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Mercoledì, 30 Agosto 2017 12:12

Umberto Galimberti Il corpo delle frodi - Il corpo cap. 28 In evidenza

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Umberto Galimberti Il corpo delle frodi - Il corpo cap. 28

Plagi di Galimberti a: R. D. Laing, Thomas S. Szasz, Ludwig Binswanger, Mara Palazzoli Selvini, Eugenio Borgna.

In Ritorno ad Atene, “studi in onore” del filosofo impostore Galimberti, spicca, tra gli altri, pure l’entusiasta elogio di Carlo Feltrinelli, editore del ladrone, difatti: “Umberto Galimberti ha pubblicato i suoi primi libri con Feltrinelli alla fine degli anni Settanta […]. Psichiatria e fenomenologia, che uscì nel 1979, e Il corpo, che fu pubblicato nel 1983. Di quest’ultimo mi dicono (ero troppo giovane allora) che, all’epoca, serie ragioni editoriali suggerirono di ridurre l’enorme mano¬scritto che Galimberti aveva portato in casa editrice. Cosa che egli fece […]. Oggi il libro si può finalmente leggere in edizione integrale, nella serie delle opere complete dell’autore, ma già allora si rivelò un testo fondamentale, una gigantesca ricognizione sul tema del corpo, capace di rileggere l’intera storia della filosofia dal lato del suo rimosso.”[1] 
Dunque, l’edizione del 1983 de Il corpo fu ridotta, però, ancorché snellita, per Carlo Feltrinelli comunque “già allora si rivelò un testo fondamentale”; ma pure tale notizia gli è stata riferita, perché allora era “troppo giovane” per poter stimare da sé il testo galimbertese. Poi, cresciuto in età e sapienza, ha “finalmente letto Il corpo in edizione integrale”, e ha potuto così opinare con cognizione di causa che esso è “un’opera ancora oggi vitale”.[2] 
Beh, sì, “Il corpo testo fondamentale” lo è, ma è fondamentale però per lo studio della frode filosofica, perché Il corpo è fabbricato a plagi, parafrasi e manipolazioni cervellotiche, in breve è “ancora oggi una vitale” truffa.
Difatti, sono decine gli autori rapinati da Galimberti, che ha saccheggiato idee e pensieri dai loro libri per fabbricare Il corpo, che è un’indubbia frode, macchinando così a danno degli studenti di Ca’ Foscari, che per oltre un quarto di secolo hanno dovuto comprarsi il libro dell’impostore e studiare la sua filosofia copia e incolla, rabberciata e fasulla, ingannando e truffando altresì lettrici e lettori.
Perciò, se a oggi c’è un “rimosso”, lo è di sicuro il corpo del frodatore Umberto Galimberti, che invece di essere chiamato a rispondere delle sue ruberie, è piuttosto spacciato ancora per “il giusto filosofo, umile e onesto”.[3]

Vincenzo Altieri

Il corpo cap. 28

Plagi di Galimberti a R. D. Laing, Thomas S. Szasz, Ludwig Binswanger, Mara Palazzoli Selvini, Eugenio Borgna.

Con il saccheggio di:
- L’io diviso di R. D. Laing, 1969, 1991, 2001 e 2010 Giulio Einaudi Editore;
- Il mito della malattia mentale di Thomas S. Szasz, Il Saggiatore, Milano, prima edizione 1966;
- Il caso Ellen West e altri saggi di Ludwig Binswanger, Bompiani Milano, 1973;
- L’anoressia mentale di Mara Palazzoli Selvini, Feltrinelli Milano, prima edizione aprile 1963;
- La metamorfosi schizofrenica della spazialità di Eugenio Borgna, in “Rivista di psichiatria”, IX, 6, 1974; ripubblicato in Nei luoghi perduti della follia di Eugenio Borgna, Feltrinelli Milano, aprile 2008.

il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:

- il cap. 28. I messaggi cifrati del corpo, de Il corpo di U. Galimberti, “Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» – SAGGI ottobre 2002”, Feltrinelli Editore Milano.

Si precisa che il cap. 28. I messaggi cifrati del corpo, non c’è nella prima edizione de Il corpo in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”, Feltrinelli Editore Milano 1983, perché è stato aggiunto nella “Undicesima edizione (aggiornata) dell’ottobre 2002”.
Ma nondimeno il cosiddetto “aggiornamento” è però un altro imbroglio di Galimberti, perché il cap. 28. I messaggi cifrati del corpo, è fabbricato con il riporto di quanto già pubblicato in Psichiatria e fenomenologia, frutto anch’esso di plagio.
Per averne prova, si rinvia alle appendici del saggio Eugenio Borgna, un luminare miope, di pubblica lettura sul nostro sito dal 04 settembre 2013.

Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 353:
Anche qui il corpo diventa il luogo privilegiato del linguaggio, perché se l’altro non “presta l’orecchio” alle richieste o alle lamentele verbali, che di solito non han-no altro effetto se non quello di mettere a nudo le proprie debolezze, non può non cedere al linguaggio del corpo che, invece di “chiedere” qualcosa, “esibisce” violente sofferenze che, istillando nell’altro sentimenti d’amore o sensi di colpa, producono l’azione desiderata.
1. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 167:
[…] quando l’oggetto dell’amore di un individuo non «presta orecchio» a richieste o lamentazioni verbali, […] far ricorso all’impiego affettivo del linguaggio: chiedere semplicemente qualcosa, avrebbe come unico effetto quello di metterne a nudo le debolezze, mentre l’esibizione di violente sofferenze può, facendo sì che l’altro si senta ansioso e colpevole, produrre l’azione desiderata.
a) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

2. Galimberti, Il corpo, p. 353:
Prima di Freud la somatizzazione era considerata una sorta di inganno perpetrato dal paziente nei confronti del medico, perché l’organicismo imperante non consentiva di considerare “malattia” le manifestazioni che non rivelavano un’alterazione organica. La riduzione del corpo a puro organismo consentiva di ricompensare il malato “vero” con esenzioni dal lavoro, diritto al riposo, attenzioni particolari, e di riprovare o addirittura punire il malato che si limitasse a simulare la “vera” malattia.
2. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 50:
[…] prima dell’epoca di Charcot, Bernheim e Liébault. L’isterismo era allora considerato alla stregua di un tentativo di inganno perpetrato dal paziente. […] seguendo le vecchie regole, abbiamo considerato la malattia una turba psicochimica dell’organismo fisico che si manifestava, o era per manifestarsi, in forma di invalidità. Qualora fosse invalido, il paziente doveva essere compensato in certi modi (ad esempio, non occorreva che lavorasse, aveva diritto al riposo e ad essere fatto oggetto di particolari attenzioni, e così via). Quando invece semplicemente imitasse la condizione di invalido, doveva essere considerato un simulatore, e quindi punito.
b) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

3. Galimberti, Il corpo, p. 353:
[…] Freud non scoprì che la somatizzazione era una malattia, ma semplicemente propose di dichiarare malati anche coloro il cui organismo non presentava al-terazioni organiche.
3. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 51:
Ora, io sostengo che Freud non «scoperse» che l’isterismo era una malattia mentale: piuttosto, propugnò la necessità di dichiarare «malati» i cosiddetti isterici.
c) per prima cosa si fa notare la ridicola “rielaborazione” di Galimberti, in quanto laddove Szasz scrive
- “dichiarare «malati» i cosiddetti isterici”,
il ciarlosofo lo trasmuta e banalizza in un aspecifico
- “dichiarare malati anche coloro il cui organismo non presenta alterazioni organiche”.
Poi, chi legge è portato a credere sia il Galimberti a sostenere che
“Freud non scoperse che l’isterismo era una malattia”,
mentre il ciarlosofo l’ha invece copiato a Szasz.
Ora, siccome a Galimberti fu conferito nel 2002 il «Premio “Maestro e traditore della psicoanalisi”», si deve forse credere che gli fu dato sulla base di siffatte confutazioni a Freud?, e che allora la giuria le abbia stimate cogitazioni originali del ciarlosofo, ignorando fossero plagi?
Nondimeno, la situazione ci appare come una barzelletta ciarlosofica.

4. Galimberti, Il corpo, p. 353:
In una parola allargò il concetto di corpo e conseguentemente quello di “malattia”, per cui malati non sono solo coloro il cui imperfetto funzionamento dell’organismo, inteso come macchina, presenta delle difficoltà nell’adattamento sociale, […].
4. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 51:
L’una categoria consiste di malattie somatiche - quali lebbra, tubercolosi o cancro - che, rendendo imperfetto il funzionamento dell’organismo umano inteso quale una macchina, comportano difficoltà dal punto di vista dell’adattamento sociale.

5. Galimberti, Il corpo, p. 353:
[…] a differenza di quanto ha fatto Freud, consideriamo la somatizzazione non come una malattia, ma come un linguaggio […].
5. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 16:
A mio giudizio, l’isterismo non è che il «linguaggio della malattia», usato sia perché un altro linguaggio non è stato appreso abbastanza bene, sia perché esso risulta particolarmente utile.
d) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Qui Galimberti manipola e froda, poiché scrivendo: “consideriamo”, dà a credere: “io Galimberti considero”, come se fosse lui a differenziarsi da Freud, accampando:
- “la simulazione isterica non come una malattia, ma come un linguaggio”,
mentre è chiaro che quanto il ciarlosofo scrive l’ha plagiato a Szasz.

6. Galimberti, Il corpo, p. 354:
[…] all’espressione somatica. Non c’è dubbio che fenomeni quali le paralisi, le cecità, le sordità isteriche, prima di essere “simulazioni di attacchi epilettici”, sono “eventi che parlano da soli” in termini più chiari di quanto non sia il ricorso alla parola che, in determinate circostanze, risulterebbe inascoltata se non addirittura inespressiva.
6. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 148:
[…] dovremo parlare, invece, di co¬municazione per mezzo di segni somatici […]. Parlando di segni somatici, mi rife¬rirò sempre […] a fenomeni quali le cosiddette paralisi, cecità, sordità isteriche, attacchi isterici e simili, eventi che parlano da soli, ragion per cui la comunicazione per mezzo di segni del genere non implica necessariamente il ricorso alla parola.

7. Galimberti, Il corpo, p. 354:
Sotto questo profilo, la somatizzazione non è una malattia, ma un semplice mutamento linguistico, allo scopo di orientare diversamente le azioni di chi ascolta.
7. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 169:
Dal punto di vista della nostra indagine, l’intero processo che tende a mutare la denominazione di certe forme di comportamento apparentemente patologiche della «simulazione» in «isterismo» (e «malattia mentale»), va inteso come null’altro che un mutamento linguistico allo scopo di orientare diversamente le azioni di chi ascolta.
e) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

8. Galimberti, Il corpo, p. 354:
Comunicando in termini somatici, Càcilie è in grado di indurre il marito a essere più premuroso e attento nei suoi riguardi; se non ci riuscirà col marito potrà farlo con il medico.
8. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 169:
Comunicando nei termini di queste lamentele (sintomi), essa sarà in grado di indurre il marito a essere più premuroso e attento nei suoi riguardi; e se non ci riuscirà con il marito, potrà farlo con il medico.

9. Galimberti, Il corpo, p. 354:
Il significato di molte certificazioni mediche e di altrettante perizie psichiatriche è da ricercare in quel “proto-linguaggio” come lo chiama Szasz, che, tradotto in linguaggio verbale, suonerebbe pressappoco così: “Faccia in modo che dal mio certificato risulti che devono smetterla di tormentarmi”; “Dica alla corte e al giudice dice che io non ero responsabile”, e via dicendo.
9. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 169:
Il significato dei segni somatici iconici in quanto volti a promuovere un’azione, può, in generale, essere così parafrasato: «(Sono malata, quindi...) occupati di me!», «Sii buono!», «Persuadete mio marito a fare questo e quest’altro!», «Faccia in modo che dal mio certificato risulti che debbono smetterla di darmi fastidio!», «Dica alla corte e al giudice che io non ero responsabile!», e via dicendo.

10. Galimberti, Il corpo, pp. 354-355:
Come ci ricorda Szasz, i segni somatici, a differenza di quelli discorsivi, ritraggono letteralmente il modo in cui il sofferente si considera malato. Infatti nel simbolismo che si diffonde intorno al “sintomo” c’è la possibilità di presentare la propria biografia fortemente concentrata, l’intera storia della propria vita e del proprio disagio esistenziale.
10. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 175-177:
[…] i cosiddetti segni somatici isterici, in quanto immagini, sono assai più somiglianti agli oggetti da essi rappresentati, che non le parole che descrivono […]. I segni somatici ritraggono - letteralmente: […] la maniera in cui il sofferente si considera malato. […] attraverso il simbolismo del proprio sintomo, il paziente presenti la propria autobiografia fortemente concentrata. […] contiene l’intera storia […] i propri problemi esistenziali.

11. Galimberti, Il corpo, p. 355:
La comunicazione indiretta che procede per insinuazioni e allusioni permette contatti comunicativi laddove, se mancassero, le alternative sarebbero o una totale inibizione, un silenzio assoluto, una solitudine radicale da un lato, o un linguaggio comunicativo diretto, che però è impossibile perché esporrebbe eccessivamente nei suoi lati deboli l’individuo bisognoso.
11. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 194-196:
L’uso deliberato di comunicazioni indirette è detto insinuazione, allusione […]. Le comunicazioni indirette permettono contatti comunicativi laddove, se queste mancassero, le alternative sarebbero la totale inibizione, il silenzio e la solitudine da un lato, o, dall’altro, un comportamento comunicativo diretto e quindi proibito.
f) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

12. Galimberti, Il corpo, p. 355:
In un simile dilemma la comunicazione indiretta costituisce un compromesso di assoluta necessità; con essa è possibile trasmettere informazioni ed esplorare e modificare la natura del rapporto.
12. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 196-195:
In tale dilemma, le comunicazioni indirette costituiscono un compromesso di assoluta necessità. […] a trasmettere informazioni […] ad esplorare e modificare la natura del rapporto.

13. Galimberti, Il corpo, p. 355:
La somatizzazione, come il pianto dei bambini, ha un poderoso effetto sull’individuo a cui è indirizzata.
13. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 189:
La pantomima isterica, esattamente come le pretese dei bambini, ha un poderoso effetto sull’individuo cui è indirizzata.
g) è inoppugnabile qui il plagio, nondimeno si fanno notare due geniali “scatti di novità” inseriti dal ciarlosofo. Il primo, laddove Szasz scrive
- “come le pretese dei bambini”,
il Galimberti lo trasmuta in
- “come il pianto dei bambini”,
come se “pretese” e “pianto” fossero sinonimi, mentre non c’è bisogno di essere ciarlosofi per sapere che un bambino può piangere senza avanzare alcune pretesa, in quanto, incespicando è caduto sbucciandosi le ginocchia, e piange perciò per il dolore ecc., oppure può piangere avanzando pretese, o ancora può accampare pretese senza piangere affatto, ecc.
Ecco il secondo colpo di genio, laddove Szasz scrive:
- “La pantomima isterica”,
il ciarlosofo la trasforma ne:
- “La somatizzazione”,
tanto per lui tutto fa brodo.

14. Galimberti, Il corpo, p. 355:
Se si possono ignorare le comunicazioni espresse nell’idioma della persona educata, non si possono ignorare di¬sperate crisi di pianto, acuti dolori di stomaco che, con la loro drammaticità, impongono una reazione nell’altro. Ed è nella reazione in sé e per sé, in quanto indicativa di interesse e di affetto, il valore della somatizzazione che consente di stabilire contatti altrimenti impossibili.
14. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 189:
I modi di comunicazione precoce, quali crisi di pianto o di rabbia, costituiscono un attacco molto più massiccio al ricevente di quanto non lo siano le comunicazioni espresse nell’idioma della conversazione educata: se queste possono essere ignorate, non si può ignorare le prime. […] è appunto una reazione in sé e per sé, in quanto indicativa di interesse e affetto, il valore dell’isterismo […], quale tecnica di stabilire contatti con un oggetto, è quanto mai reale.
h) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
È doveroso segnalare il notevole “scatto di novità” ideato dal ciarlosofo. Laddove Szasz scrive:
- “il valore dell’isterismo”,
Galimberti lo alchimizza e tramuta in
- “il valore della somatizzazione”.

15. Galimberti, Il corpo, p. 355:
La comunicazione indiretta svolge anche una funzione protettiva per la dignità e il concetto che di sé possiede colui che vi ricorre.
15. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 198-202:
La funzione protettiva delle comunicazioni indirette. […] il suo orgoglio e la stima di sé erano protetti […].
i) plagio e rabbercio alla galimbertese.

16. Galimberti, Il corpo, p. 355:
Se il bisogno dell’altro è considerato dalla cultura collettiva un fenomeno infantile di dipendenza, l’adulto, che al pari del bambino ha dei bisogni, per la soddisfazione dei quali è necessario l’intervento altrui, per mantenere l’illusione dell’indipendenza, che è uno dei motivi del suo orgoglio e della sua dignità, è costretto all’impiego della comunicazione indiretta.
16. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 199-200:
[…] fenomeno […] accettata nella nostra cultura, che l’esistenza e l’aperta espressione dei bisogni siano una caratteristica infantile […] gli adulti […] anch’essi hanno bisogni, per la soddisfazione dei quali è necessario l’intervento altrui […] Per mantenere l’illusione dell’indipendenza […] è necessario l’impiego di comunicazioni indirette.

17. Galimberti, Il corpo, p. 355:
In una società che accetta le malattie dell’organismo, ma molto meno i problemi dell’esistenza, 1’unica via praticabile resta quella di esprimere in termini di malattia somatica i propri problemi personali.
17. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 200:
Nell’atmosfera odierna […] le malattie somatiche risultano accettabili, ma i problemi dell’esistenza […]. Di conseguenza, la gente è propensa a negare l’esistenza di problemi personali e a comunicare in termini di malattia somatica.
l) plagio e rabbercio alla galimbertese.

18. Galimberti, Il corpo, p. 356:
V’è dunque un’effettiva e inestricabile concatenazione tra “civiltà” e “nevrosi”, ma non nel senso che la prima sia causa della seconda come suppose Freud, (n. 5) ma nel senso, come annota Szasz, che “tutte le regole di condotta implicitamente rimandano alle loro deroghe”.
18. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 203-204:
Sicché, sembra vi sia un’effettiva e inestricabile concatenazione tra civiltà e «nevrosi» - ma non nel senso che la prima sia causa della seconda, come suggerì Freud (1930), bensì piuttosto perché tutte le regole di condotta implicitamente rimandano a loro deroghe.

19. Galimberti, Il corpo, p. 356:
Le deroghe hanno significato solo in rapporto alle regole; di conseguenza regole e deroghe, “salute” e “malattia mentale” devono essere considerate alla stregua di un unico complesso di comportamenti […].
19. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 204:
Le deroghe hanno significato soltanto in rapporto alle regole; di conseguenza, regole e deroghe - salute mentale e malattia mentale - devono essere considerate alla stregua di un unico com¬plesso comportamentistico […].

20. Galimberti, Il corpo, p. 356:
La verità è un lusso che si possono concedere pochi; per molti, l’unica strada concessa è quella della presenza simulata.
20. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 330:
Essere in grado di dire la verità, è un lusso che pochi possono permettersi […] e il mio tentativo è appunto quello di presentare e documentare alcune delle condizioni che favoriscono l’inganno del tipo chiamato isterismo.

21. Galimberti, Il corpo, pp. 356-357:
A questo tipo di presenza ricorrono i bambini, gli oppressi, i paurosi e tutti coloro che hanno la sensazione di non disporre di molte possibilità di autorealizzazione.
21. Szasz, Il mito della malattia mentale, pp. 358-359:
[…] al carattere di relativa genuinità del gioco isterico, che s’attaglia perfettamente ai bambini, agli incolti, agli oppressi, ai paurosi; in breve, a coloro i quali hanno la sensazione che le loro possibilità di autorealizzazione […] siano scarse.

22. Galimberti, Il corpo, p. 357:
L’isterico gioca quindi a essere malato perché teme che, se giocasse in altri campi della vita reale, andrebbe incontro alla sconfitta. Eppure è proprio facendo ricorso a questa tattica che l’isterico facilita e assicura la più definitiva delle sconfitte: l’impotenza per malattia.
22. Szasz, Il mito della malattia mentale, p. 359:
[…] l’isterico gioca a essere malato perché teme che, se giocasse in certi campi della vita reale, andrebbe incontro alla sconfitta. D’altro canto, proprio facendo ricorso a tale tattica, egli facilita e anzi assicura la sconfitta stessa.
m) plagio e rabbercio alla galimbertese.

23. Galimberti, Il corpo, p. 357:
Decorporeizzata, la presenza schizofrenica non vive il corpo come il nucleo del proprio essere, ma come un oggetto fra i tanti oggetti del mondo sotto lo sguardo di un Io che, privo di corpo, non può partecipare direttamente alla realtà della vita di questo mondo […].
23. Laing, L’io diviso, p. 63:
[…] il suo io più o meno diviso o staccato dal proprio corpo. Il corpo è vissuto, più che come il nucleo stesso dell’essere, come un oggetto fra i tanti altri oggetti del mondo […]. Tale scissione dell’io dal corpo priva l’io incorporeo della possibilità di partecipare direttamente a qualunque aspetto della vita di questo mondo […]
n) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

24. Galimberti, Il corpo, p. 357:
Incapace di vivere le proprie azioni come espressioni di sé, queste acquistano quell’autonomia pericolosa per cui appaiono come le azioni di un altro, […].
24. Laing, L’io diviso, pp. 68-69:
L’individuo non vive le sue azioni come altrettante espressioni di sé: esse […] sono dissociate, e parzialmente autonome. Di queste azioni l’io non si sente partecipe […].

25. Galimberti, Il corpo, p. 357:
Azioni e percezioni, che assicurano il nostro quotidiano ricambio col mondo, diventano allora le azioni e le percezioni dell’altro che l’Io “vero”, quello “interiore”, quello “proprio”, quello “decorporeizzato osserva con distacco, con indifferenza, impegnato com’è a difendersi dalla ver-gogna, dal timore (vereor) cioè di essere esposto alla “gogna”, impotente, sotto lo sguardo minaccioso degli altri.
25. Laing, L’io diviso, pp. 63-69:
Invece di essere il centro del vero io, il corpo è vissuto come il centro di un falso io, che l’io «vero», l’io «interiore», incorporeo e distaccato, può vedere, […]. Ma l’io può sentirsi in pericolo di essere invaso dal sistema del falso io, o da una sua parte (cfr. il timore di David nei confronti delle parti femminili).
Invariabilmente, l’individuo in queste condizioni si sente terribilmente imbarazzato e «consapevole» (cfr. cap. 7), nel senso di un’acuta sensazione di essere osservato dagli altri.
o) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

26. Galimberti, Il corpo, p. 357:
Secondo Laing “nessuno, più dello schizofrenico, si sente vulnerabile ed esposto allo sguardo di un’altra persona”, (n. 98) e siccome è col corpo che noi ci esponiamo, si comprende perché lo schizofrenico non eriga difese contro il pericolo di perdere una parte del proprio corpo, ma diriga tutti i suoi sforzi nella difesa del suo vuoto Io, quella “fortezza vuota” (n. 99) dove si arretrano le linee difensive quando non si può difendere l’intero essere.
26. Laing, L’io diviso, pp. 71-72-73:
Nessuno, più dell’individuo schizoide, si sente vulnerabile ed esposto allo sguardo di un’altra persona. […] lo schizoide non si preoccupa eccessivamente di erigere difese contro il pericolo di perdere una parte del suo corpo. Tutti i suoi sforzi sono diretti, piuttosto, a difendere il suo io […]. Se non si può difendere l’intero essere, si arretrano le linee difensive, fino a ritirarsi in una cittadella centrale.
p) è chiaro il plagio e la “rielaborazione” alla galimbertese. Si fa tuttavia notare che per dissimulare il furto, il Galimberti ricorre a un altro dei suoi imbrogli. Difatti, laddove Laing scrive
- “cittadella centrale”,
il ciarlosofo lo alchimizza e trasmuta in
- “fortezza vuota”,
e con la n. 99 rinvia a “B. BETTELHEIM, The Empty Fortres, Free Press, New York 1967 (tr. it. La fortezza vuota, Garzanti, Milano 1976)”, ma ovviamente non solo qui Bettelheim non c’entra nulla, ma non è neppure presente nella bibliografia citata da Laing.

26. Galimberti, Il corpo, pp. 357-358:
Ma la fortezza difesa con l’abbandono di tutte le posizioni è una fortezza che finisce con l’essere pericolosamente esposta e prossima alla distruzione, che non avviene tanto ad opera degli attacchi del nemico, reale o immaginario che sia, ma per le devastazioni che le stesse manovre interne di difesa hanno provocato.
26. Laing, L’io diviso, p. 73:
Ma qui si ha un tragico paradosso, perché più si difende in questo modo l’io, più lo si distrugge. La dissoluzione finale dell’io nella condizione schizofrenica si compie non tanto ad opera degli attacchi del nemico esterno, reale o immaginario, quanto per mezzo delle devastazioni che le stesse manovre interne di difesa hanno provocato.
q) anche qui il Galimberti plagia e “rielabora” alla galimbertese. Ed è altresì evidente che appare del tutto infondata la valutazione di Tullio De Mauro, laddove su l’Unità del 03 gennaio 2010 ha definito questo volgare impostore come un “già valente studioso di psicologia”.

27. Galimberti, Il corpo, p. 358:
Se il mio corpo non è come voleva Wernicke “qualcosa che appartiene al mondo esterno”,(n. 100) ma quel centro che io sono, sfuggire il proprio corpo, tentare di liberarsene o di occultarlo significa fuggire da se stessi, difendere quel nulla che rimane di sé.
27. Binswanger, Il caso Ellen West e altri saggi, p. 186:
Ma il mio corpo [Leib] non è mai soltanto oggetto, non appartiene solo al mondo esterno, come riteneva Wernicke, ma è ancor sempre il corpo che io-sono. Se voglio sfuggire al mio corpo, liberarmi di esso od occultarlo, io voglio pur sempre sfuggire a me stesso, liberarmi di “un aspetto di me” e nascondere “un aspetto di me”.
r) plagio e rielaborazione alla galimbertese.
Si fa notare l’originale “scatto di novità” posto in chiusa da Galimberti, laddove scrive:
- “difendere quel nulla che rimane di sé”,
che è dissonante rispetto a quanto lui ha copiato a Binswanger, che nel contesto di cui trattasi non parla di “difendere quel nulla che rimane di sé”, bensì di “liberare” e “nascondere” quell’“aspetto” del corpo ritenuto da Nadia “degno di odio e ripugnante”, ecc.
Altro imbroglio è fabbricato con la n. 100, con cui Galimberti rinvia a: “C.K. WERNICKE, Grundriss der Psychiatrie, Berlin 1906, II ed., p. 121.”, ma è evidente che la citazione di Wernicke è una manipolazione di quanto il filosofo di nome ha copiato a Binswanger.

28. Galimberti, Il corpo, p. 358:
E’ il caso di Nadia ossessionata, secondo Janet, “dalla vergogna del corpo”,(n. 101) o di Ellen West che, come vuole la precisazione di Binswanger, “non si vergognava ‘a causa del corpo’, ma a causa dell’esistenza come organismo corporeo”.(n. 102) Il loro desiderio d’esser magre, la loro anoressia era la risposta all’ideale nascosto d’essere incorporee, pure presenze “spirituali” che lo sguardo dell’altro non avrebbe mai potuto penetrare.
28. Binswanger, Il caso Ellen West e altri saggi, p. 185:
Janet […] Nadia tutte le parti del corpo provocano il medesimo sentimento di vergogna, anzi di onta, […]. La sua honte du corps non è un vergognarsi “a causa del corpo”, ma a causa dell’esistere come organismo corporeo […] “questo ideale di essere magra, di essere incorporea” […] Nadia […] vorrebbe essere magra, […] senza corpo, […] condurre un’esistenza per così dire angelica. […] sottrarsi all’aspetto creaturale […] non vuole […] essere vista […].
s) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

29. Galimberti, Il corpo, p. 358:
Questo progetto irreale e impossibile dà all’Io decorporeizzato un senso di sicurezza perché, esonerandolo dal quotidiano rapporto con gli altri, che richiede una presenza corporea e l’ingresso nel mondo, gli concede quella libertà, quell’autosufficienza, quel controllo che riducono le sue ansie, finché il progetto non si profila come un miraggio […].
29. Laing, L’io diviso, p. 70:
[…] l’individuo schizoide aspira ad essere onnipotente, tentando di realizzare all’interno di se stesso, senza ricorrere al normale rapporto produttivo con gli altri, dei tipi di rapporto che richiederebbero comunque la loro presenza, e l’uscita nel mondo esterno. Vorrebbe essere lui stesso tutto e tutti. I vantaggi di questo progetto irreale e impossibile sarebbero: sicurezza per il vero io, isolamento dagli altri e quindi libertà, autosufficienza, controllo.
[…] impossibilità del progetto, il suo carattere di miraggio, […].
t) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Come si è su ricordato, Galimberti ha fabbricato il cap. 28. I messaggi cifrati del corpo, con plagi già presenti in Psichiatria e fenomenologia, ma nel riportarli ne Il corpo, ha qui inserito un notevole “scatto di novità”, per adattare la materia al nuovo formato.
Perciò, mentre alla p. 288 di Psichiatria e fenomenologia, Galimberti ha scritto:
- “Questo progetto irreale e impossibile dà allo schizofrenico”,
riportandolo ne Il corpo, l’ha trasmutato in
- “Questo progetto irreale e impossibile dà all’Io decorporeizzato”,
dando così prova di quanto sia acuta la sua abissale mente.

30. Galimberti, Il corpo, p. 358:
Allora è la disperazione, perché la sensazione di potere tutto e possedere tutto al di là dei limiti della materia si capovolge o coesiste insidiata da una sottile sensazione di impotenza e di vuoto.
Il disprezzo della vita che si svolge “al di fuori” si compone col senso di vuoto avvertito “di dentro”, in quella minaccia unica che la presenza avverte come smarrimento della propria identità.
30. Laing, L’io diviso, pp. 70-71:
[…] disperazione […]. Sicché la sensazione di potere tutto e di possedere tutto coesiste accanto a una sensazione di impotenza e di vuoto. L’individuo che un momento fa ha sentito «esterna» la vita che si svolgeva là fuori, e ha preteso di disprezzarla perché misera e banale in confronto alla ricchezza che ha dentro, […] relazione con gli altri viene sentito come una minaccia per la propria identità […].
u) plagio e rielaborazione alla galimbertese, ma quanto salta fuori dalla manipolazione è tutt’altra cosa di quanto c’è dentro alle pagine di Laing, difatti, il ciarlosofo non solo plagia, ma decisamente sterilizza e sfigura la ricchezza argomentativa dello psichiatra scozzese.

31. Galimberti, Il corpo, pp. 358-359:
Come dice infatti Scheler:

“Solo perché è nell’essenza dell’uomo avere un corpo, l’uomo può trovarsi nella situazione di potersi vergognare; ma solo perché vive il suo essere come qualcosa di spirituale che esiste indipendentemente dal suo corpo e da tutto ciò che dal corpo può discendere può trovarsi nella situazione di doversi vergognare.” (n. 103)

La vergogna di Nadia e di Ellen West non riguarda la forma del proprio corpo, ma il rifiuto di riconoscere nel corpo la dimensione ontologica che determina e definisce l’uomo.
31. Binswanger, Il caso Ellen West e altri saggi, pp. 190-191:
[…] Scheler […]: “Solo perché è nell’essenza del¬l’uomo l’avere un corpo - così si esprime - egli può trovarsi nella situazione di doversi vergognare, e soltanto perché vive il suo essere persona spirituale come indipendente per essenza da un tale ‘corpo’ e da tutto ciò che dal corpo possa discendere, è possibile ch’egli si trovi nella situazione di potersi vergognare. […]”
Non occorre grande acutezza per accorgersi che Ellen e, in misura molto maggiore, Nadia non riconoscono questa duplice determinatezza ontologica ed essenziale propria dell’essere-uomo […].
v) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Si fa notare il solito imbroglio del riferimento bibliografico, poiché con la n. 103 Galimberti rinvia a:
- “M. Scheler, Ǘber Scham und Schamgefühl, in Schriften aus dem Nachlass, 1933, vol. 1, p. 57.”,
inducendo così a credere che abbia letto Scheler, da cui avrebbe tratto la citazione, ma i fatti attestano invece che l’impostore ha sottratto sia parte della citazione che il dato bibliografico: “Ǘber Scham und Schamgefühl, Schriften aus dem Nachlass, 1933, I, p. 57 sgg.”, a Binswanger.

32. Galimberti, Il corpo, p. 359:
[…] l’io decorporeizzato sente il corpo disperatamente presente, vi urta continuamente contro, non di rado lo graffia, lo percuote […].
32. Palazzoli Selvini, L’anoressia mentale, p. 173:
Ma l’anoressica sente il suo corpo come disperatamente presente, vi urta continuamente contro, non è raro che lo graffi e io percuota.
z) il plagio è evidente, ma sempre per dissimulare il furto, il Galimberti inserisce un depistante “scatto di novità”, in quanto laddove la Palazzoli Selvini scrive:
- “l’anoressica sente il suo corpo come disperatamente presente”,
il filosofo di nome lo alchimizza e tramuta in
- “l’io decorporeizzato sente il corpo disperatamente presente”.
Sta però il fatto che l’esito della trasmutazione galimbertese è del tutto cervellotico, perché, dinanzi al rabbercio di Galimberti, viene da chiedersi:
È mai possibile che “l’io decorporeizzato”, cioè un “io” avulso dalla percezione vissuta del proprio corpo, possa essere allo stesso tempo nella condizione di chi “sente il corpo disperatamente presente”?
No, perché è una contraddizione in termini, in quanto è ovvio che “l’io decorporeizzato” non può sentire il corpo presente, perché, se così fosse, allora non sarebbe più un io decorporeizzato.
Ma da dove ha origine questo cervellotico pasticcio?, dalla rabberciata manipolazione del Galimberti di quanto plagiato.
Difatti, a p. 173, la Palazzoli Selvini scrive:
- «Lo schizofrenico ha autentici disturbi dello schema corporeo proprio perché già in origine è fortemente “disincorporato”: il suo corpo non è da lui vissuto come proprio e reale, con limiti definiti.
«Ma l’anoressica sente il suo corpo come disperatamente presente vi urta continuamente contro, non è raro che lo graffi e io percuota».
Ora, siccome il titolo del cap. 7 di Psichiatria e fenomenologia è La schizofrenia e la presenza vuota, a Galimberti venne il colpo di genio di prendere gli ingredienti dello schizofrenico e dell’anoressica nella pagina della Palazzoli Selvini e di rimescolarli insieme nella sua abissale mente, traendone infine alla luce il suo prodigioso “scatto di novità”.
E ci sembra per davvero strano che questo rifulgente “pensiero folle” del Galimberti sia potuto sfuggire a un celebrato “luminare della psichiatria” qual è Eugenio Borgna, che di follia certo s’intende.

33. Galimberti, Il corpo, p. 359:
[…] sono conformi a quell’ideale psicotico dell’acorporeità in cui l’Io proietta il vero ideale di sé, autonomo, potente e capace, […].
33. Palazzoli Selvini, L’anoressia mentale, p. 174:
[…] corpo ideale, che esprimerebbe il vero sé ideale, autonomo, potente, capace […]. Nadia identificava totalmente se stessa con l’ideale psicotico di acorporeità […].
aa) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

34. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 289:
L’“honte du corps”, come dice Janet, non è che 1’“honte d’être vu, d’être observé”, (n. 105) con conseguente angoscia per tutto ciò che balza agli occhi in ordine alla figura corporea, alle sue funzioni, all’epidermide che avvolge il corpo e lo espone.
34. Galimberti, Il corpo, p. 359:
Come dice Janet: “La vergogna del corpo non è che la vergogna d’essere visto e di essere osservato”, (n. 45) con conse¬guente angoscia per tutto ciò che balza agli occhi in ordine alla figura corporea, alle sue funzioni, all’epidermide che avvolge il cor¬po e lo espone.
34. Binswanger, Il caso Ellen West e altri saggi, p. 192:
[…] Janet chiama qui hont du corps non è, come abbiamo visto, se non la hont d’être vu, d’être observé, più esattamente, de pouvoir être vu. Quindi angoscia per tutto ciò che balza agli occhi relativo alla figura corporea, alle funzioni corporee, alle vesti, alla pelle.
bb) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Si è qui riportata anche la versione del plagio presente in Psichiatria e fenomenologia, dove Galimberti mette tra virgolette la dizione in francese di quanto Binswanger attribuisce a Janet, mentre ne Il corpo la traduce, ma tuttavia rimane sempre farina dello psichiatra tedesco.
Poi c’è pure qui il solito imbroglio del riferimento bibliografico, poiché con le note 105 e 45, Galimberti rinvia a:
- P. JANET, Les obsessions et la psychasthénie, cit., p. 45”,
inducendo così a credere che avrebbe letto Janet, mentre è chiaro che ha copiato tutto da Binswanger.

35. Galimberti, Il corpo, p. 359:
Ma quando il corpo non è più vissuto come mia soggettività, ma, distanziato da me, è oggettivato e ridotto alla dimensione di corpo anatomico a cui l’io interiore imputa quello che per lui è la tragica condizione di poter esser visto e udito, allora il rifiuto del corpo diventa simbolo di un rifiuto più grande che investe la società, la solidarietà con gli altri, l’impegno nel mondo.
35. Palazzoli Selvini, L’anoressia mentale, p. 175:
Sono io che, attraverso il significato che riesco a conferire al mio corpo, lo riduco alla dimensione del corpo anatomico, del corpo oggetto, oppure lo trasfiguro in soggetto, in persona. Il mio corpo è a misura del mio spirito […]. Il corpo è il luogo, il punto di incontro indispensabile dei rapporti con gli altri. Rifiutare il corpo significa quindi rifiutare la socialità, la solidarietà col mondo, la responsabilità.
cc) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.

36. Galimberti, Il corpo, p. 359:
Se infatti il corpo è ciò che impedisce e limita, è pur sempre ciò grazie a cui è possibile la relazione con gli altri, la comunicazione, la presenza. Il ritiro dal corpo è quindi il ritiro dal mondo.
36. Palazzoli Selvini, L’anoressia mentale, p. 175:
Anche se il corpo impedisce e limita, esso porta a compimento […] la relazione con gli altri, la comunicazione, la presenza. […]. Rifiutare il corpo significa quindi rifiutare […] col mondo […].

37. Galimberti, Il corpo, p. 360:
Aboliti i confini tra lo spazio proprio (Eigen-raum) e lo spazio esterno (Fremd-raum) che il corpo delimita […].
37. Borgna, Nei luoghi perduti della follia, p. 200:
I confini fra lo spazio proprio (Eigenraum) e lo spazio esterno (Fremdraum) sono frantumati.

38. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, p. 297:
[…] si può essere in drammatica contemporaneità qui e là; le parti del proprio corpo (Leib) si confondono con parti di corpi estranei, in quella “livellata omogeneizzazione”, come la chiama Storch, (n. 18) per cui altri corpi abitano il mio, che a sua volta risulta frantumato e sbriciolato, “fuori di sé” e fuori di ogni dimensione umana.
38. Borgna, Nei luoghi perduti della follia, p. 200:
Si può essere, in dilemmatica contemporaneità, qui e là. […] Storch lo spazio del corpo Leib […] si destituisce di ogni confine e di ogni limite; e parti di corpi-Leib estranei, […]. Altri “abitano”, così, il suo corpo che può essere, a sua volta, frantumato e “sbriciolato”. La spazialità schizofrenica si esprime secondo Storch con fenomeni di “livellata omogeneizzazione” […].
dd) plagio e rielaborazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Si fa qui notare il notevole “scatto di novità” ideato da Galimberti, dato che laddove Borgna ha scritto:
- “Si può essere, in dilemmatica contemporaneità”,
il ciarlosofo l’ha trasmutato in
- “si può essere in dram¬matica contemporaneità”,
come se “dilemma” e “dramma” fossero sinonimi.
Inoltre pure qui c’è il solito imbroglio bibliografico, in quanto con la n. 18 l’imbroglione rinvia a:
- “A. Storch, Wege zur Welt und Existenz des Geisteskranken, Hippocrates Stuttgart 1965, p. 34”,
inducendo così i lettori a credere che abbia letto il libro di Storch, e da esso tratto la citazione, ma i fatti attestano che Galimberti l’ha copiato al suo “maestro” Borgna, quindi è un’altra impostura.


Conclusione


Da quanto su documentato risulta che il cap. 28. I messaggi cifrati del corpo, de Il corpo, è fabbricato per circa l’80% con plagi e manipolazioni, e il resto con parafrasi alla galimbertese degli autori plagiati, quindi è a tutti gli effetti una frode.
Di Galimberti, insomma, non c’è in pratica niente, perché ciò che dalle sue pagine esala è sempre e soltanto il puzzo del suo pensiero-mastice.

Vincenzo Altieri

Letto 69 volte Ultima modifica il Mercoledì, 30 Agosto 2017 12:27

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