Vincenzo Altieri

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Semi Biografici

Quanto farò seguire sono soltanto quei “semi biografici” inerenti alla mia vocazione “artistica”…

Mi chiamo Vincenzo Altieri, e sono nato il 1953 nel centro storico di Eboli. Allora il centro storico ebolitano era tutto abitato e, alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, solo qualcuno aveva la televisione, c’erano delle radio, ma l’elemento di spicco che emergeva in ogni luogo era la voce e il canto di uomini e donne […]. Quel mondo oggi è scomparso.

A diciassette anni, andai ad abitare a Melzo (MI).

Per otto anni vissi a Melzo, anni intensi e iperattivi, poi fui preso da una ineffabile e persistente inquietudine, e quei turbamenti interiori mi spinsero nell’ottobre 1978 a lasciare lavoro e amici, per andarmene a vivere romita a Costa Volpino (BG), in un ex campeggio in riva al lago d’Iseo.

Lì iniziai a scrivere poesie, raccolte poi in Luci d’ombra.

Dopo un anno di romitaggio, un’esperienza limite, ma spiritualmente nutritiva, mi trasferii a Lovere, sempre sul lago d’Iseo. Qui collaborai fino al 1981 con un gruppo teatrale che s’ispirava agli insegnamenti di Grotowski e al Terzo Teatro di Eugenio Barba, e poi da solo feci letture di poesie, allestii uno spettacolo-performance e altre cose […].

 

A ottobre dell’82 tornai a Eboli. E scrissi e interpretai uno spettacolo di animazione per bambini: Magic show, e una perfomance: Il feticcio.

Nell’84 fui chiamato a mettere in scena la Chiena a Campagna (SA) […].

Poi iniziai a dedicare maggior tempo alla scrittura: Crisommedia è un libro dell’86. L’anno dopo mi sposai e mi presi cura di mio figlio, cessando così l’attività pubblica, ma dedicandomi a “scrittura” e “immagine”.

Fu a settembre ’89, a Lipari, nelle Eolie, che ebbi la visione vocazionale del canto. Difatti, mentre stavo seduto dinanzi a un tavolo, pensando alla realizzazione di un quadro, a un tratto persi coscienza e in trance scrissi il testo seguente:

 

Mi sono spinto fin sul culmine della scogliera. Volgo gli occhi in basso. Un brivido mi sferza la schiena. Sulla punta dei piedi mi sforzo per mantenere l’equilibrio. L’onda spumeggia sul bagnasciuga. No! Non ci sarà una seconda caduta. Già troppo male suscitò la prima. Ancora mi bruciano le ferite quando assaporo il frutto sul seno di una donna. Che dolce bruciore! Il peso del corpo mi schiaccia a terra. E la pietra lavica, affilata da Eolo, mi tagliuzza i piedi. Goccia dopo goccia il sangue nero umetta la polvere stretta nelle fessure della roccia. Ed ecco spuntare una ginestra. Il vento la blandisce. E il soave fiore danza tra le mie cosce salmastre. Un canto mi nasce dentro. Un canto profondo e misterioso come il mare. Mi affascina e spaventa. Il mare ora s’inquieta. È come un coro di voci dannate che non trovano pace. E l’onda si alza con la criniera spumeggiante e corre come un cavallo bianco nella savana frustata dal vento. Si abbatte poi contro la roccia rompendosi in un lamento. Il mare reclama il mio canto. Ma la voce non mi esce. E il canto mi si gonfia dentro. E sempre più precario è il mio equilibrio. Ora il mare mi spaventa perché non ascolta la mia sofferenza. È crudele. Egoista. Potrei morire. Ma non posso cantare con la luce alle spalle.

 

Tornato a Salerno, dove allora abitavo, mi sentivo tormentato da questa visione vocazionale, che ormai mi aveva afferrato l’anima e non mi mollava. Stavo male, ma non capivo la ragione del mio malessere, e una notte feci un sogno tremendo:

 

Ho in mano qualcosa che devo consegnare a qualcuno. Cammino. Domando a questo e a quello la strada. Ricevo delle indicazioni vaghe, approssimative. Non mi scoraggio. Continuo a cercare. A imboccare ora questo ora quel sentiero. Sono deciso ad andare avanti. M’inoltro per un sentiero che attraversa una foresta. Mi lascio la foresta alle spalle. Vedo in lontananza della neve che rotola lungo il pendio di una montagna. Neve che a valle si gonfia in una immane valanga. Cammino sulla neve. L’aria è sempre più fredda. Ma non mi sento di essere affatto turbato dal rigido clima. Sono tutto intento alla mia ricerca. E proseguo per il sentiero che si inerpica tra rocce e ghiacci. A una svolta mi blocco perplesso. Il sentiero è interrotto da uno spaventoso abisso. Non posso più andare avanti. Per quella via cadrei di sicuro nell’abisso. Mi sento frastornato dall’improvvisa interruzione. Miro il vuoto aprirsi innanzi ai miei occhi e una strana inquietudine s’impossessa di me. Non so più cosa fare. Sono tentato di buttarmi giù. Un modo come un altro per liberarmi dall’angoscia che mi sta attanagliando. Ma nel mio intimo non voglio cadere. E mi aggrappo con le mani a una specie di parapetto naturale che fiancheggia il sentiero roccioso. Vedo la neve rotolare a valle. E ingrossarsi a mano a mano che cade. E anche nel mio petto, come una palla di neve che rotola a valle, l’angoscia comincia a enfiarsi sempre più, fino a procurarmi un dolore lacerante, insopportabile. Sento il petto come fosse pieno di piombo fuso che goccia dopo goccia mi fluisce nei piedi. Ho piedi, gambe e ginocchia pesanti, intormentiti. Non riesco più a muovermi. Mi sento inchiodato alla roccia. Terrorizzato dall’improvviso e inatteso vuoto. Fino a quel momento avevo pensato solo ad andare avanti. A non mollare. A guardare dritto alla meta. Ma quale? E dove abitava la mia meta? Eccomi giunto in cima, in vetta, alla meta, alla fine di un cammino. Oltre è la morte e il nulla. Ma non sono ancora pronto per il salto finale. Il mio spavento e l’attaccamento alla roccia lo provano. Permango immobile e gonfio di angoscia. Scisso. Smarrito. Sono attratto dal nulla ma parimenti lo respingo. Non so che fare. E la morsa feroce mi opprime. Mi sta spappolando il cuore. A un tratto comincio a bisbigliare suoni, parole incomprensibili. La lingua e le labbra irrigidite prendono a sciogliersi con il fluire dei suoni. Ora le parole sono chiare e nitide. “Sì, puoi ritornare indietro. Sì, ritorna indietro. Ritorna…” E mentre pronuncio le parole “ritornare indietro”, l’angoscia che mi opprimeva il petto si va affievolendo. E anche i piedi tornano leggeri e sensibili. “Sì, ritorno indietro…” mi vado ripetendo, “forse è l’unico modo per andare avanti”…

 

Ma tornare dove?

 

Sebbene la visione vocazionale, non riuscivo a orientare il mio cammino, perciò cercai una risposta nel canto lirico.

Per qualche mese presi lezioni di canto da una cantante-insegnante. Mi scoprii un tenore, però il tormento interiore seguitava, quindi conclusi che quella non era la via giusta, e perciò l’abbandonai.

Un pomeriggio di gennaio 1991, in un circolo Arci di Salerno, insieme ad altre persone, un musicista ci fece ascoltare un disco di canto armonico di David Hyker. Che allora non sapevo chi fosse, tuttavia quel suono mi colpì profondamente e provai in me una “vibrante risonanza emotiva”.

Al termine dell’ascolto del disco, sentii che la voce di Hyker poteva essere la chiave d’accesso al sentiero che mi avrebbe introdotto verso il “canto profondo e misterioso”, che da tempo mi chiamava e al quale non sapevo rispondere.

Chiesi al musicista come si dovesse fare per produrre il canto di Hyker. Neanche lui lo sapeva con precisione. Mi accennò soltanto a un “ghi” […].

Accolsi quindi quel “ghi” come chiave e iniziai per due, tre ore al giorno a sondare gli accessi per imboccare il giusto sentiero alla ricerca del canto vocazionale […].

 

Fu così che iniziò il mio cammino alla ricerca del canto vocazionale, partendo da quel “ghi”, e da allora non ho più smesso, studiando poi Stratos, il canto mongolo, e altri luoghi della voce, facendo affiorare dal fondo del “mare” dei canti meravigliosi […].

 

La prima opera venne alla luce dopo tre anni di intense ricerche e studi voxologici: Il canto del disavvenire, che cantai dal vivo prima nel circolo in cui avevo ascoltato il “ghi”, e poi a una rassegna teatrale […].

Il musicista che mi aveva fatto conoscere il canto di Hyker, mi prestò un giorno un video col film Nosferatu di Murnau, film-muto del quale aveva composto la colonna sonora.

L’audio-visione di quel film m’insinuò alla fine un sottile turbamento. Le immagini del Nosferatu avevano catturato potentemente la mia attenzione e mi sentivo dentro una vocina che mi suggeriva di fare qualcosa. Ma cosa?

La risposta furono gli studi ritmici con la voce, a cui associai lo studio del solfeggio e quello delle scale al pianoforte, avendo come obiettivo solo l’interiorizzazione delle misure ritmiche, difatti, anni dopo, allorché sentii di poterne fare a meno, lasciai lo studio del solfeggio e delle scale.

Con gli studi ritmici pervenni dopo qualche anno di intense ricerche alle Voxfonìe: colonne sonore fatte di sole voci composte, cioè due o tre suoni con una sola emissione di voce […].

In quegli anni iniziai pure la ricerca sulla tecnica denominata “canzone armonica” […].

Gli studi ritmici sul Nosferatu, nonché tutte le altre ricerche voxfoniche sono confluite in ciò che ho denominato Voxologia: lo studio della potenza fono-poietica della voce.

 

Adesso vivo a Eboli, dove porto avanti le mie ricerche voxologiche […].

 

Vincenzo Altieri