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Giovedì, 29 Giugno 2017 08:22

Carlo Feltrinelli Umberto Galimberti Il corpo delle frodi. Cap. 3 In evidenza

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Carlo Feltrinelli Umberto Galimberti


Il corpo delle frodi. Cap. 3

 

In Ritorno ad Atene, “studi in onore” dell’impostore Umberto Galimberti, spicca anche l’elogio di Carlo Feltrinelli al ladrone, perché “Galimberti ha pubblicato i suoi primi libri con Feltrinelli alla fine degli anni Settanta […]. Psichiatria e fenomenologia, che uscì nel 1979, e Il corpo, che fu pubblicato nel 1983. Di quest’ultimo mi dicono (ero troppo giovane allora) che, all’epoca, serie ragioni editoriali suggerirono di ridurre l’enorme mano-scritto che Galimberti aveva portato in casa editrice. Cosa che egli fece […]. Oggi il libro si può finalmente leggere in edizione integrale, nella serie delle opere complete dell’autore, ma già allora si rivelò un testo fondamentale, una gigantesca ricognizione sul tema del corpo, capace di rileggere l’intera storia della filosofia dal lato del suo rimosso.”[1] 
Dunque, l’edizione del 1983 de Il corpo fu ridotta, però, benché snellita, per Carlo Feltrinelli comunque “già allora si rivelò un testo fondamentale”, cosa che pure questa gli è stata riferita, perché allora era “troppo giovane” per poterlo stimare da sé. Poi, cresciuto in età e sapienza, e “finalmente letto Il corpo in edizione integrale”, ha potuto con cognizione di causa asserire che esso è “un’opera ancora oggi vitale”.[2] 
Ora, sì, “Il corpo testo fondamentale” lo è, ma è fondamentale però per lo studio della frode filosofica, perché Il corpo è fabbricato a plagi, parafrasi e manipolazioni cervellotiche, in breve è “ancora oggi vitale” truffa.
Difatti, sono decine gli autori rapinati da Galimberti, che ha saccheggiato idee e pensieri dai loro libri per fabbricare Il corpo, che è un’indubbia frode, macchinando così a danno degli studenti di Ca’ Foscari, che per oltre un quarto di secolo hanno dovuto comprarsi e studiare della filosofia copia e incolla, nonché ingannando lettrici e lettori.
Perciò, se a oggi c’è un “rimosso”, lo è di sicuro il corpo del frodatore Umberto Galimberti, che invece di essere chiamato a rispondere delle sue ruberie, è piuttosto spacciato ancora per “il giusto filosofo, umile e onesto”.[3]

Il corpo cap. 3

Plagi di Galimberti a: Hans Walter Wolff, Giuseppe Barbaglio, Alfredo Marranzini, Oscar Cullmann e Jean Baudrillard

Con il saccheggio di:

- Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard, Feltrinelli Milano, prima edizione in “FIBS” giugno 1979. L’edizione da noi usata è la “Terza edizione dell’«Universale Economica» – SAGGI aprile 2002”;
- Antropologia dell’Antico Testamento di Hans Walter Wolff, Editrice Queriniana Brescia, prima edizione 1973;
- Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi? di Oscar Cullmann, Paideia Editrice Brescia, prima edizione 1967.
- Anima e corpo di Alfredo Marranzini, in Dizionario teologico interdisciplinare (3 voll.), Marietti Casale M. 1977.
- Risurrezione e immortalità di Giuseppe Barbaglio, in Dizionario teologico interdisciplinare (3 voll.), Marietti Casale M. 1977.

il ladrone Galimberti ci ha fabbricato:

- il par. 3, La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, del cap. 1. Il corpo in Occidente: l’equivalenza, de Il corpo di Umberto Galimberti, Feltrinelli Editore Milano 1983, prima edizione in “Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia clinica”.
Per la dimostrazione dei plagi e delle altre manipolazioni, ci si servirà dell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» – SAGGI ottobre 2002” de Il corpo di U. Galimberti, cap. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza.
Si fa notare che, tranne i plagi a Baudrillard, il resto è materia plagiata già presente in Psichiatria e fenomenologia di U. Galimberti, Feltrinelli, Milano 1979, Parte I, capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne”, pp. 85-111, di cui si è già dato ampia e puntuale prova.
Si legga l’e-book: Umberto Galimberti Eugenio Borgna Un luminare miope, già da mesi in vendita nelle librerie on line.
Sia ne Il corpo, edizione 1983, pp. 33-34, che ne Il corpo, edizione aggiornata 2002, p. 58, in merito a “nefês, bâśâr e leb”, il Galimberti ricorda al lettore che
- “In Psichiatria e fenomenologia [pp. 77, 85-111] mi sono soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole.”
Ma come si è inoppugnabilmente provato, Galimberti non ha fatto alcuna “analisi particolareggiata” dei termini “nefês, bâśâr e leb”, perché ha tutto copiato al biblista tedesco Hans Walter Wolff.

Documentazione plagi


1. Galimberti, Il corpo, p. 57:
[…] l’equivalente generale che, mante¬nendo separati il bene dal male, la vita dalla morte, la carne dallo spirito, interrompe lo scambio simbolico a favore di quell’opposizione disgiuntiva che non esita a chiedere il sacrificio del corpo per l’accumulo della vita come valore.
1. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 143-162:
Dio è quello che mantiene separati […] il bene e il male, […] i vivi e i morti, il corpo e lo spirito, […] è quello che mantiene lo scarto fra i poli di qualsiasi opposizione distintiva […] accumulazione della vita come va¬lore […].
a) per dissimulare il furto, Galimberti non solo strapazza il pensiero di Baudrillard, ma inquina pure le acque, perché, mentre il francese specifica:
- “Dio è quello che mantiene separati”,
Galimberti lo traduce nel generico
- “l’equivalente generale che, mante¬nendo separati”,
incurante che “equivalente generale” può essere anche il “denaro”, l’ “oro”, il “Fallo” ecc., confezionando così una deliberata impostura.

2. Galimberti, Il corpo, p. 57:
Ma quando cessa la reversibilità simbolica della vita e della morte, quest’ultima diventa l’oggetto di un desiderio impossibile […].
2. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
[…] quando cessa l’am¬bivalenza della vita e della morte, quando cessa la reversibilità simbolica della morte […]. La morte diventa […] l’oggetto d’un desiderio perverso.
b) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È doveroso far qui notare che mentre ne Il corpo, edizione del 1983, riproposto in «Prima edizione nell’“Universale Economica” giugno 2007», Galimberti copia alla lettera, difatti, laddove Baudrillard ha scritto:
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”,
il “grande filosofo” ripete a pappagallo
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”[p. 33],
nell’“Undicesima edizione (aggiornata) dell’«Universale Economica» – SAGGI ottobre 2002 de Il corpo”, per aggiornare il plagio, Galimberti ha inserito un notevole nonché cervellotico “scatto di novità”, difatti, laddove Baudrillard ha scritto:
- “diventa l’oggetto d’un desiderio perverso”,
il “grande filosofo” lo alchimizza e trasmuta in
- “diventa l’oggetto di un desiderio impossibile”,
in tal modo, oltre a sfigurare il pensiero di Baudrillard, lo sterilizza, in quanto, per il francese, la morte, pur divenendo desiderio perverso, è però un desiderio che può realizzarsi, dunque desiderio possibile, in linea quindi con le sue argomentazioni, mentre Galimberti fa diventare la morte un desiderio impossibile, cosa però che è del tutto assurda, nonché cervellotica e campata in aria, in breve un’altra impostura.

3. Galimberti, Il corpo, p. 57:
A livello antropologico la tradizione biblica ignora il dualismo,(n. 1) al punto da non disporre neppure dei vocaboli necessari per indicare quello che la tradizione greca e poi quella latina chiameranno corpo, anima e spirito. Questi significati sono da addebitare alla traduzione gre¬ca antica dei Settanta che deviò l’antropologia biblica su quei binari dicotomici o tricotomici in cui il corpo, l’ani¬ma e lo spirito compaiono come entità diverse e in contrasto fra loro.
3. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 15:
Cominciamo dai singoli concetti per elaborare così un vocabolario d’an-tropologia biblica.
Quando le parole principali piú frequenti vengono di regola tradotte con «cuore», «anima», «carne» e «spirito», si producono in questo modo malintesi carichi di conseguenze. Essi risalgono già alla traduzione greca antica dei LXX, e fecero deviare su una antropologia dicotomica o tricotomica, nella quale il corpo, l’anima e lo spirito vengono concepiti in contrasto tra loro.
c) con la n. 1, in merito al “dualismo”, il Galimberti rinvia a
- “Si veda a questo proposito H.W. Wolff, Anthropologie des Alten Testaments (1973); tr. it. Antropologia dell’Antico Testamento, Queriniana, Brescia 1975.”
Qui il solito giochino bibliografico dissimula un altro inganno, perché, rinviando i lettori a Wolff, qualora volessero approfondire, li induce così a credere che quel che poi dirà sarebbe farina del suo sacco, mentre invece è frutto della spigolata nel libro citato di Wolff.

4. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Con la lingua greca, infatti, una filosofia greca, quella platonica, subentrò a stravolgere e ad accantonare l’antica concezione biblico-semita […].
4. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 15:
Resta da provare come qui con la lingua greca una filosofia greca abbia stravolto e accantonato concezioni biblico-semitiche.

5. Galimberti, Il corpo, p. 58:
In Psichiatria e fenomenologia (n. 2) mi sono soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole. Qui sarà sufficiente richiamare che il termine nefes, tradotto dai Settanta con psyché e dai latini con anima, è parola che indica l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni, per cui l’uomo non ha una nefes, ma è nefes.
5. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 18:
[…] nefeš […] i LXX lo rendono con psychè […]. Nefeš è visto in stretta connessione con la forma complessiva dell’uomo, soprattutto con il suo respiro; perciò l’uomo non ha una nefeš, ma è nefeš, e vive come nefeš.
d) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Galimberti, con la n. 2, rinvia a
- «U. Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano 1979, capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne”, pp. 85-111»,
accampando che lui si sarebbe “soffermato sull’analisi particolareggiata di queste parole”, tuttavia, quanto dice Galimberti in merito è falso, perché “La religione biblica e la maledizione della carne” è quasi interamente fabbricato a plagi, e uno dei saccheggiati è Wolff, come si è già dimostrato un paio d’anni fa nel saggio Ezio Mauro e l’Asinus in cathedra, che è di pubblica lettura sul nostro sito.
E parte dei plagi del «capitolo 2: “La religione biblica e la maledizione della carne” di Psichiatria e fenomenologia», sono stati usati da Galimberti anche per fabbricare il
- par. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, del cap. 1. Il corpo in Occidente: l’equivalenza, de Il Corpo, edito da Feltrinelli nel febbraio 1983, diventato poi il cap. 3 de Il Corpo edizione “aggiornata” del 2002.
C’è poi da rilevare la cervellotica manipolazione operata da Galimberti sulla materia copiata a Wolff.
Per il biblista tedesco
- “nefeš è soprattutto il respiro; perciò l’uomo non ha una nefeš, ma è nefeš, e vive come nefeš”,
perché è ovvio a chiunque che senza il “respiro” l’uomo non può vivere e quindi muore, perciò, in ultima istanza, “l’uomo è nefeš”, poiché respiro e vita umana sono indissociabili.
Ma Galimberti, per dissimulare il suo furto, ha scritto invece che
- “nefes è parola che indica l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni, per cui l’uomo non ha una nefes, ma è nefes”,
quindi, per il cosiddetto “filosofo grandissimo”, nefeš non è soprattutto il “respiro”, ma “l’indigenza dell’uomo e l’ordine dei suoi bisogni”, perciò, in quanto tale, “è nefes”, cioè l’uomo sarebbe per natura indigente, e quindi nefes-indigenza e vita umana sono dissociabili, perché l’uomo, sebbene sia indigente, tuttavia seguiterebbe a respirare e dunque a vivere.
Eppure Galimberti va strombazzando che ha “molto studiato la Bibbia”, e nondimeno dà segno d’ignorare quanto è diffusamente conosciuto, ossia che Dio plasmò l’uomo dal fango e gli diede vita insufflando nel suo corpo la nefeš, vale a dire un “alito di vita”, perciò “nefeš è soprattutto il respiro”, come argomenta il Wolff, ed è sempre il biblista tedesco a documentare che nefeš, in determinati contesti, può significare anche “indigenza dell’uomo”, per cui quanto ha scritto Galimberti è errato, e inquina il pensiero.

6. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Isaia (5, 14), con la parola nefes, allude alla gola che, come organo della nutrizione attraverso cui l’uomo si sazia, è, fra gli organi corporei, il più idoneo a esprimere l’indigenza e il bisogno. Il Salmo 107 ne parla a proposito di affamati e sitibondi che ringraziano Jahvè “poiché saziò la nefes as¬setata, e la nefes affamata ricolmò di beni”. Altrove nefes sta a indicare la parte esterna della gola. Il Salmo 105, 18 dice ad esempio: “legarono in ceppi i suoi piedi e in catene venne la sua nefes”, dove è evidente che qui si tratta del collo e non dell’anima.
6. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 20-22-21-19-20:
Che nefeš stia a significare l'organo dell’uomo bisognoso è provato anche dal fatto che esso indica la «gola che languisce», […] l’organo della nutrizione, […] l’uomo, […] sazietà della gola […]. Sal. 107 nella sua prima strofa parla degli «affamati e dei sitibondi» la cui nefeš lan¬guiva, e che devono ringraziare Jahvè:

poiché saziò la nefeš assetata
e la nefeš affamata ricolmò di beni.

Il contesto poi parla della fame della nefeš, della sua sete, del suo languore, della sua sazietà, del suo essere asciutto e del suo venir riem¬pito ed indica perciò senza alcun dubbio che non si tratta più dell’ani¬ma, ma della «gola».
e) plagio e manipolazione alla galimbertese.

7. Galimberti, Il corpo, p. 58:
[…] la nefes significa desiderio, aspirazione, brama; in questa accezione la nefes desidera cose che non sono propriamente commestibili come la terra (Geremia, 22, 27), la vanità (Salmi, 24, 4) o i figli (Ezechiele, 24, 25), dove comunque ricompare la struttura del desiderio e del godimento che rimanda all’idea di nefes in quanto organo del gusto.
7. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 25-26-25:
[…] nefes […] come desiderare, domandare, aspirare a qualcosa o bramare. […] desiderio di oggetti che non sono propriamente commestibili, come la terra (Ger. 22,27), la vanità (Sol. 24,4), figli o figlie (Ez. 24,25) […] del loro desiderio, […] del loro «godimento», che rimanda all’idea di nefeš come organo del gusto.
f) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Come si può notare dalla numerazione delle pagine del Wolff, Galimberti ha spigolato le frasette da contesti diversi, con acrobatico plagio pendolare, stravolgendo così il significato che esse hanno nelle argomentazioni del biblista tedesco, quindi, quello ammannito dal “grande filosofo” ai lettori, e agli studenti di Ca’ Foscari, è un turpe e cervellotico pasticcio, una sconcia impostura.

8. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Come espressione delle necessità vita¬li, senza di cui l'uomo non può sopravvivere, la nefes fi¬nisce col coincidere con la vita, per cui nel Deuterono¬mio (12, 23) si dice: “Il sangue, questo è la nefes”, dove si compie l’identificazione tra sangue e vita che giova poi da fondamento alla prescrizione che impedisce di consu¬mare insieme alla carne anche il sangue, cioè la vita.
8. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 28-29-30:
[…] nefeš indica l’organo delle necessità vitali, senza il cui soddisfacimento l’uomo non può sopravvivere, ne risulta che per un modo di pensare sintetico la nefeš indica in maniera evidente la vita stessa. […] lo dimostra inequivocabilmente la definizione che di nefeš dà Deut. 12,23:

il sangue, questo è la nefeš.

E con ciò è compiuta la identificazione tra sangue e vita, che giova poi da fondamento alla prescrizione che impedisce di consumare assie¬me alla carne anche il sangue, vale a dire la vita.
g) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Pure qui Galimberti ha spigolato le frasette da pagine e contesti diversi, servendo un piatto tossico che inquina la mente dei lettori, perché le frasette rubate al Wolff, scippate dal loro contesto, e rimontate alla galimbertese, risultano castrate, quindi sterili e improduttive.

9. Galimberti, Il corpo, p. 58:
Da questo succinto esame di passi biblici possiamo concludere che nefes non vuol dire anima, ma semplice¬mente la vita dell’uomo, nella sua indigenza, nel suo de¬siderio, nella sua vulnerabilità ed eccitabilità emoziona-le.
9. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 39-38:
Sal 42, 6

perché ti abbatti, anima mia, e gemi dentro di me?

Qui la nefeš è l’io stesso della vita […] nefeš indica dunque soprattutto l’uomo nella sua indigenza e nel suo desiderare, e questo include la sua vulnerabilità e la sua eccitabilità emozionale.
h) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Tragicomico è però qui l’incipit del cosiddetto “grande filosofo”:
- “Da questo succinto esame di passi biblici”,
con cui l’impostore induce a credere che lui avrebbe esaminato i “passi biblici” succitati, anche se succintamente, mentre è inoppugnabile e chiaro che quanto afferma in merito è falso, nonché imbevuto di ridicola spocchia, perché il Galimberti non ha fatto nessun “succinto esame di passi biblici”, dato che li ha tutti copiati a Wolff.

10. Galimberti, Il corpo, pp. 58-59:
Del resto l’Antico Testamento non parla mai di una nefes di Jahvè, mentre parla di una nefes degli animali (Genesi, 2, 7), la cui vita, come quella degli uomini, è in¬digente e vulnerabile.
10. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 38:
Il fatto che nefeš indichi in maniera particolare l’uomo bisognoso, che anela alla vita e pertanto l’uomo vivo, con il che egli è ricondotto all’ambito degli animali, viene indirettamente anche confermato dal fat¬to che ampi strati dell’Antico Testamento evitano di parlare di una nefeš di Jahvè […].
i) plagio e manipolazione alla galimbertese.
C’è tuttavia qui da rilevare un dato importante, perché Galimberti, per dissimulare il furto, non solo attorciglia e strozza il pensiero di Wolff, ma scrive decisamente il falso, inducendo così i lettori, nonché gli studenti di Ca’ Foscari, in un madornale errore.
Nella fattispecie, il cosiddetto “grande filosofo” ha scritto:
- “l’Antico Testamento non parla mai di una nefes di Jahvè”,
cioè per Galimberti, che va predicando su You tube che avrebbe “molto studiato la Bibbia”, nell’A.T. non si parla mai di “una nefes di Jahvè”, ma ciò è decisamente falso, innanzitutto perché il derubato Wolff ha scritto:
- “che ampi strati dell’Antico Testamento evitano di parlare di una nefeš di Jahvè”,
quindi, il biblista tedesco, copiato da Galimberti, non ha scritto che nell’A.T. non si parla mai di “una nefes di Jahvè”, ma piuttosto che in tanta parte di esso si evita di “parlare di una nefeš di Jahvè”, che è quindi una cosa ben diversa.
Inoltre, Wolff precisa che
- “nefeš nel Vecchio Testamento viene riferito a Dio nel tre per cento scarso dei passi” [Antropologia dell’Antico Testamento, p. 40],
per cui quanto scritto da Galimberti non solo è scientificamente falso e scorretto, ma appare altresì come un’autentica asineria.

11. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Infine, se mai ancora ci fossero dubbi, la nefes è tanto poco anima che muore col corpo, come ci dice Sansone sul punto di demolire le colonne della casa dei Filistei: “Muoia la mia nefes con tutti i Fili¬stei” (Giudici, 15, 30).
11. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 38-36:
[…] il morire è una cosa che riguarda la nefeš. Per¬ questo Sansone, sul punto di demolire le colonne della casa dei Filistei dice (Giud. 16,30):

Muoia io con tutti i Filistei!

Dove il pronome «io» è espresso ancora una volta con: «la mia nefeš».
l) plagio e manipolazione alla galimbertese.

12. Galimberti, Il corpo, p. 59:
E solo pensando la nefes come “vi¬ta” e non come “anima” si comprende l’espressione nefes met, che non sta a indicare un’anima morta, ma un cor¬po privo di vita, un cadavere, a cui, ad esempio, un nazi¬reo, per tutto il tempo della sua consacrazione, non do¬veva accostarsi.
19. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 34:
Il concetto di nefeš, usato in questo senso si è ormai distinto dal concetto di vita; l’accento si è spostato sulla singola persona in quanto tale; in questo modo diventa comprensibile la espressione nefeš , che ricorre in Nu. 6,6. Essa non sta ad indicare un’anima morta, e nem¬meno una vita uccisa, ma appunto una persona deceduta, un indivi¬duo morto, un cadavere; un Nazireo, lungo tutto il tempo della sua consacrazione non deve accostarsi ad esso. E’ degno di attenzione il fatto che in singoli passi, nefeš , anche senza essere accompagnato dalla espressione met (morto) indica ugualmente il cadavere di una persona umana (Nu. 5,2; 6,11; cfr. Nu. 19,11.13).
m) plagio e manipolazione alla galimbertese.

13. Galimberti, Il corpo, p. 59:
[…] ma carne (sarx), intesa come simbolo di caducità e di impotenza dell’uomo rispetto alla potenza (ruah) di Dio.
13. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 48-49:
[…] ruaḥ in quanto onnipotenza divina si contrappone a bâśâr in quanto debolez¬za umana.

14. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Per l’uomo dell’Antico Testamento, infatti, la carne è positiva o negativa a seconda della sua fedeltà o infedeltà all'alleanza con Dio. È questo il rapporto che decide il senso della carne, e una conferma ce la offre il significato altamente positivo che bâsâr acqui¬sta nella promessa dove si dice: “Allontanerò dal loro petto il cuore di pietra, e darò loro un cuore di bâsâr” (Ezechiele, 11, 19).
14. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 42-45:
[…] bâśâr […] l’organo maschile. […] c’è da osservare che questo pregnante uso eufemistico di bâśâr non sbocca in senso positivo a rappresentare la forza generativa, bensì serve solo a chiarire l’infedeltà e l’impurità […].
Se bâśâr sottolinea la speciale affinità di tutti i viventi, allora di qui diventa comprensibile il significato meravigliosamente positivo che bâśâr acquista nella promessa di Ez. 11,19b (36,26b)

Io allontanerò dal loro corpo (bâśâr) il cuore di pietra
e darò loro un cuore di bâśâr (cioè un cuore di carne).

n) plagio e manipolazione alla galimbertese per dissimulare i furti.
Si fa notare che Galimberti usa grafie scorrette dei termini biblici, e dà così segno di non saper neppure copiare alla lettera le parole da Wolff, difatti, per esempio, laddove il biblista tedesco scrive:
- “bâśâr”,
passando per le mani di Galimberti si amputa in
- “bâsâr”.

15. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Come nefes designa il carattere indigente e bisognoso della vita umana, così bâsâr designa il carattere caduco e impotente che caratterizza questa vita quando diventa solo umana perché rompe la sua alleanza con la potenza (ruah) di Dio.
15. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 38-45:
Qui la nefeš è l’io stesso della vita […] nefeš indica dunque soprattutto l’uomo nella sua indigenza […] l’uomo bisognoso […]. Bâśâr caratterizza altrimenti la vita umana in generale in quanto debole e caduca in se stessa.
o) plagio e manipolazione alla galimbertese.

16. Galimberti, Il corpo, p. 59:
Le esperienze veterotestamentarie che fan¬no esplicito riferimento alla debolezza della carne non si riferiscono quindi alla caducità di una componente umana, la carne appunto, ma alla debolezza dell’uomo che tutto intero si erge nella sua solitudine, rompendo ogni rapporto con Dio: “Maledetto l’uomo che confida negli uomini, e fa di bâsâr il suo braccio. Benedetto l’uo¬mo che confida in Dio” (Geremia, 17, 5-7).
16. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 46:
Perciò mai bâśâr vien detto di Dio; al contrario molto spesso bâśâr sta come qualcosa di tipicamente umano in contrasto al Dio di Israele. Ger. 17,5.7 pone in antitesi:

Maledetto l’uomo che confida negli uomini
e fa di bâśâr il suo braccio...
Benedetto l’uomo che confida in Dio.

[…] In questi casi bâśâr descrive sempre la limitata e insufficiente potenza umana, contrapposta alla superiore potenza di Dio, la sola degna di fede.
p) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È doveroso far notare qui che questo passo Galimberti l’ha riportato ne Il corpo da p. 90 di Psichiatria e fenomenologia [v. Ezio Mauro e l’asinus in cathedra], inserendo però un notevole “scatto di novità”, ideato forse per adattare il passo al nuovo contenitore?, chissà, sta però il fatto che laddove ne Il corpo si legge:
- “Le esperienze veterotestamentarie che fan¬no esplicito riferimento”,
in Psichiatria e fenomenologia sta scritto invece:
- “Le espressioni vetero¬testamentarie che fanno esplicito riferimento”.
E a chiunque è evidente che “espressioni” ed “esperienze” non sono per niente dei sinonimi, ma per Galimberti, ormai si sa, tutto fa brodo.

17. Galimberti, Il corpo, pp. 59-60:
La caducità e l’impotenza di bâsâr sono quindi la ca¬ducità e l’impotenza dell’uomo che si isola da Dio per fi¬darsi delle sole sue forze. Ma questa separazione, che è poi la rottura dell’alleanza, è l’essenza del peccato, e così l’idea di peccato incomincia ad associarsi a quella della carne, non perché la carne è cattiva come si pensava nel mondo greco, ma perché la tradizione veterotestamenta¬ria aveva fatto della carne il simbolo della pretesa uma¬na all’autonomia e all’indipendenza da Dio. In questo senso, e solo in questo senso, Paolo di Tarso potrà dire: “Nella mia carne non abita il bene” (Lettera ai Romani, 7, 5, 18).
17. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 46-47:
In sé e per sé bâśâr è l’uomo in quanto caduco, […] davanti a Dio che è santo, l’uomo in quanto bâśâr non è solo un essere caduco, bensì anche un essere incline al peccato […]. Nello scritto sacerdotale il giudizio del diluvio si espan¬de su kol-bâśâr, poiché «ogni carne» come tale «aveva corrotto la sua via sulla terra» (Gen. 6,12). Perciò è anche «ogni carne», che porta il peso dei peccati davanti a Dio (Sal. 65,3 s.). […] all’interno dell’Antico Testamento bâśâr non significa soltan¬to la mancanza di forza della creatura mortale, bensí anche la sua debo¬lezza nella fedeltà e nell’obbedienza al volere di Dio. […] I testi di Qum¬ran, che parlano della «carne di colpa» […] conduce al riconoscimento paolino che «nella mia carne non abita il bene» (Rom. 7,5.18).
q) plagio e manipolazione alla galimbertese.

18. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Ma qui occorre notare che il leb conosce non perché sviluppa capacità razionali come la phrénes greca, ma perché si dispone all’ascolto. “Il leb intelligente e l’orec¬chio dei savi cercano il sapere” (Proverbi, 18, 15), dove l’accostamento cuore-orecchio lascia intendere che per l’Ebreo dell’Antico Testamento la conoscenza non è qual¬cosa che l’uomo può raggiungere con la ricerca della sua mente, ma qualcosa che ottiene in dono se col cuore si dispone all’ascolto.
18. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 68-69-68:
Questa piena conoscenza proviene da un ascolto attento. […]. Per la ragione che è in ricerca, «cuore» e «orecchie» vanno inscindibilmente unite (Prov. 18, 15):

il cuore intelligente e l’orecchio dei savi cercano il sapere.

[…] gli sia concesso un cuore disponibile all’ascolto (1 Re 3,9-12) ed è proprio nella sua disponibilità all’ascolto che il cuore è sapiente e giudizioso.
r) plagio e manipolazione alla galimbertese.

19. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Come tutti i concetti veterotestamentari dal significato specifi¬camente antropologico, anche il leb non è in sé buono, ma è buo¬no solo se si decide per Dio al punto che “chi confida nel proprio leb è uno stolto, / mentre colui che cammina nella sapienza sarà salvo” (Prov., 28, 26). Nella decisione si esprime la volontà come con-versione, come quel volgersi o rifiutarsi al Signore.
19. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 79-72-77-78-75:
[…] «cuore»; il concetto antropologico […] Bibbia […] vengono giudicati se essi abbiano o no il loro cuore completamente con Jahvè […]. In Prov. 28,26 […]:

chi confida nel suo cuore è uno stolto.
Ma colui che cammina nella sapienza sarà salvo.

[…] chiama ad una «conversione con tutto il vostro cuore» […] decisione della volontà […]. Poiché è nel cuore che si compie la decisione tra la seduzione e la fedeltà […].
s) plagio e manipolazione alla galimbertese.

20. Galimberti, Il corpo, p. 60:
Ebbene, anche la decisione della volontà avviene nel leb come ci mostra lo stolto del Salmo 14, 1 “che disse nel suo leb: Dio non c’è”. “Stol¬to” qui significa che ha voltato le spalle alla Sapienza, che ha chiuso l’orecchio alla sua Parola, che s’è fidato solo del suo leb, che ha dimenticato che “il leb dell’uomo determina la sua vita, / ma è il Signore che dirige i suoi passi” (Prov., 16, 9).
20. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 78-72-73-74:
[…] decisione della volontà […] l’empio pensa di trarre delle con¬clusioni del tutto ragionevoli quando in cuor suo dice: «Dio non c’è» (Sal. 14,1) […]. Prov. 16,9 descrive quali siano i limiti e quali il compimento di questi piani

il cuore dell’uomo determina la sua vita,
ma è il Signore che dirige i suoi passi.

t) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare qui che laddove per Wolff è “l’empio”, che “in cuor suo dice: «Dio non c’è»”, Galimberti lo trasmuta in “stol¬to”.

21. Galimberti, Il corpo, p. 61:
La dipendenza dal Signore è così sentita che Ezechie¬le (11, 19) riconosce che l’uomo da solo non può rinno¬vare il suo leb, e perciò a nome di Dio promette: “Allon¬tanerò dal loro petto il leb di pietra e darò loro un leb di :\ carne”. Leb di pietra è il leb morto, il leb che, avendo per¬so ogni recettività, rende tutte le altre membra incapaci di vivere. Il leb di carne è invece il leb vivo, disposto alla Sapienza e perciò capace di indurre a un agire nuovo.
21. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, p. 78:
Il profeta Ezechiele riconosce che l’uomo non ha capacità di rinno¬vare il proprio cuore ed egli a nome del suo Dio promette (l1,19; cfr. 36,26):

darò loro un altro cuore,
e metterò nel loro intimo un ruaḥ nuovo;
toglierò dal loro petto il leb di pietra,
e darò loro un leb di carne.

Cuore di pietra è il cuore morto (cfr. 1 Sam. 25,37), il cuore ha perso ogni recettività, e rende tutte le altre membra incapaci di funzio¬nate. Il cuore di carne è al contrario il cuore vivo, pieno di intelligenza, che è insieme capace di indurre ad un agire nuovo.
u) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Per esempio, al fine di dissimulare il plagio, laddove Wolff ha scritto:
- “il cuore vivo, pieno di intelligenza”,
il Galimberti l’ha trasmutato in
- “leb vivo, disposto alla Sapienza”.

22. Galimberti, Il corpo, p. 61:
[…] per la tradizione biblica non c’è un’anima naturalmente buona e un corpo naturalmente cattivo, perché le cose visibili e corporee sono creazione divina allo stesso modo di quelle invisibili […].
22. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 33-31:
[…] la distinzione non significa opposizione, nel senso che l’uomo interiore sia naturalmente buono e l’uomo esteriore sia naturalmente cattivo. […] Le cose visibili, corporee, sono creazione divina allo stes¬so modo delle cose invisibili.

23. Galimberti, Il corpo, p. 62:
[…] Dio, che, come supremo signifi¬cante, dispone in opposizione polare l’ordine dei signifi¬cati, separando il bene dal male, la vita dalla morte, la carne dallo spirito. In Dio si interrompe lo scambio sim¬bolico, non più la reversibilità dei doni, ma il dono sen¬za contro-dono, che è poi la forma e l’essenza del potere […].
23. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 143:
6. Dio è quello che mantiene separati il significante e il significato, il bene e il male, è quello che mantiene separati l’uomo e la donna, i vivi e i morti, il corpo e lo spirito, l’Altro e l’Identico, ecc. - più generalmente, è quello che mantiene lo scarto fra i poli di qualsiasi opposizione distintiva - e quindi anche tra inferiori e superiori, tra bianchi e negri. Quando la ragione si fa politica, quando cioè l’opposizione distintiva si risolve in potere e si sbilancia a vantaggio d’uno dei due termini, Dio è sempre da quella parte.
v) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare che Galimberti ha plagiato e manipolato quanto Baudrillard ha scritto in nota. Da vero parassita, sugge ogni umore che gli aggrada.

24. Galimberti, Il corpo, p. 62:
La vita ha la sua origine in Dio “il Vivente” (Deuteronomio, 5, 23) che l’ha partecipata all’uomo nel momento in cui “alitò nelle sue narici un soffio vitale (ruah)” (Genesi, 2, 7). La vita, e non solo dell’uomo ma anche dell’animale […].
24. Marranzini, Anima e corpo, p. 369:
[…] l’«anima» è segno della vita, sorgente ne è Dio col suo ruāh, forza creatrice dell’universo e trasformatrice dell’uomo. Questo è ruāh solo in quanto Dio glielo comunica. […]. Gn 2,7: «[…] soffiò nelle sue narici un alito di vita […]». [..] il respiro concesso da Dio agli uomini e agli animali […].
z) plagio e manipolazione alla galimbertese.

25. Galimberti, Il corpo, pp. 62-63:
Il rapporto vita, alleanza e ruah divina, che poi i Set¬tanta tradurranno con pneûma o spirito, deve essere te¬nuto presente come il primo polo di quella dialettica co¬smica che ha come sua antitesi la morte, il peccato e la carne.
25. Marranzini, Anima e corpo, p. 370:
Nel Nuovo Testamento il termine pneuma riprende i significati del ruāh veterotestamentario […]. Per Paolo lo pneuma, da lui adoperato 146 volte in antitesi a sarx indicante debolezza, e la mortalità, e la sua solidarietà col peccato […].

26. Galimberti, Il corpo, p. 63:
Per effetto di questi rapporti, la vita, in tutte le forme in cui si esprime, assume i toni del sacro, per cui non solo è vietato l’omicidio, compreso quello di Caino (Genesi, 4, 11-15), ma è vietato anche cibarsi della carne dell’animale prima che ne sia fatto uscire tutto il sangue, perché “la vita della carne è il sangue” (Levitico, 17, 11), sede della “nefes che respira” (Genesi, 9, 4), e mezzo per entrare in contatto con Dio nei sacrifici (Levitico, 17, 11-14). Chi dunque lede il corpo dell’uomo lede 1’immagine di Dio, perché il corpo dell’uomo è carne vivificata dalla sua ruah, per cui “il sangue versato grida a Lui dal¬la terra” (Genesi, 4, 10).
26. Wolff, Antropologia dell’Antico Testamento, pp. 86-87-30-87-86:
[…] il pensiero giuridico-sacrale riunisce tutti i misfatti di sangue, commessi sia nell’ambito cultico-rituale sia nell’ambito sociale. […] sangue, […] la vita dell’assassinato è uscita, e che grida vendetta […]. In ogni caso gustare del sangue mentre si mangia la carne è proibito […] stretta connessione la nefeš come vita, con il sangue[…] Lev. 17,11 […]:

la nefeš della carne risiede nel sangue.

[…]. Il versamento del sangue umano viene particolar¬mente messo in risalto come delitto contro l’«immagine di Dio». […] il sangue versato ed esposto fa salire il suo grido dalla terra (Gen. 4,10).
aa) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Galimberti dà qui un’altra stupefacente prova delle sue doti di acrobatismo plagiatorio. Le frasette strappate a Wolff sono sparse ancora qua e là, a iterare sempre gli stessi concetti farciti coi suoi cervellotici “scatti di novità”, ma la carne (bâśâr) nonché il respiro (nefeš) appartengono al biblista tedesco. Al ciarlosofo vanno attribuite soltanto le esalazioni del suo pensiero-mastice, tossico e inquinante.

27. Galimberti, Il corpo, p. 64:
[…] perché l’onnipotenza di Dio non può accettare il contro-dono dell’uomo e perciò manda suo figlio che è uno con Lui. “L’anima mia è triste fino alla morte, restate qui e vigilate” (Marco, 14, 34). A diffe¬renza di Socrate, Gesù ha paura. Non degli uomini che lo uccideranno, né dei dolori che precederanno la morte, Gesù ha paura della morte in sé, la nemica di Dio.
27. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 21-22-23:
Gli evangeli sinottici sono concordi fra loro, grosso modo, su ciò che riguarda l’evento del Getse¬mani. Gesù comincia a «tremare e a essere preso dal¬l’angoscia», scrive Marco (14,34). «La mia anima è afflitta fino alla morte», dice ai suoi discepoli. Gesù […]. Ha paura […] non degli uomini che lo uccidono né dei dolori che precedono la morte, ma ha paura della morte in sé. […] la nemica di Dio, […].

28. Galimberti, Il corpo, p. 64:
È per¬fettamente inutile voler eliminare dal racconto evangeli¬co, con interpretazioni artificiose, questa paura di Gesù.
28. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 22:
È perfetta¬mente inutile voler eliminare dal racconto evangeli¬co, con interpretazioni artificiose, questa paura di Ge¬sù.

29. Galimberti, Il corpo, p. 64:
I nemici del cristianesimo, che già nell’antichità sottoli¬neavano il contrasto tra la morte di Gesù e quella di So¬crate, qui hanno visto meglio dei commentatori cristia¬ni. Gesù trema davvero dinanzi alla grande nemica di Dio e non ha nulla della serenità di Socrate che con cal¬ma va incontro alla “grande amica”.
29. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 22:
I nemici del cristianesimo, che già nell’antichità ri¬velavano il contrasto fra la morte di Socrate e quella di Gesù, hanno visto qui meglio dei commentatori cri¬stiani. Gesù trema davvero dinanzi alla grande nemica di Dio. Non ha nulla della serenità di Socrate che con calma va incontro alla morte, la grande amica.

 


30. Galimberti, Il corpo, p. 64:
“Abba! Padre, tutto ti è possibile, allontana da me que¬sto calice” (Marco, 14, 36). E il calice della morte con cui non è possibile “fare libagioni”. (n. 4) Se veramente la morte è nemica di Dio, bere quel calice significa separarsi da Dio, non essere più nelle sue mani, ma in quelle della sua grande nemica; perciò l’urlo dalla croce: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Marco, 15, 34).
30. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 22-23-24:
Ma ora che il nemico di Dio è dinanzi a lui, egli implora il Padre, di cui conosce l’onnipoten¬za: «Tutto è possibile a te, fa che questo calice si al-lontani da me» (Mc. 14,36). […] rientra per così dire nella natura stessa della morte ch’essa lo separi da Dio. Mentre è nelle sue mani, non è più nel le mani di Dio, ma della sua nemica. […] grida con le paro¬le del salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban¬donato?» […].

31. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Incapace di soste¬nere questa solitudine nel Getsemani, Gesù non cerca so¬lo la presenza di Dio, ma anche quella dei discepoli. Con¬tinuamente interrompe la sua preghiera per raggiungerli e vederli nel sonno.
31. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 23:
In quel momento, poi, egli non cerca soltanto l’esistenza di Dio, ma anche quella dei discepoli. Continuamente egli interrompe la sua pre¬ghiera e raggiunge i suoi discepoli più cari, che cercano di lottare contro il sonno […] ma non ci riescono […].

32. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Vuole sentirsi circondato dalla vita, e se non può far conto sulla sua, almeno su quella dei disce¬poli. “Non potete vegliare un’ora con me?” (Marco, 14, 37).
32. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 23:
Vuole sentirsi cir¬condato dalla vita, dalla vita che è nei discepoli: «Non potete vegliare un’ora con me? ».

33. Galimberti, Il corpo, p. 64:
Poi la scena della morte. Con calma Socrate beve la cicuta, mentre Gesù emette un grido inarticolato (Mar¬co, 15, 37), una lacerazione. Non più la morte “amica dell’anima”, ma la morte in tutto il suo orrore.
33. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 24:
Poi, la stessa scena della morte. Con calma sovrana Socrate beve la cicuta; Gesù, […] muore emettendo un alto grido inartico¬lato (Mc. 25,37). Non è più la morte amica dell’uomo, ma la morte in tutto il suo orrore.

34. Galimberti, Il corpo, pp. 64-65:
Qui si apre l’abisso tra il pensiero greco da un lato e la tradizione giudaico-cristiana dall’altro, tra la dottrina dell’im¬mortalità dell’anima e la fede nella resurrezione dei cor¬pi.
¬34. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 24-25:
Qui si apre l’abisso fra il pensiero greco da un la¬to, e la fede giudaica e cristiana dall’altro […] la differenza radicale fra la dottrina greca dell’immor¬talità dell’anima e la fede cristiana nella risurrezione. […].

35. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Questa fede è possibile solo là dove la morte, e non il corpo, è concepita come nemica di Dio, per cui non si dà salvezza senza una vittoria sulla morte. Questa vittoria Gesù non può riportarla continuando semplicemente a vivere come anima immortale, quindi, in fondo senza morire.
¬35. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, pp. 25-26:
Là ove la morte viene concepita come la nemica di Dio, non può esservi «immortalità» senza un’opera ontica del Cristo, senza una storia della salvezza, di cui la vittoria sulla morte è centro e fine. Quella vittoria, Gesù non può riportarla sempli¬cemente continuando a vivere come anima immortale, quindi in fondo senza morire.

36. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Egli può vincere la morte solo morendo davvero. Scendendo agli inferi, […].
¬36. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 26:
Egli non può vincere la Morte che morendo davvero, entrando nel regno stes¬so della Morte […].

37. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Ma è un attimo, un attimo mitico. Il cristianesimo si attesterà sulla resurrezione, sulla vittoria della vita sulla morte, in quella rinnovata opposizione che fa della vita un valore assoluto e della morte la sua negazione [...].
¬37. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 27:
[…] il pensiero del Nuo¬vo Testamento siano dominati dalla fede nella risur¬rezione. […] L’im-mortalità è in fondo un concetto negativo: l’anima non muore (continua semplicemente a vivere). La risurrezione, invece, è un concetto positivo […].

38. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Solo così si può comprendere la parola di Paolo che è in tutto coe¬rente alla tradizione veterotestamentaria: “La morte è sta¬ta distrutta. Dov’è morte la tua vittoria? Dov’è morte il tuo pungiglione?” (Prima lettera ai Corinti, 15, 34).
¬38. Cullmann, Immortalità dell’anima o resurrezione dei corpi?, p. 28:
Chi non ha provato l’orrore della morte, non può cantare insieme con Paolo l’inno della vittoria: «La morte è stata distrutta: vittoria! Dov’è mor¬te, la tua vittoria? Dov’è, morte, il tuo pungiglione? (Cor. 15,54 s.).

39. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Parallelamente alla segregazione della morte, si svi¬luppa il concetto di immortalità, che è una specie di equivalente generale dove i sacrifici di questa vita vengo¬no compensati nell’altra, in quell’economia della salvezza che sembra ricalcata sull’economia politica, tanto è radi¬cato in entrambe il concetto di “valore”, che risulta dall’accumulo di ciò che è stato sottratto allo scambio simbolico.
39. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 140-142:
Parallelamente alla segregazione dei mor¬ti, si sviluppa il concetto d’immortalità […]. L’immortalità non è che una specie di equivalente generale […] l’esigenza del sacrificio di questa vita e il riscatto della ricompensa nell’altra […] processo d’accumu¬lazione dell’economia politica […] rottura dello scambio simbolico […].

40. Galimberti, Il corpo, p. 65:
[…] nel Libro di Giobbe dove tra¬spaiono i primi dubbi circa la corrispondenza esatta tra fedeltà e fortuna da un lato ed empietà e sfortuna dall’al¬tro.
40. Barbaglio, Risurrezione e immortalità, p. 122:
[…] in tutto il libro di Giobbe che l’antica credenza nella corrispondenza esatta su questa terra di fedeltà e fortuna e di empietà e sfortuna non si sostiene più.

41. Galimberti, Il corpo, p. 65:
Inter¬rompendo lo scambio tra la vita e la morte, che è poi l’operazione stessa del simbolico, il potere di Dio, e di quanti in nome suo lo esercitano, può esprimersi nel controllo tra le due rive; un controllo che non la nega¬zione dell’ateo, ma la reversibilità simbolica può sman¬tellare, restituendo la vita alla morte.
41. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 143:
[…] la prima separazione è quella della vita e della morte. Quando si dice che il potere “tiene la barra”, non è una metafora: esso è questa barra tra la vita e la morte, questo de¬creto che interrompe lo scambio della vita e della morte, questo pedag¬gio e questo controllo tra le due rive […]. La vita restituita alla morte, è l’operazione stessa del simbolico.
bb) plagio e manipolazione alla galimbertese.

42. Galimberti, Il corpo, pp. 65-66:
La realtà della vita, riproposta nella rinascita del battesimo e riaffermata nell’evento della resurrezione, deri¬va dalla sua disgiunzione dalla morte. ¬
42. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
L'atto iniziatico è l’inverso del nostro principio di realtà. Esso mo¬stra che la realtà della nascita proviene esclusivamente dalla separazione della nascita e della morte. Che la realtà della stessa vita deriva solo dalla disgiunzione della vita e della morte.
cc) plagio e manipolazione alla galimbertese.

43. Galimberti, Il corpo, p. 66:
Il suo valore non è dunque una realtà, ma un effetto strutturale derivante dall’opposizione dei due termini […].
43. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
L’effetto di realtà non è quindi ovunque che l’effetto strutturale di disgiunzione tra due termini […].

44. Galimberti, Il corpo, p. 66:
Il simbolico è ciò che mette fine a questo codice della disgiunzione, per la semplice ragione che nell’operazione simbolica i due termini perdono lo spessore della loro realtà, non essendo questo se non l’immaginario dell’altro termine.
44. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
Il simbolico è ciò che mette fine a questo codice della disgiunzione […]. Nell’operazione simbolica, i due termini per¬dono il loro principio di realtà. Ma questo principio di realtà non è mai che l’immaginario dell’altro termine.
dd) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa rilevare qui l’allucinante “scatto di novità” ideato dal “filosofo grandissimo” per camuffare la rapina al francese, per cui, dove Baudrillard ha scritto:
- “i due termini per¬dono il loro principio di realtà”,
l’impostore Galimberti l’ha trasmutato in
- “i due termini perdono lo spessore della loro realtà”,
ma è così evidente che l’argomentazione del francese ne esce stravolta e sfigurata, inquinando altresì la mente di chi legge di cervelloticherie.

45. Galimberti, Il corpo, p. 66:
La morte, infatti, non è l’opposto della vita, ma un suo aspetto […]. L’opposizione è una nostra costruzione, e il fantasma della morte è il prezzo che paghiamo per vivere la vita co¬me valore assoluto.
45. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
La morte è un aspetto della vita. […] Ogni termine della disgiunzione esclude l’altro […]. Lo stesso vale per la vita e per la morte nel sistema nel quale ci troviamo: il prezzo che paghiamo per la “realtà” di questa vita, per vi¬verla come valore positivo, è il fantasma continuo della morte.
ee) plagio e manipolazione alla galimbertese.

46. Galimberti, Il corpo, p. 66:
I primitivi non si concedevano a que¬sta opposizione, non perché erano “animisti” come noi oggi li definiamo, ma perché, nel loro pensiero simbolico, non privilegiavano né l’uno né l’altro termine, perché semplicemente non facevano questa distinzione.
46. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 146:
In opposizione a questo, i primitivi non sono caduti, come si suol dire, nell’“animi¬smo”, cioè nell’idealismo del vivente, nella magia irrazionale delle forze: essi non privile¬giano né l’uno né l’altro termine, per la ragione che non fanno semplicemente questa distinzione.

47. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Cresciuto sul motivo della sopravvivenza della vita e sulla separazione del mondo terreno da quel¬lo celeste, (n. 5) il cristianesimo vigila gelosamente su questa distanza che, se sparisse, determinerebbe la fine della sua presenza storica.
47. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
La Chiesa s’è istituita d’un tratto sulla separazione della sopravvivenza dalla vita, del mondo terreno dal Regno dei Cieli. Essa la vigila gelosamente, perché se questa distanza sparisse, sarebbe la fine del suo potere.
ff) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Si fa notare la depistante nota n. 5, con cui Galimberti rinvia a:
- “Agostino di Tagaste, De civitate Dei (413-426); tr. it. La città di Dio. Rusconi, Milano 1984.”,
che non c’entra niente, dunque è un deliberato imbroglio.
E poi il cervellotico “scatto di novità” architettato dal ciarlosofo per camuffare il furto a Baudrillard. Difatti, laddove il francese ha scritto:
- “se questa distanza sparisse, sarebbe la fine del suo potere.”
L’impostore l’ha trasmutato in
- “distanza che, se sparisse, determinerebbe la fine della sua presenza storica.”
Ora, “potere” e “presenza storica” rinviano a due concetti ben diversi, perché si può avere presenza storica, senza tuttavia avere alcun potere.
Ma forse queste distinzioni comportano ragionamenti troppo complicati per un ladrone e rabberciatore delle idee altrui, qual è Galimberti.

48. Galimberti, Il corpo, p. 67:
E una fede, quella dell’eternità differita, che il cristia¬nesimo ha faticato a imporre. Lo stesso Paolo, all’inizio della sua predicazione, condivideva la credenza, diffusa nei primi cristiani, circa la realizzazione immediata del regno dei cieli […].
48. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
La Chiesa vive dell’eternità differita […] ma ha fatto fatica ad imporla. Tutto il cristia¬nesimo primitivo, e più tardi il cristianesimo popolare, messianico ed ere¬tico vive della speranza della parusia, dell’esigenza della realizzazione immediata del Regno dei Cieli.
gg) plagio e manipolazione alla galimbertese.

49. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Caduta la speranza di una risoluzione pura e sempli¬ce della morte attraverso l’assunzione immediata in cie¬lo, il cristianesimo pose l’eternità differita a fondamento della sua economia politica della salvezza individuale, mediante accumulo di opere di bene con relativo bilan¬cio finale e sue equivalenze.
49. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 159:
[…] la loro visione implica la risoluzione pura e semplice della morte nella volontà collettiva di un’eternità immediata […]. Contro l’abbagliamento terreno delle comunità, la Chiesa impone una economia politica della salvezza individuale. […] mediante l’accumulazione delle opere e dei meriti […] con il suo bilancio finale e le sue equivalenze.
hh) plagio e manipolazione alla galimbertese, dalle cui mani il pensiero di Baudrillard ne esce falcidiato e stravolto.

50. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Ma proprio qui dove si in¬terrompe la scambio simbolico e si dà inizio al processo di accumulazione, la morte, da “grande nemica”, diventa la grande alleata del “Vivente”, il cui regno passa vera¬mente al di là della morte, davanti alla quale ognuno si trova solo.
50. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, pp. 159-160:
È allora, come sempre quando appare; un processo d’accumulazione, che la morte sorge veramente all’orizzonte della vita. È allora che il Regno passa veramente dall’altra parte della morte - davanti alla quale ognuno si ritrova solo.
ii) plagio e manipolazione alla galimbertese.

51. Galimberti, Il corpo, p. 67:
Se il cristianesimo si trascina dietro un fascio di sof¬ferenza, di solitudine e di mortificazione è perché nell’economia della salvezza la santificazione si ottiene col sacrificio del corpo che sarà valutato nel giorno della sua morte.
51. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 160:
Se il cristianesimo si trascina dietro un fascino della sofferenza, della solitudine e della mor¬te, è nella misura stessa della sua universalità, che implica la distruzione delle comunità arcaiche.
ii) plagio e manipolazione alla galimbertese.
È chiaro che dalla ciarlosofica contraffazione di Galimberti, il pensiero di Baudrillard ne esce alticcio e sfigurato.
Si fa notare, per esempio, il vertiginoso “scatto di novità” partorito dalla turpe e abissale mente dell’impostore, difatti, laddove il francese ha scritto:
- “un fascino della sofferenza, della solitudine e della mor¬te”,
il parassita Galimberti l’ha trasmutato in
- “fascio di sof¬ferenza, di solitudine e di mortificazione”.
Ora, benché “fascio” sia un tralcio della stessa radice da cui deriva pure “fascino”, tuttavia, nella fattispecie, dicono cose ben diverse, in quanto, per il francese,
- “Se il cristianesimo si trascina dietro un fascino della sofferenza […]”,
fascino è da intendersi come attrazione per la sofferenza ecc.
Mentre Galimberti, modificandolo in
- “Se il cristianesimo si trascina dietro un fascio di sof¬ferenza”,
induce a intendere fascio come quantità di sofferenza ecc., perché siffatta modifica è funzionale alla sua “economia della salvezza”, cosa che tuttavia non gli è riuscito, perché è ormai a tutti evidente che Galimberti è un vile impostore e merita perciò di essere condannato senza appello.

52. Galimberti, Il corpo, pp. 67-68:
Negata come grande mietitrice, la morte ri¬compare nel cristianesimo in un modo più terribile, co¬me soglia del giudizio; un giudizio che, quotidianamente anticipato nel corso della vita, non consente a questa di esprimersi se non come angoscia di morte.
52. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 160:
La sua scomparsa nell’immaginario non è che il segno della sua inte-riorizzazione psicologica, quando la morte cessa d’essere la grande mietitrice per diventare l’angoscia della morte.
ll) plagio e manipolazione alla galimbertese.

53. Galimberti, Il corpo, p. 68:
[…] la morte diventa l’equi¬valente generale […].
53. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 161:
Perché l’equivalente generale è la morte.

54. Galimberti, Il corpo, p. 68:
A questo proposito non sono rimedi quelli proposti dall’ateismo scientifico e da quello sociologico, che ten¬dono all’occultamento della morte, sostituendo al fan¬tasma ultraterreno quello del progresso e della libera¬zione.
54. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 161:
Contraddizione del capitalismo? No, il comunismo è in questo soli¬dale con l’economia politica, dato che anch’esso mira all’abolizione della morte, secondo il medesimo fantasma di progresso e di liberazione […]
mm) plagio e manipolazione alla galimbertese.

55. Galimberti, Il corpo, p. 68:
Non ci si libera infatti del valore esorcizzando la morte, perché quando si sopprime l’ambivalenza, quan¬do si interrompe la reversibilità simbolica, si entra nel¬la logica dell’accumulazione della vita come valore, e quindi nel processo equivalente della produzione della morte.
55. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
Nessun’altra cultura conosce questo vicolo cieco: quando cessa l’am-bivalenza della vita e della morte, quando cessa la reversibilità simbolica della morte, si entra in un processo di accumulazione della vita come va¬lore - ma allo stesso tempo si entra anche nel campo della produzione equivalente della morte.
nn) plagio e manipolazione alla galimbertese.

56. Galimberti, Il corpo, p. 68:
Forse per questo la metafisica dell’Occidente, cresciuta su quella logica disgiuntiva che è nata dal dis¬solvimento della reversibilità simbolica, è percorsa, a partire dal platonismo e dal cristianesimo fino all’o¬dierno concetto psicoanalitico di “pulsione di morte”, dal lavoro del lutto.
56. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, p. 162:
È questo lavoro del lutto che alimenta la metafisica occidentale della morte a partire dal cristianesimo, e fino nel concetto metafisico di pulsione di morte.
oo) plagio e manipolazione alla galimbertese.

 

Conclusioni


Da quanto su documentato risulta che il cap. 3. La religione biblica e il sacrificio del corpo nell’economia della salvezza, de Il corpo, è fabbricato per circa l’80% con plagi e manipolazioni, mentre il resto, incluse tutte le citazioni, sono comunque cose spigolate dal ladrone nei campi degli autori plagiati, e poi adulterate alla galimbertese, quindi un altro dei deliberati imbrogli dell’impostore.
Di Galimberti, quindi, non c’è in pratica niente, perché ciò che dalle sue pagine esala è sempre il solito puzzo del suo pensiero-mastice.

Vincenzo Altieri pubblicato il 29.06.2017

Letto 59 volte Ultima modifica il Domenica, 02 Luglio 2017 13:35

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