che, al di là di ogni rappresentazione e produzione, la lascia essere così come è. In secondo luogo nel Geviert viene in chiaro il rapporto tra evento dell’essere e linguaggio. Il linguaggio è la sede in cui l’essere veramente accade perché il linguaggio, […] fa dimorare presso di sé.
85. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 124:
La cosalità della cosa può concepirsi solo come l’appartenenza all’apertura dell’essere, appartenenza che si attua come bei-sich-ver-weilen-lassen del Geviert. In secondo luogo il concetto di Geviert conduce a vedere in maniera chiara il nesso tra evento dell’essere e linguaggio e a riconoscere il linguaggio come la sede in cui l’essere davvero accade. Infatti, il far dimorare presso di sé […].
oo) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

86. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 241:
La stessa tensione che si riscontra nell’Ereignis o evento dell’essere, in cui l’essere si ap-propria dell’uomo per es-propriarsi in quell’apertura (da) in cui l’uomo consiste (Da-sein), ritorna a caratterizzare il silenzio (Stille) che si eventua come silenzio solo nel discorso sonoro (lautende) dell’uomo.
86. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 137:
La reciprocità che caratterizza l’Ereignis si incontra però anche qui: la Stille risuona come tale, si eventualizza come silenzio fondante solo nel discorso lautende, sonoro, dell’uomo. Come l’essere espropria l’uomo ma anche si espropria in lui in quanto è (waltet) solo nell'apertura […].
pp) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

87. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 241:
Il silenzio, cioè, ha bisogno della parola fisica dell’uomo per essere silenzio originario, da cui ogni discorso trae la sua possibilità. « Il linguaggio ha bisogno del parlare umano e tuttavia non è il puro e semplice prodotto della nostra attività di parlare » (H. - US, 256).
87. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 137:
[…] il silenzio ha bisogno della parola fisica dell’uomo per essere silenzio originario, da cui ogni discorso trae la sua possibilità […].

« Il linguaggio ha bisogno del parlare umano, e tuttavia non è il puro e semplice prodotto della nostra attività di parlare » (US 256).

88. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 241:
Se è vero che il linguaggio delle parole è tale solo se cor-risponde ad un linguaggio più originario che parola non è, ma piuttosto silenzio, si capisce perché « solo dove la parola vien meno si dà un è », cioè una cosa.
88. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 138:
[…] se è vero che il linguaggio delle parole è tale solo in quanto risponde a un linguaggio più originario che parola non è, ma piuttosto silenzio, varrà l’affermazione opposta: «solo dove la parola viene meno si dà un    ‘è’ » cioè una cosa (US 216).

89. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 241:
Ricondursi al silenzio come al luogo originario di ogni dire, sentire nel silenzio il suono di quella Sage che non si lascia afferrare e chiudere in nessuna Aus-sage […].
89. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 138:
[…] un discorso che parla solo in quanto ascolta il silenzio. Come tale, il silenzio non si lascia mai afferrare e chiudere in una Aus-sage […].

90. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 241:
Dopo aver concepito l’essere come fondamento (τὸ Ὰγαϑόν ), la metafisica non poté fare a meno di concepire il pensiero come scoperta di tale fondamento e il linguaggio come sua espressione totalmente dispiegata; a questo punto si trovò nella necessità di intendere come fatti puramente negativi il celare del nascosto e il tacere del silenzio.
90. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 138:
Solo la mentalità della metafisica che concepisce l’essere come fondamento e quindi, parallelamente, il pensiero come scoperta di tale fondamento ed espressione totalmente dispiegata, può pensare il celarsi dell’essere e del linguaggio come fatti negativi.
qq) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

91. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 242:
La parola poetica del Geviert non parla di Dio, ma di « divini ». Non comprendendo Dio, il Geviert tace, e nel silenzio custodisce i divini come direzione divina. Qui si annuncia il sacro, a cui l’uomo partecipa come mortale, e a cui si dispone nel silenzio dell’ascolto.
91. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 129:
La dottrina del Geviert non parla di Dio, ma di « divini » […]. Il Geviert non comprende Dio, ma i « divini »; come « direzione divina ». […] la direzione del Sacro entro cui l’uomo come mortale è aperto […], in quanto il suo parlare è un ascoltare.
rr) plagio e rielaborazione alla galimbertese.

92. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 242-243:
L’aspetto religioso del Geviert dice solo che non c’è in Heidegger una «priorità » della filosofia rispetto alle altre forme dell’esperienza umana, come se l’esperienza religiosa, quella estetica e persino quella scientifica e tecnica fossero dei semplici derivati o forme diminuite del rapporto fondamentale uomo-essere. […] il pensiero e l’espe¬rienza religiosa sono due modi di incontrare l’evento dell’essere che rimane unico.
92. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 130:
[…] nel pensiero di Heidegger manca assolutamente il concetto di una « priorità » della filosofia rispetto alle altre forme dell’esperienza umana, per cui si debba ritenere che gli altri rapporti, ad esempio quello religioso, valgano per il filosofo solo in quanto derivati o simboli o allegorie del rapporto fondamentale tra l’uomo e l’essere. […] il pensiero e l’esperienza religiosa sono due modi di incontrare l’evento dell’essere, che rimane unico.

93. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 243:
Il Denken che anima la loro filosofia non è la ratio metafisica che, nel suo dispiegamento, in sé risolve o tenta di risolvere ogni presupposto […].
93. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 130:
Il Denken è ben lontano dall’essere la ragione tutta spiegata che ha divorato, o almeno tende a divorare, ogni presupposto.

94. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 259:
Il simbolo, infatti, non è mai « questo » o « quello », nel senso in cui la logica connette un predicato a un soggetto. L’espressione « è », attribuita al simbolo, ha sempre e solo un significato transitivo. Del simbolo si potrebbe dire quello che Heidegger riferisce dell’essere quando dice che è questo o quello, nel senso che fa essere (west) questa o quella cosa, nel senso che la eventua (ereignet).
94. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
L’essere non è mai questo o quello, nel senso in cui la metafisica connette un predicato al soggetto. L’espressione è, attribuita all’essere, ha sempre e solo un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quello nel senso che fa essere questa o quella cosa, nel senso che la eventua.
94. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’essere non è, infatti, mai questo o quello, nel senso in cui normalmente noi connettiamo un predicato al soggetto. L’espressione « è », attribuita all’essere, ha sempre soltanto un significato transitivo. Si può dire che l’essere è questo o quest’altro solo intendendo che l’essere fa essere questa o quella cosa, « la (oggetto) è » (cfr. WPH 22).
ss) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Com’è evidente dal raffronto dei passi succitati, Galimberti non solo ha plagiato Vattimo, ma ha riportato le frasette copiate in due contesti diversi di Linguaggio e civiltà, inserendo gli opportuni “scatti di novità” necessari ad acconciare quanto rubato alle sue “rielaborazioni”, difatti, mentre a p. 221, il ladrone ha scritto:
- “L’essere non è mai questo o quello”,
- “L’espressione è, attribuita all’essere”,
queste stesse frasette, copiate alla lettera a Gianni Vattimo, l’impostore le ha poi trasmutate, p. 259, in
- “Il simbolo, infatti, non è mai « questo » o « quello »”,    
- “L’espressione « è », attribuita al simbolo”,
dunque il mago del plagio Galimberti ha fatto apparire “simbolo” dove prima stava scritto “essere”, non c’è dubbio: un geniale imbroglione.

95. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 259:
L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione occidentale testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa con l’incapacità di questa logica di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.
95. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
L’impossibilità di definire l’essere con la logica della metafisica testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della metafisica di parlare senza ridurre ciò di cui parla ad ente.
95. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 113:
L’impossibilità di definire l’essere è quindi, sotto un certo aspetto, un’impossibilità linguistica: non si può trovare una proposizione che, volendo essere definizione dell’essere, per la sua stessa struttura non lo riduca al livello degli enti.
tt) plagio e rielaborazione alla galimbertese. Qui si ripresenta lo stesso imbroglio, difatti, mentre a p. 221, il ladrone ha scritto:
- “L’impossibilità di definire l’essere”,
a p. 259, Galimberti trasmuta la frasetta in
- “L’impossibilità di definire il simbolo”,
e anche qui dov’era “essere” compare “simbolo”.

96. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 259:
Il rapporto col linguaggio simbolico diventa così un rapporto privilegiato, dove il simbolo viene o non viene in luce come fatto linguistico, in quanto eventua o non eventua dei vocaboli, esprime o non esprime delle culture, isti-tuisce o non istituisce dei linguaggi.
96. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
Il rapporto col linguaggio diventa così un rapporto privilegiato, dove l’essere viene in luce come fatto linguistico, in quanto eventua dei vocabolari, esprime delle culture, istituisce dei linguaggi. Il tempo della povertà, determinato dalla dimenticanza dell’essere, è dunque anche il tempo della mancanza del linguaggio.
96. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 110- 111:
Il rapporto con il linguaggio diventa un rapporto privilegiato […] dell’essere, viene in luce come un fatto linguistico […] in quanto eventualizza dei vocabolari, potremmo anche dire delle «culture», in quanto istituisce dei linguaggi. Quelle conclusioni, che si riassumono nello sperimentare la deficienza del linguaggio alla luce della dimenticanza dell’essere […].
uu) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Qui Galimberti froda ancora, e mentre a p. 221 ha scritto:
- “Il rapporto col linguaggio diventa così un rapporto privilegiato”,
a p. 259, l’impostore ha trasmutato la frasetta plagiata in
- “Il rapporto col linguaggio simbolico diventa così un rapporto privilegiato”,
inserendo l’attributo “simbolico” come altisonante “scatto di novità”.

97. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 259:
In questa prospettiva, il linguaggio non è qualcosa che è in potere dell’uomo, al contrario è l’uomo che è in potere del linguaggio, in quanto può dire solo ciò che nell’ambito di un certo linguaggio rientra.
97. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
In questa prospettiva il linguaggio non è qualcosa che è in potere dell’uomo, al contrario è l’uomo che è in potere del linguaggio, in quanto può pensare solo ciò che nell’ambito di un certo linguaggio rientra.
97. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 111:
[…] linguaggio non è totalmente in potere dell’uomo, anzi, per un certo verso è l’uomo che è in potere del linguaggio in quanto può pensare solo ciò che nell’àmbito di un certo linguaggio rientra.

98. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, pp. 259-260:
« La mancanza della parola adatta » (H. - US, 161), ce lo ha insegnato Heidegger, non è una deficienza del vocabolario, di un singolo o di una cultura, ma il limite dell’apertura simbolica dove ognuno di noi si trova e che nessuno può superare con una semplice escogitazione linguistica.
98. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 221:
La mancanza della parola adatta non è una deficienza del vocabolario, di un singolo o di una cultura, ma è il limite dell’apertura storica dell’essere, dove ognuno di noi si trova, e che nessuno può superare con una semplice escogitazione linguistica […].
98. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, p. 114:
[…] la mancanza delle parole adatte non è solo una deficienza del vocabolario di un singolo o di una cultura, […] i limiti di una certa apertura storica entro cui noi stessi siamo gettati e che non possiamo superare con una escogitazione terminologica.
vv) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Qui pure Galimberti imbroglia, e mentre a p. 221 ha scritto:
- “il limite dell’apertura storica dell’essere”,
a p. 260, l’impostore ha trasmutato la frasetta plagiata in
- “il limite dell’apertura simbolica dove ognuno”,
e dove prima stava “storica” è subentrata la paroletta “simbolica”.

99. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 260:
Si tratta ovviamente di una parola che parla non nella forma dell’enunciazione-esplicitazione propria del linguaggio della ragione occidentale, perché in questa forma si lascia esprimere solo il segno e non il simbolo che, rifiutandosi a ogni esplicitazione e a ogni enunciazione, non è mai ciò che si pensa, ma ciò in cui e da cui si pensa.
99. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 222:
Il compito non può essere eseguito nella forma dell’enunciazione-esplicitazione propria della metafisica, perché in questa forma si lascia pensare solo l’ente, non l’essere che si rifiuta ad ogni esplicitazione e ad ogni enunciazione perché non è mai ciò che si pensa, ma sempre ciò in cui si pensa.
99. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 153-152:
L’esercizio ermeneutico […] non nella forma della enunciazione-esplicitazione […]. L’essere come altro dall’ente non si lascia pensare […]. L’essere non è mai ciò che è pensato, nel senso di rappresentato, ma ciò in cui si pensa […].
zz) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Qui pure Galimberti imbroglia, e mentre a p. 222 ha scritto:
- “in questa forma si lascia pensare solo l’ente”,
a p. 260, l’impostore ha trasmutato la frasetta plagiata in
- “in questa forma si lascia esprimere solo il segno e non il simbolo”.

100. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 266:
Il conflitto non è da intendersi nel senso che uno dei due termini tenda a eliminare l’altro, perché in questo caso si smarrirebbe la composizione simbolica (συμ-βάλλειν) per quella lacerazione che, etimologicamente, dovrebbe dirsi diabolica (δια- βάλλειν). Il conflitto è da intendersi nel senso che ognuno dei due termini richiama l’altro come proprio opposto e ad un tempo come proprio fondo.
100. Galimberti, Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 224:
Il conflitto non è da intendersi nel senso che uno dei due termini tenda ad eliminare l’altro, ma nel senso che ognuno dei due richiama l’altro come proprio opposto e, ad un tempo, come proprio fondamento.
100. Vattimo, Essere, storia e linguaggio in Heidegger, 1963, pp. 90-91:
Il conflitto […] non va inteso nel senso che l’uno dei due termini tenda a eliminare l’altro, ma piuttosto nel senso che ognuno dei due richiama […] come proprio opposto e, seppure in senso diverso, come proprio fondamento.
aaa) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Qui Galimberti imbroglia ancora, con l’inserimento della frasetta:
- “si smarrirebbe la composizione simbolica”.


             Conclusioni

A fronte solo di quanto su provato, è evidente che Galimberti ha trattato Vattimo come una mucca da latte, difatti, l’ha munto e rimunto con energica foga nel corso degli anni, e col latte sottratto al filosofo torinese, il ladrone ha fabbricato dei libri, che sono delle colossali frodi del pensiero, coi quali è pervenuto alla cattedra a Ca’ Foscari, nonché alla notorietà, e si è arricchito inquinando le menti di studenti e lettori, ricevendo altresì plausi e inchini dalla chiesa dei filosofi, in primis dal magister Emanuele Severino, e nel 2012 addirittura “studi in onore”, alcuni dei quali dedicati al ladrone dagli stessi studiosi da lui derubati.

Galimberti, dopo aver razziato Gianni Vattimo, e coi pensieri del torinese fabbricato circa l’80% del cap. VIII Heidegger e la ricerca del linguaggio perduto, ha sigillato questo frutto della sua turpe frode con un tragicomico appello:
“Pensiero e poesia in fondo hanno aperto e continuano ad aprire sentieri che chiedono viandanti.” [Linguaggio e civiltà 1977-1984, p. 243]
E i salassi a Gianni Vattimo dimostrano che Galimberti si mise da subito a “viandare” sui “sentieri” aperti dal giovane e laborioso filosofo torinese.     
 
Vincenzo Altieri           Eboli 02 novembre 2015