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Martedì, 23 Agosto 2016 06:26

Diniego plagi di Umberto Galimberti a Stanley Cohen In evidenza

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Diniego Umberto Galimberti

 

Frode di Galimberti a lettrici/lettori de La Repubblica.

Il libro saccheggiato è
- Stati di negazione di Stanley Cohen, Carocci editore, Roma 2002.

Coi plagi al libro succitato, Galimberti ha fabbricato l’articolo:
- Non mi piace e non lo vedo di U. Galimberti La Repubblica 05 settembre 2002.
E poi, com’è malcostume del ladrone, una volta che si è appropriato del pensiero altrui, lo spaccia come suo, riportandolo in varie misure e forme in seguenti libri-frode e articoli, come provano pure quelli scritti da Galimberti negli ultimi 20anni per La Repubblica e La Repubblica delle Donne.

In chiusa all’Introduzione de I vizi capitali e i nuovi vizi di U. Galimberti, Feltrinelli, prima edizione aprile 2003, il cosiddetto autore ha scritto:
«Per questo libro devo due ringraziamenti: uno a Ezio Mauro, direttore di “Repubblica”, che nell’estate del 2001 mi ha spinto a scrivere i “vizi capitali” per offrire al lettore qualche riflessione sull’indole morale di ciascuno di noi; l’altro a Paolo Mauri, responsabile delle pagine culturali di “Repubblica”, che nell’estate del 2002 ha avuto la bella idea di promuovere una ricerca sui “nuovi vizi”, per consentire, a chi lo volesse, di avere una mag¬giore consapevolezza di quali disagi soffre la società in cui viviamo».

Dunque, il primo “stimolatore” fu Ezio Mauro, che punse il cervellone di Galimberti, per indurlo così «a scrivere i “vizi capitali” per offrire al lettore qualche riflessione sull’indole morale di ciascuno di noi», e quindi anche sulla sua “indole morale”, perché, com’è ormai notorio, il filosofo di nome ha il “vizietto”, come lo definì graziosamente il magister Severino, di farsi “prendere dalla libido dell’appropriazione”,[1] pertanto, quand’è in preda alla fregola, non sa frenarsi e “stupra” avidamente i corpora altrui, facendo orgette e kamasutra con la “bella scrittura” razziata.
Dunque, a rigore, ciò che alimenta l’“indole morale”, ovvero amorale, di Galimberti è innanzitutto la furiosa smania di possesso, una vorace avidità, e perciò uno dei “vizi capitali” che gli corrisponde è l’“Avarizia”, vizio su cui Galimberti ha “offerto al lettore qualche riflessione”.
Tuttavia, ci tocca rilevare che pure il cap. 5 Avarizia, de I vizi capitali e i nuovi vizi, Galimberti l’ha fabbricato a plagi, cioè, pure nella fattispecie, si è lasciato “prendere dalla libido dell’appropriazione”, e il corpus “stuprato” è La filosofia del denaro di Georg Simmel.
Nell’Indice degli autori de I vizi capitali e i nuovi vizi non c’è traccia di Georg Simmel, e neppure nella citata bibliografia.
Ciò sta a indicare che Galimberti, benché “spinto” da Ezio Mauro, ha poi deliberatamente ingannato lettrici e lettori, perché li ha indotti a credere che si sarebbe per mesi sfiancato sulle sudate carte «per offrire al lettore qualche riflessione sull’indole morale di ciascuno di noi», e quindi anche sul “vizio capitale” denominato “Avarizia”, ma ciò è falso, e Galimberti un impostore che ha mentito con evidente e turpe “spudoratezza”, perché le “riflessioni offerte al lettore” non sono sue, ma derubate al filosofo Georg Simmel.

Un secondo ringraziamento Galimberti l’ha indirizzato a «Paolo Mauri, responsabile delle pagine culturali di “Repubblica”», il quale, in un solare e raggiante pomeriggio «estivo del 2002 ha avuto la bella idea di promuovere una ricerca sui “nuovi vizi”», e quindi affidò l’ardua e spinosa ricerca alla “grande firma”, e Galimberti subito si mise all’opera, scandagliando pieghe, anfratti e recessi dell’anima nell’“età della tecnica”, e portando infine alle luci della ribalta altri sette “nuovi vizi”, così da «consentire, a chi lo volesse, di avere una maggiore consapevolezza di quali disagi soffre la società in cui viviamo». E tra questi “nuovi vizi”, per Galimberti c’è pure il “diniego”.
Tuttavia, ci tocca rilevare che pure il cap. 13 Diniego, de I vizi capitali e i nuovi vizi, Galimberti l’ha fabbricato a plagi, cioè, pure nella fattispecie, si è lasciato “prendere dalla libido dell’appropriazione”, e il corpus “stuprato” è Stati di negazione di Stanley Cohen.
Si fa altresì notare, che l’articolo Non mi piace e non lo vedo, pubblicato su La Repubblica il 05 settembre 2002, e assemblato a plagi, Galimberti l’ha poi riusato per fabbricare il cap. 13 Diniego, de I vizi capitali e i nuovi vizi, e per ingrassare il “nuovo vizio”, il ladrone è ritornato sul luogo del delitto, spigolando altre frasette in Stati di negazione di Stanley Cohen.
Dunque, I vizi capitali e i nuovi vizi è un altro libro-frode di Galimberti.


Plagi di Umberto Galimberti a Stanley Cohen


1. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Basta prestare attenzione ad alcune espressioni o frasi comuni quali: “chiudere un occhio”, “distogliere lo sguardo”, “guardare dall’altra parte”, “mettere la testa sotto la sabbia”, “non sollevare la polvere”, “fare lo struzzo”, “lavare i panni sporchi in casa propria”, “dire una mezza verità”, […].
1. Stanley Cohen, Stati di negazione, pp. 23-24:
Consideriamo queste espressioni o frasi comuni: Chiudere un occhio, Seppellire la testa nella sabbia […], Una mezza verità, Non sollevare polvere, Distogliere lo sguardo, Ha guardato dall’altra parte, Fare lo struzzo, I panni sporchi si lavano in casa […].

2. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Sull’argomento c’è oggi un libro bellissimo che ha per titolo Stati di negazione di Stanley Cohen […]. L’autore ricorda che negli anni ‘50, quando a dodici anni viveva a Johannesburg in Sudafrica, una notte d’inverno, mentre scivolava nel suo letto iperriscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto fosse fuori al freddo strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato.”
a) Il brano succitato è stato manipolato da Galimberti, che ha stravolto i ricordi di Stanley Cohen, copiando frasi da contesti diversi, e fabbricando così una versione dei ricordi del sociologo cervellotica e fasulla.
E nel riportare questo brano ne I vizi capitali e i nuovi vizi, il filosofo di nome vi ha soggiunto altre manipolazioni.
Diamo ora di seguito prova degli imbrogli di Galimberti, esaminando in dettaglio la sua impostura. Su La Repubblica ha scritto:
- «[…] quando a dodici anni viveva a Johannesburg in Sudafrica, una notte d’inverno, mentre scivolava nel suo letto iperriscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto fosse fuori al freddo strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato».
A fronte di ciò, viene subito da chiedersi: il piccolo Stanley, quella notte mentre “scivolava nel suo letto” caldo, come faceva a sapere che fuori della sua casa c’era “un nero adulto al freddo”, il quale si sfregava le mani per riscaldarsi?
Il riassunto di Galimberti non dà però risposte, perché ha rabberciato alla galimbertese il racconto di Cohen, e l’ha così reso lacunoso e quindi assurdo, difatti, perché il piccolo Stanley potesse “prendere a riflettere” sul fatto che lui stesse dentro al caldo e l’altro fuori al freddo, occorreva che avesse prima visto il nero adulto fuori di casa sua che si “strofinava le mani per riscaldarsi”, altrimenti i ricordi di Cohen non si rifarebbero a qualcosa di reale, ma d’immaginato, magari indotto dallo stato di apartheid vigente in quel tempo in Sudafrica.
Dunque, dal riassunto di Galimberti pubblicato su La Repubblica non si capisce se il nero adulto che sta fuori al freddo sia reale oppure frutto della fantasia del piccolo e “ipersensibile” Stanley.
E quando fu il momento di riportare la recensione plagiata nel formato libro-frode, di questa marchiana incongruenza si accorse anche la mente abissale di Galimberti, che certo sobbalzò per la sorpresa, mettendo subito poi in moto il suo cervellone perché ideasse una pezza adatta alla bisogna, ma la pezza nuova sul vestito vecchio provocò tuttavia altri e più disastrosi strappi ai ricordi di Cohen, difatti, ne I vizi capitali e i nuovi vizi, pp. 108-109, il filosofo di nome ha scritto:
- […] quando a dodici anni viveva a Johannesburg in Sudafrica, una notte d’inverno, mentre scivolava nel suo letto riscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto (al seguito della sua famiglia che era in trasferimento per il lavoro del padre) fosse fuori al freddo, strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato.
In questa nuova versione, il lettore è chiamato da Galimberti a dedurre che Stanley conosca il “nero adulto”, perché sarebbe “al seguito della sua famiglia che era in trasferimento per il lavoro del padre”, pertanto il “nero adulto” sarebbe in servizio presso la famiglia del piccolo Cohen, e siccome in Sudafrica vigeva allora l’apartheid, era perciò normale che il figlio del “baas”, cioè del “padrone”, dormisse “nel suo letto riscaldato”, mentre il servo “nero adulto” se ne dovesse stare “fuori al freddo”.
Ma i riassunti di Galimberti sono ambedue manipolati, perciò forniscono una versione fasulla dei ricordi di Cohen, che invece è chiaro e preciso.
Difatti, in Stati di negazione, p. 13, il sociologo ha scritto:
- «Dovevo avere dodici o tredici anni. Mio padre era in viaggio di lavoro. In queste rare occasioni, come molte famiglie della borghesia sudafricana (soprattutto se ebree e ansiose), assumevamo una “guardia notturna”: un nero adulto, che lavorava per una società privata di vigilanza, nel caso specifico un vecchio zulu (ho nitido il ricordo dei dischi di legno nei lobi delle sue orecchie). Poco prima di andare a letto, guardai fuori dalla finestra e lo vidi accoccolato accanto ad un fuoco di carbonella che si strofinava le mani per riscaldarsi, il bavero del cappotto kaki rialzato. Mentre scivolavo nel mio letto iperriscaldato - lenzuola di flanella, bottiglia di acqua calda, un piumino ben imbottito portato dalla nonna dalla Polonia - mi misi improvvisamente a riflettere sul perché lui fosse là fuori e io fossi dove ero».
Ora, raffrontando quanto ha scritto Cohen coi riassunti che Galimberti ne ha fatto nella recensione plagiata su La Repubblica e nel libro-frode I vizi capitali e i nuovi vizi, emerge in tutta evidenza che quanto sunteggiato dal filosofo di nome è assurdo e frutto della sua cervellotica fantasia.
Difatti, laddove Cohen ha scritto:
- “Mio padre era in viaggio di lavoro”,
Galimerti, ne I vizi capitali e i nuovi vizi, l’ha trasmutato in
- “famiglia che era in trasferimento per il lavoro del padre”,
cioè ha falsificato i ricordi di Stanley, perché era solo il padre in viaggio per lavoro, e non tutta la famiglia, come scritto dell’impostore.
E Galimberti manipola ancora i fatti, laddove induce chi legge a credere che il “nero adulto” sarebbe un servitore “al seguito della sua famiglia che era in trasferimento per il lavoro del padre”, perché ciò è falso, e il piccolo Cohen non si mosse da casa sua, dato che in viaggio di lavoro era il padre, che, per sicurezza, aveva «assunto una “guardia notturna”: un nero adulto, che lavorava per una società privata di vigilanza».
E Stanley, mentre scivolava nel suo letto “prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto” fuori al freddo, perché “poco prima di andare a letto, guardai fuori dalla finestra e lo vidi accoccolato accanto ad un fuoco di carbonella che si strofinava le mani per riscaldarsi, il bavero del cappotto kaki rialzato.”
Dunque, quanto sunteggiato da Galimberti in merito al “nero adulto” è falso e pertanto stravolge i ricordi di Cohen; e l’impostura non è finita qui, perché il filosofo di nome seguita a manipolare i fatti, laddove, sia nella recensione plagiata che nel formato libro-frode, ha scritto:
- “L’indomani chiese alla madre quale fosse il paese d’origine di quell’uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo. La risposta della madre fu che Stanley, il suo bambino, “era troppo sensibile.”
Il piccolo Cohen non chiese mai alla madre ciò che gli mette sulla lingua Galimberti, perché, se è vero che la madre continuava a ripetere a Stanley che era “ipersensibile”, ciò lo riferisce però al carattere del figlio, e non a un atteggiamento del fanciullo rispetto a qualche caso particolare.
È poi Cohen a riflettere e a chiedersi:
- «Perché questo vecchio doveva starsene seduto fuori tutta la notte al freddo? Perché alla mia famiglia (e a tutti gli altri come noi) erano stati assegnati, con mansioni di domestici, uomini e donne di colore (che venivano chiamati “ragazzi” e “ragazze” o, semplicemente, “locali”)? Perché vivevano in piccole stanze nel cortile sul retro? Dove erano le loro mogli, i loro mariti, i loro figli? Perché mi si rivolgevano chiamandomi baas cioè “padrone”?». [Stati di negazione, p. 13]
Queste sono domande che Cohen non pose alla madre, ma a se stesso.
Ora, in quanto al nero adulto che stava fuori al freddo, il perché è presto detto: era una “guardia notturna”, svolgeva compiti di vigilanza, era pagato per questo compito, e stava fuori perché lo esigeva il suo lavoro, in quanto, anche se fosse stato un bianco, come guardia notturna sarebbe comunque dovuto rimanere fuori per sorvegliare la casa e tenere alla larga eventuali malintenzionati.
Il riassunto storpiato di Galimberti induce però chi legge a credere che Cohen abbia chiesto alla madre
- “quale fosse il paese d’origine di quell’uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo”,
deformando così i ricordi di Cohen, perché questi, con riferimento non all’“uomo nero”, bensì ai “locali” assegnati come domestici alle famiglie, i quali da soli “vivevano in piccole stanze nel cortile sul retro”, si chiedeva: “Dove erano le loro mogli, i loro mariti, i loro figli?”.
E sempre con riferimento all’“uomo nero”, Stanley non ha mai chiesto alla madre: “soprattutto perché dormiva fuori al freddo”, perché questa è un’invenzione della fantasia bacata di Galimberti, che oltre a deformare i ricordi di Cohen, dà ancora segno di disprezzare la logica, perché se il nero adulto è una “guardia notturna”, il suo lavoro era quello di vigilare, perciò non poteva certo starsene fuori a dormire.
È chiaro che il riassunto che Galimberti ha fatto dei ricordi di Stanley è sciancato e cervellotico, facendo così ingiustizia ai fatti, sfregiando altresì la “bella scrittura” di Cohen, e frodando infine pure lettrici e lettori.

E Carlo Feltrinelli, nel suo elogio in onore di Galimberti, ha scritto:
- “Anche il linguaggio di cui si serve, come quello socratico, allude costantemente al linguaggio di ogni giorno. Galimberti non tradisce le parole della filosofia, ma ha imparato a sostanziarle delle cose del mondo, abbandonando l’astrattezza a favore di una sempre maggiore adesione all’esperienza del vivere quotidiano.” [Ritorno ad Atene, p. 600]
Ma da quanto su esposto circa la manipolazione dei ricordi di Cohen, è evidente che Galimberti, invece di “abbandonare l’astrattezza”, si è piuttosto abbandonato all’ideazione di celesti cervelloticherie, svuotando così della loro “sostanza le cose del mondo” che il piccolo Stanley aveva esperito nel suo “vivere quotidiano”, e pertanto il cosiddetto “linguaggio socratico”, di cui, secondo Carlo Feltrinelli, si servirebbe pure Galimberti, in realtà è una oliata macchina dell’impostura, che nella fattispecie intossica le menti dei lettori con falsi ricordi, e altresì sfregia e “tradisce le parole della filosofia”.

3. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
La cosa finì lì. Ma qualche anno dopo il ricordo riemerse, e Stanley, ormai studente di sociologia a Oxford, incominciò a chiedersi: “Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo, dove spesso gli orrori dell’apartheid erano invisibili e la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla loro consapevolezza? Oppure vedevano esattamente ciò che vedevo io, ma semplicemente non gliene importava nulla o non ci trovavano niente di sbagliato?”.
3. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 14:
Più tardi cominciai a pormi un’altra domanda, qualcosa su cui ancora discuto con le persone che sono cresciute con me. Perché altri, perfino coloro che provenivano da famiglie, scuole e quartieri simili, che leggevano gli stessi giornali, camminavano per le stesse strade, perché loro, apparentemente, non “vedevano” quello che vedevamo? Vivevano forse in un altro universo percettivo dove spesso gli orrori dell’apartheid erano invisibili e dove la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla consapevolezza? O forse vedevano esattamente ciò che vedevamo noi, ma, semplicemente, non gliene importava o non ci vedevano niente di sbagliato?
b) dal raffronto dei passi succitati emerge con evidenza che Galimberti manipola ancora le parole di Cohen, e ne falsifica così i ricordi.
Difatti, il filosofo di nome, citando Cohen, ha scritto:
- “Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo […]”,
riferendo così la cecità percettiva dinanzi agli “orrori dell’apartheid” ai soli genitori del piccolo Stanley, mentre il sociologo Cohen riferisce la sua osservazione non ai suoi genitori, ma al contesto socio-culturale bianco, in cui le persone gli sembrava non vedessero la condizione in cui era costretta a vivere la “gente di colore”, oppure, qualora la vedessero, si chiedeva: a loro “non gliene importava o non ci vedevano niente di sbagliato?”

4. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Fu così che nella mente di Stanley si fece strada l’idea di costruire una “sociologia del diniego” per arrivare a capire cosa facciamo della nostra conoscenza della sofferenza altrui, e soprattutto cosa fa a noi questa conoscenza.
4. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 14:
Nella mia immaginazione, un giorno, avrei riportato tutto in quella che, presuntuosamente, chiamavo una “sociologia del diniego”. Il tema, se non la presunzione, è sempre lo stesso: cosa facciamo della nostra conoscenza della sofferenza altrui e cosa fa, a noi, questa conoscenza?

5. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Quale meccanismo induce la gente a negare come se non sapesse quello che sa? Non c’è in questo mancato “riconoscimento”, che è l’esatto contrario del “diniego”, la prima radice, e se vogliamo la più profonda, dell’immoralità collettiva?
5. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 14:
[…] reazione comune, forse universale o perfino “naturale”, sia di bloccare, escludere o rimuovere tale informazione. La gente reagisce come se non sapesse quello che sa […].
D’altro canto non sono completamente soddisfatto nemmeno del termine che ho adottato quale antitesi a diniego: “riconoscimento”.
c) plagio e manipolazione alla galimbertese.

6. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Nel 1980 Stanley Cohen, con la sua famiglia, lascia l’Inghilterra per andare a vivere in Israele, dove, con Daphna Golan, direttrice delle ricerche dell’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Ttselem, comincia a lavorare a un progetto di ricerca sulle presunte torture inflitte ai prigionieri palestinesi.
6. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 15:
Nel 1980, con la mia famiglia, lasciai l’Inghilterra per andare a vivere in Israele […]. Nel 1990, insieme a Daphna Golan, direttrice delle ricerche dell’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Ttselem, cominciai a lavorare ad un progetto di ricerca sulle presunte torture inflitte ai prigionieri palestinesi.

7. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Il risultato fu quello di sbattere la faccia contro la politica del diniego che però consentì a Stanley di individuare le variegate figure che vanno dal “diniego assoluto” (non succede) al “discredito” (i palestinesi sono manipolati e invasati) alla “definizione errata” (è vero, succede effettivamente qualcosa, ma non è tortura), al “giustificazionismo” (è vero, non c’è altro da fare finché non si trova una soluzione politica).
7. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 15:
Ma fummo immediatamente precipitati nella politica del diniego. La risposta ufficiale e tradizionale fu feroce: diniego assoluto (non succede); discredito (l’organizzazione era prevenuta, manipolata o credulona); la definizione era errata (è vero, succede effettivamente qualcosa, ma non è tortura); e giustificativa (comunque era una “cosa” moralmente giustificata) […]. I maltrattamenti erano funzionali alla situazione; non si poteva fare alcunché fino a quando non si fosse trovata una soluzione politica […].
d) plagio e turpe manipolazione alla galimbertese.
E che la manipolazione di Galimberti sia turpe e infame, basta un solo esempio a dimostrarlo. Laddove Cohen ha scritto:
- “discredito (l’organizzazione era prevenuta, manipolata o credulona)”,
l’impostore l’ha trasmutato in
- «“discredito” (i palestinesi sono manipolati e invasati)»,
dunque, al posto dell’“organizzazione”, cioè di “B’Ttselem”, Galimberti ha messo non solo “palestinesi”, falsificando i fatti, ma ha perfino definito, con gratuito e vile disprezzo, i “palestinesi” come degli “invasati”.

8. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Nonostante le censure, la ricerca ebbe una risonanza nei media. Un tabù, come la tortura dei palestinesi da parte degli israeliani, divenne oggetto di discussione. Poi calò l’interesse del pubblico e la tortura non fece più notizia, cosa assai peggiore che non essere nelle notizie.
8. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 16:
La ricerca ebbe un impatto enorme sui media: fu dato ampio spazio alle vivide rappresentazioni dei metodi standard di tortura e un tabù divenne oggetto di discussione aperta. Eppure, molto presto, calò di nuovo il silenzio. La tortura non faceva più notizia, il che era assai peggio che non essere nelle notizie.
e) plagio e manipolazione alla galimbertese.

9. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Congediamoci dalla biografia di Stanley Cohen e domandiamoci: come reagiamo quando al mattino leggiamo nelle pagine degli esteri dei nostri giornali le atrocità perpetrate a Timor Est, in Uganda, in Ruanda o in Guatemala?
9. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 17:
Come reagiva l’opinione pubblica all’informazione delle atrocità perpetrate a Timor Est, in Uganda o in Guatemala? Cominciai a pensare ad una simpatica coppia di trentenni, seduti al tavolo della prima colazione davanti a caffè e croissant, a New York, Londra, Parigi o Toronto. Sfogliano il giornale del mattino: “ALTRI MILLE TUTSI MASSACRATI IN RUANDA”.
f) plagio e manipolazione alla galimbertese.

10. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Che atteggiamento assumiamo di fronte alle immagini televisive che ci fanno vedere profughi in fuga dai loro paesi per fame o per ragioni politiche, bambini africani che muoiono di fame o di Aids, cadaveri nei fiumi, volti contorti nello strazio e nella disperazione?
10. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 24:
Lo schermo del televisore è pieno di immagini di umana sofferenza, volti contorti nello strazio e nella disperazione. Profughi dispersi, bambini che muoiono di fame, cadaveri nei fiumi.
g) plagio e manipolazione alla galimbertese.

11. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Spesso decidiamo consciamente di evitare queste informazioni, qualche volta non sappiamo neppure quanto escludiamo e quanto accettiamo. Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi.
11. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 24:
Qualche volta decidiamo abbastanza consciamente di evitare questa informazione. Spesso non siamo consapevoli di quanto escludiamo o di quanto accettiamo. Qualche volta assorbiamo tutte le informazioni, ma ci sentiamo passivi […].

12. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
E se il diniego politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro diniego, quello che si muove tra consapevolezza e inconsapevolezza, è disastroso, perché toglie ogni speranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi.
12. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 29:
Il diniego politico […]. Il diniego è cinico, calcolato ed evidente. Le zone d’ombra tra consapevolezza e inconsapevolezza sono molto più significative per spiegare le risposte della gente comune alla conoscenza di atrocità e sofferenza.
h) plagio e manipolazione alla galimbertese.

13. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Tra il 1915 e il 1917 un milione e mezzo di armeni sono stati massacrati dai turchi o sono morti durante la deportazione. Nonostante i fatti furono minuziosamente riferiti dai documenti ufficiali e dalle testimonianze dei sopravvissuti, ci vollero ottant’anni perché alcuni governi europei riconoscessero il genocidio, ancora non riconosciuto dagli Stati Uniti, da Israele e naturalmente dalla Turchia.
13. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 24:
Tra il 1915 e il 1917, circa un milione e duecentocinquantamila Armeni sono stati massacrati dall’esercito turco o sono morti durante le deportazioni. I fatti furono minuziosamente riferiti dai documenti ufficiali, dai racconti dei sopravvissuti […]. Ma per ottanta anni, i vari governi della Turchia che si sono succeduti hanno fermamente negato ogni responsabilità di carneficina genocida o di qualunque deliberato massacro. La maggior parte degli altri paesi, in particolare gli Stati Uniti ed altri alleati NATO della Turchia, ha agito in modo collusivo in questo oblio del passato.
i) plagio e manipolazione alla galimbertese. Dal raffronto è evidente che Galimberti, per dissimulare il furto a Cohen, ha deformato i fatti, inducendo così in errore chi legge.

14. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Vent’anni dopo in Germania venivano sterminati nei vari campi di concentramento milioni di ebrei, zingari e omosessuali. Lo storico americano Gordon Horwitz ha intervistato le persone che vivevano intorno a Mathausen. Molti degli intervistati hanno risposto che vedevano dei fumi e sentivano delle dicerie su quanto accadeva in quel campo. Nessuno cercò di mettere assieme le notizie o di informarsi su quanto stava accadendo. Qui il diniego assume la forma laconica dell’indifferenza.
14. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 24:
Quarant'anni dopo, lo storico americano Gordon Horwitz ha intervistato le persone che vivevano intorno a Mauthausen, campo di concentramento in Austria dal 1942 al 1945. Molti hanno sostenuto che, sebbene vedessero il fumo dei forni e sentissero dicerie sul vero scopo del campo, non sapevano cosa realmente stesse succedendo. All’epoca non avevano fatto troppe domande e non erano riusciti a “mettere insieme” le informazioni che avevano […]. Non ci si trova davanti ad un laconico diniego dell’esistenza dei campi, ma solo ad una indifferenza […].
l) plagio e manipolazione alla galimbertese.

15. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Per catturare Bin Laden gli americani e i loro alleati hanno ammazzato cinquemila afgani civili, non importa se uomini, donne, bambini. Erano innocenti tanto quanto le vittime americane delle due Torri. Qui il diniego si manifesta con una frase che è girata ovunque come un dettato ipnotico che tranquillizzava tutte le coscienze. La frase è: “Mi dispiace per la popolazione innocente, ma ci voleva una risposta”. Niente impediva che al posto di questa frase ce ne ponessimo un’altra: “Siamo disposti a uccidere cinquemila innocenti pur di catturare Bin Laden?”.
m) l’esempio di Bin Laden ideato da Galimberti, oltre a scimmiottare le argomentazioni di Cohen, è un evidente rabbercio dei fatti, il quale induce in errore chi legge, perché laddove ha scritto:
- “Per catturare Bin Laden gli americani e i loro alleati hanno ammazzato cinquemila afgani civili, non importa se uomini, donne, bambini.”
Galimberti dà scorrettamente a credere che per la cattura di Bin Laden sia state sacrificate le vite di “cinquemila afgani civili”, cioè dal modo in cui ha congegnato l’esempio fa credere che Bin Laden sia stato catturato, e che in questa azione bellica siano morti “uomini, donne, bambini” afgani, i quali “erano innocenti tanto quanto le vittime americane delle due Torri”.
Ma ciò è falso, perché a settembre 2002, quando Galimberti ha scritto la recensione plagiata a Cohen, Bin Laden era ancor uccel di bosco. E che sia falso quanto scritto nel 2002 da Galimberti, lo certifica lo stesso giornale su cui scrive l’impostore, cioè La Repubblica, che in un articolo del 01 ottobre 2010, informò i lettori: “Il leader del terrore si rifà vivo. Alcuni siti islamici hanno diffuso un nuovo messaggio audio del fondatore di al Qaeda, Osama Bin Laden”.
E Galimberti lavora ancora di fantasia, laddove ha scritto:
- «Qui il diniego si manifesta con una frase che è girata ovunque come un dettato ipnotico che tranquillizzava tutte le coscienze. La frase è: “Mi dispiace per la popolazione innocente, ma ci voleva una risposta».
Quindi, premesso che la succitata frase è una cervellotica ideazione di Galimberti, tuttavia, ammesso e non concesso fosse vera, si tratterebbe però non di “diniego”, bensì di “vendetta”, come del resto fu percepita la guerra afgana dopo il crollo delle Torri gemelle, e sarebbe falso pure che tale frase
- “è girata ovunque come un dettato ipnotico che tranquillizzava tutte le coscienze”,
perché negli stessi Usa furono molte le coscienze che gridarono:
- “not in my name”,
rifiutando così il “diniego”, e dimostrando il loro pubblico dissenso dinanzi ai bombardamenti in Afghanistan, che causarono la morte di “uomini, donne, bambini” afgani, i quali “erano innocenti tanto quanto le vittime americane delle due Torri”.
E Galimberti nel 2002 insegnava ancora a Ca’ Foscari “filosofia della storia”, mentre su Repubblica s’ingegnava a inventare storielle a-filosofiche per camuffare le sue recensioni plagiate, come nella fattispecie, a Cohen.

16. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Il linguaggio è un grande alleato del diniego che può essere “letterale”: “non è successo niente”, “non c’è stato alcun massacro”, “non sarebbe potuto succedere senza che noi lo sapessimo”; […].
16. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 29:
Nel diniego letterale, di fatto, o eclatante, il fatto o la conoscenza del fatto sono negati. […] qui non è successo niente, non c’è stato alcun massacro, […] non avrebbe potuto succedere senza che noi lo sapessimo (o avrebbe potuto succedere, ma senza che noi lo sapessimo).

17. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
[…] “interpretativo” per cui la pulizia etnica si chiama “scambio di popolazioni”, un massacro civile “danno collaterale”, una deportazione “trasferimento di popolazione”, una tortura “pressione fisica”.
17. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 29:
[…] diniego interpretativo […] questo è stato uno scambio di popolazione, non una pulizia etnica; […] questo è stato un “danno collaterale”, non un massacro […] un “trasferimento di popolazione”, non una “deportazione”; una “pressione fisica moderata”, non tortura.

18. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Oppure, ed è il più diffuso, il diniego può essere “implicito” e ciò avviene quando non si negano i fatti, si esclude solo che questi fatti interpellino proprio noi.
18. Stanley Cohen, Stati di negazione, pp. 30-31:
IL DINIEGO IMPLICITO
In altre circostanze ancora, non c’è tentativo di negare sia i fatti sia la loro interpretazione convenzionale […]. Questo tipo di diniego viene spesso definito “razionalizzazione”: «Non ha niente a che vedere con me»; […].
n) plagio e manipolazione alla galimbertese.

19. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
I bambini che muoiono di fame in Somalia, gli stupri di massa delle donne in Bosnia, i massacri di Timor Est, i senza tetto delle nostre strade sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire.
19. Stanley Cohen, Stati di negazione, pp. 30-31:
I bambini che muoiono di fame in Somalia, stupri di massa delle donne in Bosnia, un massacro a Timor Est, i senzatetto nelle nostre strade, sono fatti riconosciuti, ma non sono visti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire.

20. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Il diniego “implicito” che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché “il fatto non ha niente a che fare con loro”, perché “ci penserà qualcun altro”.
20. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 31:
Quale testimone di un’aggressione nella metropolitana, vedete esattamente cosa sta succedendo, ma, in veste di cittadino, negate qualunque responsabilità d’intervento […]. «Non ha niente a che vedere con me»; […] «Ci penserà qualcun altro».
o) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Per mimetizzare il furto, qui Galimberti s’ingegna a creare l’imbroglio adatto alla bisogna, difatti, quello che per Cohen è un
- “testimone di un’aggressione nella metropolitana”,
il grande impostore l’ha trasmutato in
- “un incidente stradale, i testimoni si dileguano”,
così può gridare nelle piazze che creativo è anche la “rielaborazione” di quanto plagiato, nonché l’invenzione dei suoi cervellotici “scatti di novità”.

21. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
I membri della famiglia hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, sia esso abuso sessuale, violenza, alcolismo, follia o semplice infelicità.
21. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 100:
I membri di una famiglia hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, sia esso abuso sessuale, incesto, violenza, alcolismo, follia o semplice infelicità.

22. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste.
22. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 100:
Esiste un livello sotterraneo al quale tutti sanno cosa sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento permanente di “come se” […]. Queste regole sono governate dalla meta-regola che nessuno deve ammettere o negare che esistono […].
p) plagio e manipolazione alla galimbertese.

23. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
Qui il diniego è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o dedito a traffici illeciti.
23. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 100:
Il diniego è un primo stadio nell’adattamento della famiglia alla deva-stazione causata da un membro alcolista.
q) qui, Galimberti, per camuffare il furto a Cohen, ha soggiunto, oltre al membro alcolista della famiglia, una coda di paglia intrecciata con
- “o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o dedito a traffici illeciti”,
insomma, ha ammannito un’altra broda alla galimbertese.

24. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
La sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcos’altro, altrimenti si rischia di tradire la famiglia.
24. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 101:
L’alcolista è “l’elefante in salotto” e la presenza di questo perenne visitatore deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcosa d’altro o, altrimenti, si rischia di tradire la famiglia.

25. Galimberti, Non mi piace e non lo vedo, La Repubblica 05.09.2002:
E così finiamo con il sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all’altruismo, al senso della comunità, l’indifferenza, l’ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l’alienazione, l’apatia, l’anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città.
25. Stanley Cohen, Stati di negazione, p. 105:
Queste immagini hanno generato una trattazione un po’ isterica sul testimone passivo. Il contrasto è troppo tagliente e melodrammatico: da un lato c’è indifferenza, ottundimento emotivo, desensibilizzazione, freddezza, alienazione, apatia, anomia e la solitudine della vita cittadina; dall’altro, responsabilità, sensibilità morale, compassione, senso civico, coraggio, altruismo, senso della comunità […].
r) plagio e manipolazione alla galimbertese.
Qui Galimberti ha applicato pure un’altra delle sue collaudate tecniche truffaldine, che si è caratterizzata già anni fa come “inversione dei termini”, vale a dire: Galimberti muta l’ordine sintattico delle frasi plagiate, e, come nella fattispecie esemplificato, mette prima quanto Cohen ha posto dopo, in modo rendere più difficile individuare il suo inganno.


Conclusioni

Da quanto su documentato è evidente che l’articolo Non mi piace e non lo vedo pubblicato su La Repubblica, 05.09.2002, Galimberti l’ha fabbricato plagiando Stati di negazione di Stanley Cohen.
E il ladrone ha riportato lo stesso articolo nel libro-frode I vizi capitali e i nuovi vizi, e, con l’aggiunta di altri plagi a Cohen, ha confezionato il cap. 13 Diniego, classificato da Galimberti come uno dei “nuovi vizi” capitali, “che consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l’esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce”,[2] dunque, tutti quei “parenti” di Galimberti, i quali sanno bene che è un ladrone e impostore, ma tacciono, peccano di diniego.
E cifra tragicomica dei nostri tempi non è solo il fatto che l’inveterato ladrone e impostore Galimberti venga celebrato come il “più illustre docente di Ca’ Foscari”, una vergogna che lede l’immagine dell’Ateneo veneziano, perché cattedra usurpata con la frode, nonché ricevere “studi in onore” per il suo “70° genetliaco”, ma altresì vedere che i libri-frode del filosofo di nome sono stati raggruppati in un’“opera omnia” e ripubblicati dall’Editore Feltrinelli, quindi pure I vizi capitali e i nuovi vizi, che è “Opera XIV”.
E sul sito dell’impostore, il libro-frode è così presentato:
«I vizi capitali riletti alla luce della contemporaneità e una sequenza di “nuovi vizi” che coincidono con “tendenze collettive” a cui l’individuo riesce a opporre debole resistenze, pena l’esclusione sociale. Affabile e penetrante Umberto Galimberti esibisce qui quella sapienza e quella confidenza con il mondo che l’ha reso un punto di riferimento per un amplissimo pubblico di lettori».
Dunque, i pensieri e le idee di decine di autori plagiati, di cui si è già data puntuale documentazione, tra cui ultimo Stanley Cohen, con cui Galimberti ha fabbricato il libro-frode I vizi capitali e i nuovi vizi, sono ancora venduti come “quella sapienza e quella confidenza con il mondo che l’ha reso un punto di riferimento per un amplissimo pubblico di lettori”.

Pertanto, i frutti delle rapine di Galimberti sono spacciati per “sapienza” del ladrone, frodando così deliberatamente l’ignaro e “amplissimo pubblico di lettori”, che non sa, e perciò crede autentico il fasullo Galimberti.
Quelli che invece sanno delle frodi di Galimberti, tacciono. E tra questi ci sono gli omertosi, e coloro che seguitano tranquillamente a fare affari con le imposture di Galimberti, incuranti non solo di essere bollati dallo stesso vile truffatore come affetti da “diniego”, perché negano ciò che sanno di lui, ma se la ridono pure a crepapelle, perché, oggi come oggi, ciò che conta è solo l’argentino tintinnare dei 30 danari nella saccoccia, e al diavolo il rispetto e la fedeltà che si deve all’“amplissimo pubblico di lettori”.

 

                     Vincenzo Altieri

Letto 548 volte Ultima modifica il Martedì, 23 Agosto 2016 06:44

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